sabato 27 novembre 2010

Haifa tra monte e mare

Accipicchia che paesaggio onirico il Tempio Bahai con i suoi giardini tutti illuminati sotto la volta celeste notturna che si snodano lungo il fianco occidentale del Monte Carmelo! Roba da Sheherazade e le Mille e una notte, nemmeno Walt Disney nel più riuscito dei film saprebbe far meglio. Non so i costi dell'effetto in energia elettrica, ma è strepitoso e difatti il sito è Patrimonio Unesco. Una volta ancora Gastone ha fatto il suo dovere, ha portato cioè fortuna, perché questa è la vista dalla finestra della nostra camera, una modestissima guesthouse trovata per caso all'ultimo momento che dietro le persiane chiuse nascondeva nientepopodimeno che questo panorama. (A proposito, alla Guesthouse Hadadi abbiamo avuto modo di sperimentare la fantasia levantina, dire napoletana non è sufficiente, del proprietario Andrew: invece di ammettere semplicemente che non aveva previsto luce vicino ai comodini, difatti non c'era nessuna presa, con una sceneggiata da manuale ha aperto tutte le stanze del piano sostenendo che non capiva, roba dell'altro mondo, gli avevano rubato tutte le lampadine da notte. Abbiamo riso a crepapelle).

Alla visita dei giardini Bahai, completamente aperti per i fedeli, ma accessibili solo in parte ai turisti e con visita guidata gratuita, abbiamo naturalmente dedicato un'intera mezza giornata. Appuntamento collettivo in cima in cima in via Yafe Nof al 45 e poi giù giù si scende a piedi fino al Mausoleo. Non ci siamo fatte mancare niente, la vista di Haifa dall'alto, cura,rigore e precisione di ogni angolo e anfratto,

giardini all'italiana con delle aiuole che potate più perfettamente non si può, pare vi lavorino cento giardinieri, putti, statue, aquile reali, vasi, fontane, fontanelle, gorgoglii dell'acqua, luminarie a profusione e persino un simil Partenone, biblioteca e centro studi e documentazione e due altri edifici, uno sede dell'amministrazione e l'altro, La Casa Universale di Giustizia, organo supremo di governo della fede Bahai.
    
Il tempio centrale è il fulcro del sito, il Mausoleo del Bab, considerato il precursore. Se non vado errata la religione Bahai è la più recente nel tempo; fondata a metà del XIX secolo, predica innanzi tutto l'uguaglianza e la giustizia, un'evoluzione collettiva dell'umanità tutta intera verso ideali di pace, armonia ed unità. Con ricca fusione sincretica gli otto milioni di fedeli Bahai nel mondo (due milioni solo in India) riconoscono e credono in Abramo, il Buddha Sakyamuni, Krishna, Maometto, Gesù, i vari profeti del percorso religioso della storia, in Ali Muhammad che nel 1844 in Iran  ha proclamato di essere l'Eletto e il Bab, cioè la Porta messaggera delle profezie e in Baha'ullah, il suo profeta. Gli scritti del Bab, infatti, introducono l'idea di una figura messianica, che sarà poi incarnata nel 1866 da Mizra Husayn Ali, il Baha'ullah. Come la storia ci insegna, i predicatori di pace e nobili valori non si sa bene perché risultano sempre socialmente pericolosi e vanno eliminati, così i fedeli del Bab sono stati torturati, il Bab stesso giustiziato pubblicamente nel 1850 a Tabriz, e Baha'ullah, il fondatore della religione, ha avuto l'ispirazione divina nella Fossa Nera di Teheran, prigione tristemente conosciuta . Dopo l'esilio in vari luoghi (Bagdad, Costantinopoli, Adrianopoli) nella sua ultima prigione di San Giovanni d'Acri Baha'ullah sistematizza e codifica la nuova religione nel suo testo principale, il Kitab-Aqdas.


