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martedì 10 aprile 2012

Cile: que te vaya bien!

Questo è l'ultimo post del mio viaggio in Cile. Avrei ancora materiale per continuare, tantissime foto, appunti, idee, sei intense settimane in giro non sono poi così poche e il paese e la sua gente sono veramente straordinari come ho avuto modo di sottolineare più volte, ma a un certo punto bisogna mettere, come ad ogni cosa, la parola fine.
Il Museo della Memoria e dei Diritti Umani, soggetto di oggi, è uno dei primi luoghi che abbiamo visitato appena arrivate a Santiago eppure ne parlo oggi da ultimo. Per la  Cambogia ho fatto esattamente l'opposto, ho iniziato le mie note di viaggio di quel paese partendo dagli anni bui del khmer rossi e del fratello numero uno Pol Pot. Evidentemente non è casuale. In Cambogia l'indicibile passato mi sembrava ancora presente, scritto sui volti della gente, negli occhi dei non più giovanissimi, sui cartelli che segnalavano il pericolo mine antiuomo inesplose rimaste sottoterra in giro, nella povertà di certe campagne, nei giovani che sembrano vivere freneticamente secondo modelli che non sono i loro,  nell'innaturale contrasto fra lo sfavillio di certe mete turistiche, troppo turistiche e le condizioni generali di vita delle persone; inevitabile osservare il paese ripartendo da quel buco nero della storia.
 In Cile l'impressione è stata diversa, ho respirato un'aria "normale" in un paese "normale", malgrado la genericità dell'aggettivo. Prima di tutto perché hanno  vissuto una drammatica dittatura ma non certo un genocidio e poi il Cile, tornando alla democrazia senza spargimento di sangue, non si presenta come un paese lacerato. Il 5 ottobre 1988 più di 7 milioni di cileni hanno votato nel plebiscito che avrebbe dovuto garantire altri 8 anni di potere ad Augusto Pinochet, il generale del golpe militare di destra  dell'11 settembre 1973 in cui ha perso  drammaticamente la vita Salvador Allende, primo presidente marxista delle Americhe che era stato democraticamente eletto 3 anni prima.
Il palazzo de la Moneda
In quel plebiscito quasi il 55% dei cileni ha detto "no" al regime di Pinochet aprendo la strada a libere elezioni presidenziali. Offre queste riflessioni un bel articolo del Corriere della Sera a firma di Paolo Valentino scritto in occasione dell'importante vittoria elettorale della "Signora" Aung San Sun Kyi in Birmania, altro paese dalla storia tormentata che forse vede finalmente aprirsi degli spiragli verso la democrazia dopo il lungo e durissimo isolamento causato dalla dittatura militare di sinistra.
 "Naturalmente ci sono ancora divisioni- ha detto un anno fa al Corriere l'attuale Presidente cileno, Sebastiàn Pinera-, ma siamo stati in grado di tornare alla democrazia in modo unitario, saggio e pacifico, il che non è poco. Le transizioni dai regimi militari a sistemi democratici sono quasi sempre segnate da violenze, sangue e caos. Questo non fu il nostro caso. Ci fu un accordo tra le forze democratiche che avevano vinto il referendum e il vecchio regime, cambiammo la Costituzione, tutto avvenne nella stabilità. La transizione del Cile è stata un successo". ( dal Corriere della Sera del 3 aprile 2012).
 Fatte queste premesse, doverosamente El Museo de la Memoria y los Derechos Humanos documenta il periodo storico dall'11 settembre del 1973 al 10 marzo 1990 in Cile, registra gli attentati contro la vita e la dignità delle persone in quegli anni  e mostra anche dati di tutti quei paesi del mondo in cui quella Dichiarazione del 10 dicembre 1948 è stata o è ancora oggi regolarmente disattesa, una lista maledettamente lunga.
 La Comisiòn Nacional de Verdad y Reconciliaciòn creata nel '90 e la successiva Comisiòn sobre Prisòn Politica y Tortura (2003-29005) hanno documentazione di 3195 morti assassinati fra cui 150 minori e di 28.459 persone, molte non avevano mai fatto militanza politica, vittime di persecuzione, di prigione politica e di tortura, fra loro si contano 1244 minori e 3621 donne.
Fra le vittime, impressionante il numero di "desaparecidos", di alcuni non si sa ancora oggi niente, gli scomparsi senza traccia per occultare la crudeltà applicata dal regime, tecnica di eliminazione delle persone usata in tutte le dittature, nemmeno la possibilità per la famiglia di onorare e piangere i propri morti ammucchiati o dispersi forse tra i 380 centri clandestini di detenzione  dei 1132 complessivamente reperiti dalle Commissioni in giro per tutto il Cile. " Cuando a una persona la ejecutan es terrible, pero tù la ves. La puedes enterrar, llevarle flores y hacer el duelo. Pero el detenido desaparecido no sabes dònde està, no sabes qué pasò, si tiene frio, si tiene hambre o si de verdad muriò. Es para que la familia entera se vuelva loca". (Testimonianza di Juana, familiare di un detenuto scomparso).
"Yo no me opongo a la libertad de expresiòn, sòlo que no deseo que usted se exprese",
"Cosa fai se incontri un estremista? Gli do 10 bastonate. E se incontri un moderato? Gliene do 5". Due esempi di vignette satiriche nella sezione del museo che documenta i rapporti del regime con la cultura. Molto attiva  la penna di Palomo che fuggito in Messico dopo il colpo di stato pubblica la serie di fumetti "el Cuarto Reich" nel periodico Unomàsuno. Il decreto 3259 del luglio 1980 stabilisce che la circolazione dei libri deve essere autorizzata dal Ministero dell'Interno e vien da pensare che quella della censura è una vecchia storia. Nell'86 bruciano a Valparaìso 15.000 esemplari della casa editrice Oveja Negra che editava fra gli altri Garcia Marquez e Julio Cortàzar, proibiti i film di Scorsese e Aldomovar, proibite le canzoni di Joan Bàez e la serie dei divieti non finisce certo qui.
 Sempre molto interessante poi scoprire come ogni popolo trovi modi insospettati per riuscire comunque a manifestare dissenso, rivolta, dolore . Nel museo la bellissima collezione di "Arpilleras", pannelli di tessuto ricamati a mano a partire dal 1973, fatti dalle donne,  madri e spose di detenuti scomparsi e prigionieri politici. Nelle Arpilleras vengono rappresentate in modo naïf con ago e filo scene di denuncia, situazioni drammatiche e anche la speranza attraverso soli allo zenith, bambini che potranno tornare serenamente a giocare, il verde dei prati e le montagne che fanno da sfondo.
"Todo my amor esta aqui y se ha quedado pegado a las rocas, al mar, a las montanas". Queste toccanti parole sono scritte sopra al Memorial del Detenido Desaparecido y del Ejecutado Politico del 1994 eretto per i morti del '73-'74-'75 al  Cementerio General di Santiago che non potevamo mancare di visitare a completamento di questo percorso nel passato.

