mercoledì 25 aprile 2012

effimero e bello

 Decisamente questo è l'anno dell'imperatrice Elisabetta, Sissi per gli amici. L'ho incontrata a Madeira e la ritrovo, più presente che mai, in questo lungo fine settimana a Merano: nel Castello  Trauttmansdorf ha soggiornato svariati mesi, questione di passare in un clima mite la stagione invernale. I giardini del Castello, sono stati eletti nel 2005 "Parco più bello d'Italia". Quando piove tanto e il cielo è grigio, urge del colore. La fioritura delle rose è ancora prematura, ma un tripudio di bulbi, tulipani,  narcisi,  ranuncoli, iris; i rododendri  sembrano orchidee.


Ripesco nella memoria un haiku giapponese letto anni fa che diceva pressapoco così: "Un fiore nasce fiorisce e muore" splendida sintesi zen della parabola della vita e non serve aggiungere altro.
La Piattaforma Panoramica dell'architetto Matteo Thun  sospesa nel vuoto permette allo sguardo di spaziare su questi 12 ettari di verde e colore che si presentano come un anfiteatro naturale.












mercoledì 18 aprile 2012

Bollate, caput mundi

La mia amica Liliana ha due peculiarità: la prima, è molto simpatica, la seconda, è nata a Bollate dove ha felicemente trascorso infanzia e giovinezza. Lei, la sua Bollate, la ama svisceratamente, ne parla sempre come se fosse un luogo imprescindibile, l'ombelico del mondo. Sarà  per attribuirle scherzosamente dimensione internazionale, sarà per sfottere la sottoscritta sempre sugli aerei verso paesi lontani, sarà perché ne è realmente fiera, ma Liliana la sua Bollate  la pronuncia Bolleite all'inglese e si inventa gemellaggi incredibili, a seconda delle circostanze, con Londra, New York o Città del Messico.
 Ci fa ridere un sacco e ha finito per suscitare la curiosità di noi tutte, le amiche del cuore. Così domenica mattina 15 aprile, giorno ecologico di blocco automobilistico, pioggia battente e con un cielo che più grigio non si può, forse in sintonia col gemellaggio londinese, eccoci alle 9,45 alla stazione Cadorna per partire alla scoperta di Bolleite, caput mundi. Il giorno scelto non è casuale, rientra nella Settimana fra le Groane, progetto che coinvolge 16 comuni del territorio a nord ovest di Milano in concomitanza con la "Settimana della Cultura" promossa dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali. L'obbiettivo è quello di valorizzare un patrimonio ricco di storia e luoghi a molti sconosciuto e di aprire le porte di ville, chiese, musei e palazzi non sempre accessibili.

Per cominciare due corroboranti chilometri a piedi nel parco delle Groane (polmone verde di 200 ettari) dalla stazione verso Castellazzo di Bollate dove, finalmente in via di restauro, ha sede la soprannominata "piccola Versailles" e cioè Villa Arconati.  Nel 1300 semplice cascina agricola del borgo fortificato, nel XVII° secolo diventa una delle più prestigiose e rinomate "ville di delizia" della Lombardia grazie a Galeazzo Arconati Visconti collezionista di spicco che vantava tra le proprie raccolte il Codice Atlantico di Leonardo poi donato alla Biblioteca Ambrosiana.









Straordinari gli esterni, i giardini all'italiana, la torre d'acqua su progetto di Leonardo per provvedere all'irrigazione visto che il terreno è in pianura, la limonaia, le varie fontane per rinfrescare l'ambiente e divertire gli ospiti, i vari teatri, quelli di Diana e Andromeda e quello di Ercole riservato solo agli uomini; non spazi chiusi come noi potremmo interpretare oggi, ma nicchie ricavate in giardino dove di giorno artisti circensi allietano i bambini e dove la sera si riuniscono gli adulti. Per loro dalle Diane e dalle Andromede di pietra sgorga vino e non acqua, un vero fasto. 

Straordinari gli interni. Accanto alla biblioteca la statua di Pompeo Magno che Galeazzo Arconati si è fatto mandare da Roma e in villa ci sarà anche un laboratorio per il restauro delle statue e la loro riproduzione in gesso per quelle che all'esterno sfidano le intemperie. Si dovrà poi a Giuseppe Antonio Arconati, alto funzionario dello stato austriaco, la riqualificazione settecentesca della villa: la risistemazione del giardino, il tripudio di barrocchetto lombardo per lo scalone principale, la Sala della Musica, la sala per le feste detta la Sala di Fetonte opera dei fratelli Galliari, scenografi di corte. Proprio il fatto che il decoro degli spazi non sia stato affidato a dei pittori ma a degli scenografi sottolinea la teatralità dei luoghi, il desiderio dei proprietari di offrire ai propri ospiti stupore, gioco e divertimento e non affermazione di potere.
  