Il Mausoleo del Bab (le sue spoglie sono state portate dall'Iran in Terra Santa) ed i giardini Bahai si dipartono a valle dal quartiere German Colony con la via Ben Gurion, sua principale arteria, nel centro, e questa è un'altra storia molto interessante che, secondo me, merita di essere raccontata:  a metà '800 in Germania un'organizzazione fondamentalista di cristiani luterani fonda una "Società per il raduno del popolo di Dio a Gerusalemme". Prendono il nome di Deutscher Templer,  ma sono i templari moderni , un gruppo sparuto ma determinato da non confondersi con i cavalieri medioevali delle crociate che in questo caso non c'entrano proprio niente. Vengono in Palestina per vivere secondo la visione apostolica messianica ed accelerare così la seconda venuta di Cristo sulla terra. Acquistano per cominciare del terreno a Haifa, dove ai piedi del Monte Carmelo formano la loro prima comunità in Terra Santa. Vie e strade tagliate col righello, casette di pietra ordinate e pulite, gerani sul balcone, tettucci rossi come nelle Alpi bavaresi, niente a che vedere con l'architettura locale. 
Operosi e intraprendenti, vengono impiegati nella costruzione di insediamenti ebraici e diventano espertissimi nella coltivazione viticola, in quella dell'olio e di saponi esportati poi con grande successo nel mondo intero. Convivono pacificamente con arabi ed ebrei, ma da buoni teutonici fondamentalisti sono nazionalisti e fedeli alla madrepatria, al momento opportuno non faranno alcuna distinzione fra l'amore per Cristo e quello per il Fuehrer, ameranno entrambi. Nel 1942 vengono così espulsi dalla Palestina per ordine del governo mandatario inglese e trasferiti in Australia fino al 1947. Interessante notare che se il quartiere della cosiddetta German Colony di Haifa è abitato per lo più da palestinesi maroniti ed ha vocazione totalmente turistica, il corrispettivo del quartiere dei Templari tedeschi a Tel Aviv si chiama Sarona e, ironia del destino, negli anni della lotta clandestina per l'indipendenza di Israele diventa il quartier generale dell'Haganà, l'esercito di difesa del Yishuv, la comunità ebraica in Palestina.
Il fatto  è che sotto le casette bucoliche e verdeggianti, nella terra profonda, c'è un labirinto di cantine  oltremodo sicure che a suo tempo erano servite per l'invecchiamento del vino dei buon templari. Già, un semplice cambiamento di destinazione d'uso! Tutto intorno al nucleo storico di Sarona che ora si vuole preservare, (si stanno restaurando alcune delle 41 case del nucleo abitativo originario) sorgono grattacieli, è la Kyria, complesso di edifici governativi, alcune basi dei comandi di difesa israeliani.

Adagiata come un manto fra il monte Carmelo ed il mare, Haifa sembra accogliere serena i giorni che passano, lontana dai vortici di Tel Aviv e dall'eternità che ti interroga di Gerusalemme. Capisco perché qua vivano e lavorino diversi scrittori israeliani, lo sguardo può spaziare tranquillo lontano.



mercoledì 24 novembre 2010

Atlit: la storia di un tempo e di un posto

 Ora si presenta in questo modo: un lungo viale, (chiamato un tempo "Promenade" dai reclusi) aperto in mezzo ai due campi, sono gli alberi ormai cresciuti a fornire l'unica delimitazione delle due aree. Ma non è stato sempre così, in tempi neanche poi tanto remoti, dal 1939 al 14 maggio 1948, giorno dell'Indipendenza dello stato di Israele, ci sono stati reti e filo spinato come recinzione, donne e bambini nel campo a sinistra, uomini e ragazzi a destra. Le famiglie erano dunque divise, ma dalle 3 alle 6 del pomeriggio le porte si aprivano e gli uomini potevano  incontrare ed abbracciare mogli e figli.

 Come per ogni campo che si rispetti c'erano sentinelle, soldati armati e 6 torri di guardia, ne è rimasta una. Dal 1920 al 1948 la Palestina è stata sotto Protettorato Britannico. Dal '39 gli inglesi avevano stabilito delle severe quote di immigrazione che variavano ogni 6 mesi; il White Paper, l'autorizzazione ad entrare nel paese veniva concessa grossomodo a 1500 persone al mese. Il flusso incontenibile che tentava la fuga dall'Europa nazista rappresentava agli occhi degli inglesi un arrivo illegale da fermare con ogni mezzo ( controllo della costa con postazioni radar e navi vedetta, sorveglianza aerea), interpretazione, questa, inaccettabile per lo Yishuv, l'organizzazione della comunità ebraica in Palestina.