E' una città funeraria in mezzo a viali alberati, con tombe di tutti i generi, da certe simili a palazzi ad altre di estrema semplicità. Leggendo le lapidi si può in fondo ripercorrere la storia del paese. Qui si trovano i luoghi di sepoltura di illustri personaggi della vita pubblica e civile cilena e di diversi presidenti.
Ma le ultimi immagini che propongo di questo paese desidero che siano serene, come quelle di questi bambini che a Santiago giocano con l'acqua di una fontana in Barrio Brasil in una calda ed assolata domenica del febbraio 2012.
"Que te vaya bien", questo si augurano reciprocamente i cileni nel loro saluto di congedo al posto del nostro ciao e mi piace tantissimo. Que te vaya bien, che ti vada bene, un augurio misto di ottimismo e fatalità,  un "che ti vada bene" che comprende tutto, la salute, il lavoro, l'amore, la vita tout court. "Que te vaya bien!" Cile e grazie, sei un paese meraviglioso.

venerdì 30 marzo 2012

Cile: le case di Neruda


 Chascona a Santiago, Sebastiana a Valparaìso, Isla Negra nell'omonima località. Non anonime dimore, hanno tutte tanto di nome forse perché non sono case qualunque, sono quelle di Pablo Neruda. Tutte diverse, naturalmente ognuna ha la sua personalità e un'ubicazione geografica particolare e in fondo tutte uguali per delle caratteristiche comuni che fanno da filo conduttore.

 Delle case-museo innanzitutto, perché Neruda era un collezionista bulimico: opere d'arte asiatica ed africana , stampe cinesi,   Buddha, bastoni da passeggio, bottiglie, quadri di amici, Roberto Matta in testa, fotografie, libri, ricordi di viaggio di quando era stato console cileno a Ceylon, a Giava, in Birmania, occhi di Fornasetti così in bilico tra realtà e finzione, brocche, bamboline di Marbella, statuette dell'Isola di Pasqua e si potrebbe continuare all'infinito. Case-barca per forma architettonica della costruzione, delle terrazze, delle finestre spesso come oblò o del giardino e per i contenuti, collezioni incredibili del mondo del mare, foto e quadri di navigatori, mappe, sestanti, bussole, vascelli in bottiglia, stupende polene.

 L'oceano è direttamente o indirettamente sempre presente, amato e temuto, sull'acqua Neruda non ci andava mai, voleva però vederla sempre. Case-case, vere, calde, accoglienti, non di rappresentanza, fatte per godersi i momenti di intimità familiare, per ricevere gli amici, per mangiare in compagnia intorno alle grandi tavole con l'imprescindibile e fornitissimo angolo bar foriero di chissà quante bevute. Case che raccontano quanto Neruda amasse la vita, eccome!