Ultima sorpresa di villa Arconati la mostra "Non rompete le scatole" che si tiene in certe sale del pianterreno. L'ideatore Adriano Pasquali ha pensato al titolo intrigante e non metaforicamente ha invitato tutti a non rompere le scatole ( quelle delle risme della carta per fotocopiatrici), ma ad utilizzarle come supporto per una libera espressione creativa da esporre in una grande collettiva.

Un'antica pergamena del XII° secolo nell'archivio della chiesa parrocchiale San Martino testimonia poi che originariamente Bollate era un borgo circondato da mura e con due castelli, uno sul fiume Pudiga e uno costruito sopra l'antico castrum romano. Il Pudiga attraversava a vista varie strade del paese, come a Milano i Navigli, e Liliana ce le mostra constatando con rimpianto come l'attuale geografia dei luoghi sia cambiata rispetto ai suoi ricordi giovanili.

Forse connesso all'antico e scomparso castello sul fiume si trova Palazzo Arese, ora Radice Fossati, col suo bel portale in cotto probabilmente del primo Quattrocento e lo stemma degli Arese. Bellissima nell'angolo dell'edificio la Cappella della Madonna della Neve, adattamento di uno studiolo seicentesco con il ciclo sacro e profano di affreschi, otto Muse (nel '500-'600 modelli decorativi della Roma papale) e la Madonna col Bambino di ispirazione raffaellesca.
Bollate per noi non ha più segreti,  l'amica ce ne ha mostrato ogni anfratto intriso di ricordi, dalla sua casa di bambina alla Cascina Bergamina del '400 dove vivevano i suoi nonni paterni, dal famoso mercato delle pulci della domenica colmo negli anni  '80 di nuovi cimeli garibaldini anticati ad hoc per Bettino Craxi che bulimicamente comprava tutto al vecchio bar socialista Coop Circolo Nuova Luce frequentato dal suo papà, dalla casa dove trovò rifugio la poetessa Ada Negri durante la guerra a quelle costruzioni che hanno mantenuto la struttura rurale, dallo zio Battista calciatore in auge fra i fascisti che però di nascosto approvvigionava la resistenza all'attuale negozio di computer Wellcome, un tempo macelleria e prima sede  del MSI, ricordando quella volta in cui qualcuno vi scaricò dentro una camionata di sterco.
Di Bollate al passo con i tempi attraverso nuovi edifici e strutture, ho particolarmente apprezzato il rispetto e la salvaguardia del  patrimonio storico e urbanistico che seppur ampliato e rimodernato ha però mantenuto la sua identità di paese agricolo e industriale, felice integrazione fra passato e presente. Ne sono testimonianza le sue numerossisime corti dai nomi tutti rigorosamente in milanese addobbate a festa sia per le processioni religiose della Madonna del Rosario che più profanamente per i giorni del Carnevale e la chicca finale, la stupenda fabbrica Borroni.  
Come a Milano,  Lambrate, l'Ansaldo, tutta la zona delle vie Tortona, Bergognone e Savona, la fabbrica Borroni  di Bollate   rappresenta uno splendido esempio di  archeologia industriale che ha preso la strada dell'arte trasformandosi in sede espositiva di pittura e scultura contemporanea. 
La fabbrica inizia la sua attività nel 1890 come filanda, produrrà poi bambole ( "la fabrica di pigott" dove ha lavorato anche la mamma di Liliana), trenini elettrici e in attività fino al 2001, colle per cucine. 