Questa era la baracca della disinfestazione, primo luogo in cui venivano portati i nuovi arrivati. Dovevano spogliarsi, mettere i vestiti in una grossa centrifuga (foto qui sotto), venivano spruzzati di DDT ed invitati a fare la doccia. E se non era acqua ma zyklon B? Chi aveva conosciuto direttamente o indirettamente l'esperienza dei campi di concentramento in Europa era traumatizzato e si rifiutava; da alcune testimonianze del centro di documentazione del campo risulta che a volte i soldati inglesi facevano loro stessi la doccia per convincere e rassicurare la gente.

Nel campo c'erano 80 baracche, caldissime d'estate e gelide in inverno  poiché era vietato accendere il fuoco all'interno. Servivano a molteplici attività: luogo di incontro, scuola, biblioteca, discussioni politiche, lavori manuali, spazio per fare musica. Le guardie contavano ogni sera le persone e per la notte le porte venivano chiuse. La permanenza media nel campo era di 6 mesi, ma poteva variare secondo i casi da pochi giorni fino a due anni. Gli internati soffrivano per la detenzione, per l'incertezza in cui vivevano, per decisioni militari e politiche che risultavano assurde; svariati gli scioperi della fame di protesta.
Questa la ricostruzione di una baracca-abitazione in cui potevano ammassarsi da 30 a 70 persone a seconda dei periodi e dei flussi migratori. In assenza di qualsivoglia struttura, i sacchi con le poche cose pendevano dal soffitto. Con le nazionalità revocate in molti stati europei e la conseguente espulsione, con la Germania nazista imperante, con il rifiuto di accoglienza  da parte di quasi tutti gli Stati del mondo, l'immigrazione illegale in Palestina ha rappresentato, per moltissimi l'unica speranza di sopravvivenza e un polmone di ossigeno per la comunità ebraica già esistente sul territorio che sognava finalmente un proprio stato indipendente.

Eppure........ Eppure si può essere felici in un campo di internamento? Si può gioire senza libertà e con la propria famiglia divisa? Si, lo raccontano i volti di tutte le fotografie, immagini che riempiono quattro intere pareti di una stanza ricostruita come la tolda di quella nave che li ha salvati. Qualcuno all'arrivo ha potuto riabbracciare  i suoi cari, c'è la speranza, prima o poi si uscirà, fuori da quei cancelli attendono un paese nuovo ed una vita nuova, possibile pensare di ricominciare a vivere.  "I wish to see you a prisoner of the British" pare si augurassero in molti durante le tormentate navigazioni. Fra tedeschi o inglesi c'era forse da pensarci un attimo allora?










 

Sulla vecchia strada costiera che da Tel Aviv porta a nord, poco dopo Cesarea e  a 16 chilometri prima di Haifa, c'è il Campo d'Immigrazione Clandestina di Atlit, costruito durante gli anni del mandato britannico in Palestina. La storia di questo luogo rappresenta un capitolo imprescindibile di Israele. Fra il 1934 e il 1948 hanno tentato l'approdo con alterne vicende 141 navi con circa 121.000 persone. Le navi venivano intercettate, le persone a bordo considerate immigrati illegali e condotte, quelle fortunate, ad Atlit, le altre  espulse e internate a Cipro o persino alle Mauritius per non parlare delle imbarcazioni affondate e dei tanti morti. Fra il 1946 ed il '48 sono stati prigionieri qui anche vari membri delle organizzazioni clandestine ebraiche che lottavano per la futura indipendenza di Israele. Dopo il '48 il campo è servito  come centro iniziale di raccolta per gli arrivi dei flussi migratori e poi anche come luogo di detenzione provvisoria per soldati arabi durante la crisi del canale di Suez nel '56 e nel '67 dopo la guerra dei 6 giorni. Caduto in disuso e quasi completamente smantellato negli anni 70, The Society for Preservation of Israel Heritage Sites costituitasi nel 1984  si è impegnata a ristrutturare il luogo e farne un centro di documentazione e testimonianza per i Ma'apilim, gli immigranti clandestini. A molti questo post non interesserà, ma è una pagina di storia e c'è chi l'ha vissuta drammaticamente in prima persona, come mia madre che ad Atlit ci ha passato solo pochi giorni (c'era il ricongiungimento familiare col fratello già in Palestina che poteva accoglierla), come mio padre, (ne ho accennato nel post Libertad) che ad Atlit ha passato sette mesi della sua vita.

