lunedì 13 febbraio 2012

pan y Kuchen


Mi meraviglio da queste parti ogni volta che leggo i nomi delle strade, Holzapfel, Engler, Klein, Anwandter, persino il panettiere che si chiama Fuchs che si mescolano con i cognomi spagnoli De Alderete, Urrutia e Vélazquez o con quelli mapuche Lafquen, Lincoyan e Karamawen.  Pan y Kuchen, la Casita del Kuchen, un mish mash di spagnolo e tedesco e certo non solo a livello linguistico, l'offerta di certe "pastelerie e panaderie" locali  con le loro "Delikatessen ", dallo Strudel alla Sacher ai bigné pieni di crema, fanno credere di essere da Dehmel a Vienna o in una Konditorei di Baviera, altro che America latina.
Sapevo che alla fine della seconda guerra mondiale, molti tedeschi, ex-nazisti in particolare, si erano rifugiati in America latina, Argentina e Cile soprattutto, ma non adeguatamente informata della storia pensavo che ciò fosse dovuto alla compiacenza di certi governi dittatoriali locali della seconda metà del novecento, ignorando invece che in Cile già da 150 anni esistesse una nutrita colonia tedesca. I tedeschi hanno rivestito in particolare nell'Araucania e nella limitrofa Regione dei laghi più a sud un ruolo importante nello sviluppo di queste aree immense all'epoca quasi disabitate e incolte. 
Gli operai specializzati tedeschi e le loro famiglie trovarono le porte aperte da parte del governo cileno perché dessero il loro contributo alla colonizzazione di queste terre. Solo verso la metà dell'800, con la sconfitta definitiva dei Mapuche, gli  abitanti autoctoni dell'area, il Cile conquista pienamente la regione e il console cileno ad Amburgo suggerisce al governo di invitare i tedeschi a "colonizzare" la regione, dal momento che in Germania all'epoca c'era moltissima mano d'opera sottopagata ed insofferente che nei fiumi, laghi e montagne della regione avrebbe ritrovato un paesaggio familiare. 
E' del decennio 1840-1850  la prima immigrazione tedesca in Cile e non si arresterà, seguiranno altre ondate, svariate categorie di artigiani, docenti universitari, scienziati e medici, molta gente della buona borghesia tedesca in cerca di fortuna, maggiore libertà politica e con l'intraprendenza e lo spirito del pioniere.  Ai tedeschi all'epoca sono state concesse vaste proprietà terriere per  fondare scuole, imprese, tutte le infrastrutture necessarie.
 Alla luce di queste informazioni non mi sorprende più scoprire un'architettura in legno da villette della  Foresta nera, tendine smerlate alle finestre coi fiorellini sui davanzali, pani di marzapane, salsicce e salami appesi nelle baite-ristoro sull'autostrada numero 5 che porta in Patagonia.
Nel bellissimo albergo sul fiume a Valdivia (la ex-sede inizio 900 di una compagnia marittima) dove abbiamo trascorso due notti, c'era grande festa.
 Un certo Herr Wagmann, latifondista locale, (queste cose me le racconta il personale dell'albergo con cui amo sempre scambiare due parole) festeggiava il suo compleanno veramente alla grande invitando tutti gli amici prima a una gita sul fiume (è venuta una grande barca a prenderli) e poi a un déjeuner sul prato. Mi hanno colpito due cose: parlavano fra di loro in spagnolo, ma si dicevano bitte e danke e c'era un signore con la classica giacca tirolese con i bordi in velluto. Ho pensato alle parole di Neruda, lette poco prima, parlando della sua infanzia in queste terre di frontiera: "Con il tempo, tutto cadde in rovina e tutti rimasero poveri come prima. Solo i tedeschi conservarono un controllo ostinato sulle loro attività e questo li distinse dagli altri abitanti di queste terre selvagge".

Comunque, a livello mangereccio tipicamente cileno ci sono un sacco di cose, non mancano soprattutto mai las parrilladas, le carni varie alla brace, le impanadas (somigliano ai nostri panzerotti) ripiene di tutto e per chi come Gastone ama i dolci, i picarones, ovvero ciambelle fritte inzuppate in uno sciroppo caramellato di un frutto che non ho ancora capito quale sia.

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