La collezione permanente del proprietario e mecenate artistico Eugenio Borroni, iniziata nell'88, comprende ora circa 500 opere, principalmente di pittura mediale e della nuova figurazione italiana. Particolarmente interessante un primo nucleo, ormai storico, che vanta un centinaio fra le opere più significative della Scuola di Via degli Ausoni di Roma, una scuola formatasi negli anni '80 alla ricerca di nuove soluzioni artistiche.
Marco Tirelli:  Senza Titolo  1986

 Scuola così denominata perché il gruppo, fra cui Marco Tirelli, Bruno Ceccobelli, Piero Pizzi Cannella, lo scultore Nunzio,  ha gli atelier nei locali dell'ex pastificio Cerere in via degli Ausoni nel quartiere romano di San Lorenzo e il luogo diventa in quel periodo un importante centro di cultura artistica.
 Evidente come anche nella nuova vocazione espositiva rimanga integro il fascino di un edificio industriale ottocentesco con i suoi vecchi ambienti di grande respiro ristrutturati. Un luogo veramente da scoprire e che si può visitare gratuitamente tutto l'anno previo appuntamento.
La Fabbrica Borroni si trova in via Matteotti 19, a cinque minuti a piedi dalla stazione; consiglio di andarci passando da via Gramsci; con le sue belle villette moderniste eclettiche  sembra di essere nel quartiere Coppedè di Roma. Certo l'espressione "caput mundi" è esagerata, giusto per prendere in giro Liliana, ma la sua Bolleite raccontata da lei con entusiasmo e affetto riserva proprio delle belle sorprese.  



    