sabato 20 novembre 2010

Cesarea


Ho rotto per una settimana la consegna della solitudine, ma come non accogliere il fedele compagno di viaggio Gastone il fortunato, alias la bionda Patrizia, in crisi di astinenza da libertà? Nonna recentissima e molto attiva, pare fosse sommersa dalle cacche dell'adorato labrador Greta a lei affidato e da quelle della nipotina Emma. Non è facile ritrovarsi improvvisamente fra montagne di pannolini e strilli notturni, le urgeva una sosta, una boccata d'aria profumata. Con un rent a car molto a buon mercato in Israele e lei pilota d'origine controllata, l'ho messa subito in pista per tre giorni di nuove scoperte. Prima tappa Cesarea con il suo parco archeologico. Modesta colonia fenicia 3-4 secoli prima dell'era volgare, Erode la volle considerare la sua città, le diede il nome Cesarea in onore dell'imperatore Cesare Augusto e ne fece iniziare l'edificazione nel 22 a.C. Doveva essere grandiosa, con un anfiteatro che poteva ospitare più di 4000 spettatori (cambiato e rimaneggiato nel corso dei secoli, ora offre incredibili concerti sotto le stelle) ed un altro che fungeva da ippodromo per più di 10.000 persone, il suo palazzo Promontorio davanti al mare, il cardo, naturalmente le terme. Fuori del parco archeologico, quel che rimane delle due dighe, costruzioni lunghe più di 500 metri, blocchi di pietra di immane grandezza piazzati in mezzo ai flutti e costati all'epoca chissà quante vite umane.

Adesso con quel mare ci giocano i bambini ed è un vero piacere guardarli





Alla sua morte Cesarea divenne la capitale locale dell'impero romano e Ponzio Pilato vi risiedette come prefetto.


 Le pietre dell'anfiteatro, se hanno buona memoria, potrebbero raccontare delle esecuzioni  cui hanno assistito, in particolare quelle dei giudei del primo secolo, rei di due rivolte contro l'occupazione romana con la conseguente distruzione per la seconda volta del Tempio di Gerusalemme.                                                                    
                                                                                     

Grandioso l'ippodromo che si snoda lungo il mare, una biga in ferro stilizzata sollecita la fantasia a cercare lontano nel tempo.


Conquistata dagli arabi nel 640 e poi lasciata all'abbandono,  tornò in auge con i crociati che scoprendo un vaso esagonale di vetro, credettero di aver trovato il Santo Graal, la coppa in cui avrebbe bevuto Gesù durante l'ultima Cena. Questa coppa è ora conservata nella Cattedrale di San Lorenzo a Genova.
 Con alterne vicende fra arabi e crociati, Cesarea è poi conquista del re di Francia Luigi IX nel 1251. Datano da allora le fortificazioni restaurate visibili ancora oggi, insufficienti a difendere la cittadella dai Mamelucchi che solo pochi anni dopo la distruggono. Scivolata lentamente e inesorabilmente sotto la sabbia per quasi sette secoli, l'antichissima Cesarea, che faceva concorrenza ai mitici porti di Alessandria e Antiochia, ha cominciato a svelare la sua presenza ed il suo glorioso passato agli abitanti del vicino kibboutz Sdot Yam che trovavano reperti dissodando e arando la terra. Gli ingenti sforzi di recupero degli anni 90 poi, hanno potuto restituirci in parte consistente questa importante testimonianza storica.




 Accanto si è gradatamente creata una piccola Cesarea moderna, ville e villone  lussuose fra giardini e aiuole, buen retiro di ricconi del mondo intero compreso politici locali, ma questa è un'altra storia e per la verità non mi interessa, preferisco il pescatore che mi mostra fiero l'ultimo regalo del mare, spero che il pesce non sia archeologico, puzzerebbe troppo.
      

martedì 16 novembre 2010

small, please

Do qui un consiglio da vera amica, se in giro per Israele, al bar o  al ristorante per bevande o vivande vi si chiede  per caso se gradite grande o piccolo, voi rispondete sempre senza esitazione e con determinazione small please, perché anche il piccolo è sempre very big. Naturalmente non sto parlando a vanvera, ho le mie buone ragioni per sostenerlo, guadagnate sul campo dell'esperienza quotidiana. Per scrivere questo post e raccogliere la documentazione necessaria ci ho messo del tempo, i prezzi sono ragionevolissimi e mangio fuori  una volta al giorno, a pranzo, la sera due yogurth, un pezzetto di formaggio e una mela in camera e via andare e mi sono diverta un mondo perché prima di accingermi alle pantagrueliche porzioni, ovunque mi trovassi, fotografia, un'immagine in certi casi è molto più esplicita.
                          
Cominciamo per esempio da un semplicissimo toast al formaggio che ordinate alle due al baretto della spiaggia giusto perché non avete una gran fame, solo un languorino e volete star leggeri. Ecco cosa vi arriva:  doppio toast, su un letto matrimoniale king size di insalata mista e condimento con maionese.




Ammettiamo che chiedete un tozzetto di pane giusto per accompagnare l'insalatona:










Passate a fare un salutino dalla cugina, ammesso che ne abbiate una da queste parti come me e lei  vi invita a fermarvi a  pranzo scusandosi se  non cucinerà niente, giusto due avanzi insieme alla buona e presto presto mette tutto sul tavolo della cucina: pollo e riso, taboulet, insalata verde con carote cipollino e cetrioli, quinoia con verdure, foglie di vite ripiene (la mia passione), sigarette di pasta brique ripiene di patate, fagiolini piatti al vapore con pomodori, una purea piccantissima di carote che non ho assaggiato. Aiutoooooo!

Ho l'onore di presentarvi un'insalatona di tonno, per una persona s'intende. Sul menu erano previste anche patate, crostini e julienne di peperoni, ma ho pregato di soprassedere: insalata verde mista, uova sode, fagiolini, stringhe di cipollino, julienne di carote e al centro una mega palla di tonno lavorato con maionese.

Certo, un modo per non soccombere e oltre tutto risparmiare sarebbe quello di viaggiare sempre in coppia, perfetto, con una porzione si è a posto in due. Quello che oltretutto non riesco a spiegarmi è che non vedo assolutamente le obesità inenarrabili che circolano in America, anzi, bei fisici, sono tutti super attenti, salutisti, sportivi, alle 6,30 del mattino il lungomare gremito, tutti a fare ginnastica, nuoto, footing , allenamenti sulle strutture a cielo aperto in spiaggia, tutti con la sacca di ginnastica a tracolla ed a tutte le età. Mah, misteri calorici della giungla nera!  


mercoledì 10 novembre 2010

sababa

Quando sento parlare in autobus, per strada, in spiaggia, nei miei vagabondaggi senza meta, capisco pochissimo o niente, ma sono curiosa come una scimmia e ascolto; una parola ricorre spesso, soprattutto nelle conversazioni fra giovani: saibaba, saibaba. Ma che ci azzecca- mi chiedevo- il guru indiano? Niente, proprio niente, difatti allungando meglio le orecchie ho capito che si trattava di sababa. Sababa da queste parti è una parola magica, una specie di jolly da usare in positivo in tutte le situazioni e vuol dire  un sacco di cose:: va bene così, OK, non c'è problema, d'accordo, non ti preoccupare, cool,.  Nel mio procedere auditivo mi sono fatta l'idea  che "sababa" sia ben più di una parola, di un semplice intercalare, sababa secondo me è un vero e proprio way of life, una filosofia per vivere, un modo fatalistico e gioioso di approccio alla realtà, particolarmente sentito forse nei sud del mondo. Se per esempio cerco di fare un estratto di nascita e l'impiegata dopo aver scrutato lo schermo del computer mi comunica con lo sguardo glauco che io non esisto e cinque minuti dopo per miracolo mi trova e torno ad esistere, io mi meraviglio, ma mio cugino che gentilmente mi accompagna no. Perché? ma perché sababa!. Se vado a cercare la casa e la strada dove sono nata, scopro che la via è scritta in modo diverso. E allora? Pare che molte strade qui abbiano dei cartelli diversi, e poi cosa mai sarà una "s" in più o in meno di fronte all'eternità? that's life, sababa!

Se arbitrariamente mi permetto di applicare  il criterio sababa, succede che vedendo gli strumenti di lavoro in un angolo e il netturbino in un altro, non penso -ma guarda sto lavativo- ma -poverino, si vede che era molto stanco-. sababa!   

E se incontro in pieno centro una casa con giardino stupendo e rigoglioso e proprio proprio accanto una schifezza, invece di rammaricarmi o incazzarmi userò la magica espressione?