martedì 10 aprile 2012

que te vaya bien

Questo è l'ultimo post del mio viaggio in Cile. Avrei ancora materiale per continuare, tantissime foto, appunti, idee, sei intense settimane in giro non sono poi così poche e il paese e la sua gente sono veramente straordinari come ho avuto modo di sottolineare più volte, ma a un certo punto bisogna mettere, come ad ogni cosa, la parola fine.
Il Museo della Memoria e dei Diritti Umani, soggetto di oggi, è uno dei primi luoghi che abbiamo visitato appena arrivate a Santiago eppure ne parlo oggi da ultimo. Per la  Cambogia ho fatto esattamente l'opposto, ho iniziato le mie note di viaggio di quel paese partendo dagli anni bui del khmer rossi e del fratello numero uno Pol Pot. Evidentemente non è casuale. In Cambogia l'indicibile passato mi sembrava ancora presente, scritto sui volti della gente, negli occhi dei non più giovanissimi, sui cartelli che segnalavano il pericolo mine antiuomo inesplose rimaste sottoterra in giro, nella povertà di certe campagne, nei giovani che sembrano vivere freneticamente secondo modelli che non sono i loro,  nell'innaturale contrasto fra lo sfavillio di certe mete turistiche, troppo turistiche e le condizioni generali di vita delle persone; inevitabile osservare il paese ripartendo da quel buco nero della storia.
 In Cile l'impressione è stata diversa, ho respirato un'aria "normale" in un paese "normale", malgrado la genericità dell'aggettivo. Prima di tutto perché hanno  vissuto una drammatica dittatura ma non certo un genocidio e poi il Cile, tornando alla democrazia senza spargimento di sangue, non si presenta come un paese lacerato. Il 5 ottobre 1988 più di 7 milioni di cileni hanno votato nel plebiscito che avrebbe dovuto garantire altri 8 anni di potere ad Augusto Pinochet, il generale del golpe militare di destra  dell'11 settembre 1973 in cui ha perso  drammaticamente la vita Salvador Allende, primo presidente marxista delle Americhe che era stato democraticamente eletto 3 anni prima.
Il palazzo de la Moneda
In quel plebiscito quasi il 55% dei cileni ha detto "no" al regime di Pinochet aprendo la strada a libere elezioni presidenziali. Offre queste riflessioni un bel articolo del Corriere della Sera a firma di Paolo Valentino scritto in occasione dell'importante vittoria elettorale della "Signora" Aung San Sun Kyi in Birmania, altro paese dalla storia tormentata che forse vede finalmente aprirsi degli spiragli verso la democrazia dopo il lungo e durissimo isolamento causato dalla dittatura militare di sinistra.
 "Naturalmente ci sono ancora divisioni- ha detto un anno fa al Corriere l'attuale Presidente cileno, Sebastiàn Pinera-, ma siamo stati in grado di tornare alla democrazia in modo unitario, saggio e pacifico, il che non è poco. Le transizioni dai regimi militari a sistemi democratici sono quasi sempre segnate da violenze, sangue e caos. Questo non fu il nostro caso. Ci fu un accordo tra le forze democratiche che avevano vinto il referendum e il vecchio regime, cambiammo la Costituzione, tutto avvenne nella stabilità. La transizione del Cile è stata un successo". ( dal Corriere della Sera del 3 aprile 2012).
 Fatte queste premesse, doverosamente El Museo de la Memoria y los Derechos Humanos documenta il periodo storico dall'11 settembre del 1973 al 10 marzo 1990 in Cile, registra gli attentati contro la vita e la dignità delle persone in quegli anni  e mostra anche dati di tutti quei paesi del mondo in cui quella Dichiarazione del 10 dicembre 1948 è stata o è ancora oggi regolarmente disattesa, una lista maledettamente lunga.
 La Comisiòn Nacional de Verdad y Reconciliaciòn creata nel '90 e la successiva Comisiòn sobre Prisòn Politica y Tortura (2003-29005) hanno documentazione di 3195 morti assassinati fra cui 150 minori e di 28.459 persone, molte non avevano mai fatto militanza politica, vittime di persecuzione, di prigione politica e di tortura, fra loro si contano 1244 minori e 3621 donne.
Fra le vittime, impressionante il numero di "desaparecidos", di alcuni non si sa ancora oggi niente, gli scomparsi senza traccia per occultare la crudeltà applicata dal regime, tecnica di eliminazione delle persone usata in tutte le dittature, nemmeno la possibilità per la famiglia di onorare e piangere i propri morti ammucchiati o dispersi forse tra i 380 centri clandestini di detenzione  dei 1132 complessivamente reperiti dalle Commissioni in giro per tutto il Cile. " Cuando a una persona la ejecutan es terrible, pero tù la ves. La puedes enterrar, llevarle flores y hacer el duelo. Pero el detenido desaparecido no sabes dònde està, no sabes qué pasò, si tiene frio, si tiene hambre o si de verdad muriò. Es para que la familia entera se vuelva loca". (Testimonianza di Juana, familiare di un detenuto scomparso).
"Yo no me opongo a la libertad de expresiòn, sòlo que no deseo que usted se exprese",
"Cosa fai se incontri un estremista? Gli do 10 bastonate. E se incontri un moderato? Gliene do 5". Due esempi di vignette satiriche nella sezione del museo che documenta i rapporti del regime con la cultura. Molto attiva  la penna di Palomo che fuggito in Messico dopo il colpo di stato pubblica la serie di fumetti "el Cuarto Reich" nel periodico Unomàsuno. Il decreto 3259 del luglio 1980 stabilisce che la circolazione dei libri deve essere autorizzata dal Ministero dell'Interno e vien da pensare che quella della censura è una vecchia storia. Nell'86 bruciano a Valparaìso 15.000 esemplari della casa editrice Oveja Negra che editava fra gli altri Garcia Marquez e Julio Cortàzar, proibiti i film di Scorsese e Aldomovar, proibite le canzoni di Joan Bàez e la serie dei divieti non finisce certo qui.
 Sempre molto interessante poi scoprire come ogni popolo trovi modi insospettati per riuscire comunque a manifestare dissenso, rivolta, dolore . Nel museo la bellissima collezione di "Arpilleras", pannelli di tessuto ricamati a mano a partire dal 1973, fatti dalle donne,  madri e spose di detenuti scomparsi e prigionieri politici. Nelle Arpilleras vengono rappresentate in modo naïf con ago e filo scene di denuncia, situazioni drammatiche e anche la speranza attraverso soli allo zenith, bambini che potranno tornare serenamente a giocare, il verde dei prati e le montagne che fanno da sfondo.
"Todo my amor esta aqui y se ha quedado pegado a las rocas, al mar, a las montanas". Queste toccanti parole sono scritte sopra al Memorial del Detenido Desaparecido y del Ejecutado Politico del 1994 eretto per i morti del '73-'74-'75 al  Cementerio General di Santiago che non potevamo mancare di visitare a completamento di questo percorso nel passato.

E' una città funeraria in mezzo a viali alberati, con tombe di tutti i generi, da certe simili a palazzi ad altre di estrema semplicità. Leggendo le lapidi si può in fondo ripercorrere la storia del paese. Qui si trovano i luoghi di sepoltura di illustri personaggi della vita pubblica e civile cilena e di diversi presidenti.
Ma le ultimi immagini che propongo di questo paese desidero che siano serene, come quelle di questi bambini che a Santiago giocano con l'acqua di una fontana in Barrio Brasil in una calda ed assolata domenica del febbraio 2012.
"Que te vaya bien", questo si augurano reciprocamente i cileni nel loro saluto di congedo al posto del nostro ciao e mi piace tantissimo. Que te vaya bien, che ti vada bene, un augurio misto di ottimismo e fatalità,  un "che ti vada bene" che comprende tutto, la salute, il lavoro, l'amore, la vita tout court. "Que te vaya bien!" Cile e grazie, sei un paese meraviglioso.