Ho certamente dilatato e alterato a modo mio il significato della parola, però ormai il dubbio si è insinuato nei miei pensieri. Non è che tra le potenzialità espressive inespresse e segrete di sababa c'è anche - ma chi se ne frega e andiamo avanti così? 

martedì 9 novembre 2010

Arte all'Università


Galleria universitaria d'arte Genia Schreiber, Università di Tel Aviv, questo è uno di quegli indirizzi da tenere preziosi in tasca se si viene da queste parti, ne vale veramente la pena. Intanto l'architettura e gli spazi interni: grandi, bianchi, luminosi e modernissimi, il confronto tiene senza problema con certe gallerie della Grande Mela.


All'ingresso una Testa di Medusa del 1999 di Giacomo Manzù.

Ingresso naturalmente gratuito, nessuna delle opere esposte in vendita poiché in quanto spazio universitario non è a fine di lucro, le pubblicazioni d'arte editate per le mostre a prezzi irrisori. Ma la cosa più bella è un'altra, me l'ha raccontata in una lunga chiacchierata la studentessa  alla reception ( Ruth, fotografa, ha già frequentato per  4 anni il prestigioso Istituto d'arte Betzalel di Gerusalemme per la sua formazione artistica, ora è per tre anni all'Università di Tel Aviv per completare quella teorica). Durante l'anno ci sono 4 mostre e tutto, dico proprio tutto, viene organizzato dagli studenti, sotto l'egida naturalmente degli insegnanti. Tutto significa la scelta dell'esposizione e degli artisti, l'allestimento, la preparazione dei cataloghi e del materiale informativo, le innumerevoli problematiche che stanno dietro l'organizzazione di una mostra; altro che critici d'arte, curatori e addetti ai lavori spocchiosi e irraggiungibili, i protagonisti sono loro, gli studenti, i giovani, subito sul campo con ruoli decisionali ed operativi. Mi sembra semplicemente fantastico.

In questo momento c'è una mostra fotografica. Se ho capito bene, una riflessione sulla fotografia come tentativo di rapporto e rielaborazione personale con l'immagine malgrado e nonostante le nuove risorse e possibilità offerte dall'epoca digitale che rischiano di alterare l'immediatezza del dialogo fra l'occhio e la realtà.

Qui pure la sede della Fondazione Michel Kikoine,  grazie alle tele donate dalla figlia dell'artista.     


Accanto ai quadri di Kikoine, per esempio un bellissimo "Nu couché, femme de l'artiste" del 1930, una serie di autoritratti di piccolo formato di Chagall (1912-13), Modigliani (1919), Soutine (1918), Kikoine (1925-27). 



Seguono poi dei ritratti che il grande Modì nei parigini anni '20 ha fatto agli amici Kisling, Max Jacob, Lipchitz, Chana Orloff. Parigi nei primi decenni del '900 per gli artisti europei, quelli provenienti dall'est in particolare, è stata veramente l'ombelico del mondo, sinonimo di libertà artistica e creativa, una immensa caverna d'Alì Babà che senza "apriti Sesamo" offriva gratuitamente, come il Louvre per esempio la domenica mattina, i suoi tesori. Ci sono approdati in tantissimi, dal Giappone come Foujita, dall'Italia come Boldini o Modigliani, dalla Bulgaria come Pascin, ma soprattutto la schiera di russi, lituani, ucraini come Zadkine, Soutine, Chagall, Survage, Kisling, Lipchitz, Mané-Katz, Naum Gabo, Pevsner, Brenner, Chagall, Orloff e tanti tanti altri. Tutti questi artisti costituiscono la cosiddetta "Ecole de Paris" o come dicono certi "l'Ecole juive de Paris" perché la maggior parte sono appunto ebrei. Tutti arrivati in quel porto franco per gli spiriti liberi, in quella terra d'accoglienza che è sempre stata la Francia, non più a Montmartre ma a Montparnasse, per respirare arte, cultura e libertà. All'inizio hanno fatto tutti la fame, alcuni sono diventati  famosissimi, altri sono morti chi di malattia chi per il nazismo, altri ancora sono riusciti a scappare soprattutto in America ed in Israele. Avevo scritto una modesta pubblicazione divulgativa alcuni anni fa sull'Ecole Juive de Paris, perciò li conosco, i famosi, ma anche i meno noti, avevo dovuto naturalmente studiare e documentarmi.  Mi ha dato grande gioia ritrovare molti di loro riuniti ed esposti alla Galleria Universitaria Genia Schreiber dell'Università di Tel Aviv.