Così, ogni mattino
della mia vita
attingo dal sogno
un altro sogno
La Chascona si trova in un ombreggiato vicolo cieco ai piedi del cerro bohème di San Cristobal, il santo protettore dei navigatori. La Fundaciòn Neruda che tutela e valorizza le vecchie case del poeta, ha sede in questo edificio a forma di nave. Chascona è una parola cilena che sta a dire capelli ricci, rossi e ricci come quelli della terza moglie del poeta, Matilde Urrutia,  tenuta segreta per due anni perché allora c'era ancora in circolazione la seconda moglie; già, anche i sommi poeti sono maledettamente uomini.
Di Matilde c'è la copia di un quadro che la rappresenta del 1953 di Diego Rivera e poi una ceramica e un quadro di Fernand Léger che ha fatto le illustrazioni della prima edizione francese del Canto General. Sono tre piccole case abbarbiccate  sulla collina in mezzo ad una vegetazione lussureggiante, una per la vita sociale con il bar e la sala da pranzo, la stanza per gli ospiti, una per la vita privata, nella terza, la più alta con la bella vista sulla città, la biblioteca e lo studio di lavoro. Rigorosamente proibito fotografare gli interni.
La Chascona oggi non è esattamente originale come allora, durante il colpo di stato del '73 è stata profanata, saccheggiata, durante gli anni di Pinochet oggetti, ricordi e più di 7000 libri sono stati bruciati; è purtroppo una vecchia storia che sempre si ripete, il libero pensiero, la circolazione delle idee e la cultura fanno paura alle dittature e in case come queste tutto parla.

Su, su, come un faro a picco sugli scogli, alla sommità del cerro Bellavista, più alternativo e ruspante dei due cerri turistici Concepciòn e Alegre di Valparaìso, ci sta la Sebastiana da cui si gode di una tale vista mozzafiato che mette voglia di diventar poeta anche chi non lo è per tradurre in parole un simile spettacolo.
La mia casa è stata costruita anche come un giocattolo ed io ci gioco da mattina a sera. Qui ho riunito giocattoli piccoli e grandi senza i quali non potrei vivere. Non ricordo più chi l'ha detto che i poeti sono come i bambini, ma non serve altro, più esplicito di così si muore, girando per le stanze questa intuizione diventa palpabile. Vissuto, pieno di atmosfera, originale, è proprio l'antro  di una Sibilla curiosa che ha sete e fame di tutto.

Yo establecì la casa./ La hice primero de aire/ Luego subì en el aire la bandera/ y la dejé colgada/ del firmamento, de la estrella, de/ la claridad y de la oscuridad....  (la Sebastiana)
Festa memorabile per l'inaugurazione  quel 18 settembre del 1961. Il poeta amava passare l'ultimo dell'anno alla Sebastiana per ammirare con gli amici i fuochi d'artificio sul porto dal suo terrazzo così privilegiato. Il bar tutto rosa era il luogo sacro dove preparare un cocktail di sua invenzione, bottiglie e bicchieri colorati perchè fin da bambino aveva scoperto che l'acqua là dentro aveva un sapore migliore. 


E poi l'ultima, la più amata, quella di Isla Negra, quella dove ha scritto la maggior parte delle sue poesie, quella che gli consentiva lunghe passeggiate sulla spiaggia alla ricerca dei doni dell'oceano come quel vecchio asse di legno che gli fungeva da scrittoio."Questa casa è la mia barca ancorata sulla terra" soleva dire e qui, semplicemente davanti all'oceano  voleva essere seppellito. E' stato accontentato, la sua Matilde gli è accanto.
Ci si arriva percorrendo un lungo sentiero in terra battuta fra il verde di alberi e cespugli, un sole accecante, la voce grossa e inarrestabile dell'oceano, la brezza del vento e va bene così, la camminata favorisce il silenzio ed il raccoglimento di fronte a una natura così prepotentemente protagonista.

Agli inizi, nel 1938 la casa era un vecchio rudere, il poeta lo ha restaurato, ingrandito, aggiunto qualcosa anno dopo anno. Il suo battello ancorato sulla terra Neruda l'ha lasciato l'11 settembre 1973, un altro 11 settembre da brivido, il giorno del colpo di stato del generale Pinochet; insultato dai militari, sfinito dalla chemio contro il cancro che lo divorava, morirà pochi giorni dopo a Santiago. Lasciata in eredità al partito comunista, l'Isla Negra, come le altre dimore, è stata confiscata e chiusa dal regime per anni e riaperta come fondazione-casa-museo nel '90 col ripristino della democrazia nel paese. Così nel '92 il poeta potrà finalmente ritornarci e riposare in pace.
 " Compagni miei, seppellitemi a Isla Negra, di fronte al mare che conosco, di fronte alle aspre superfici di pietre e di onde che i miei occhi smarriti non rivedranno mai ".

Lo diceva lui stesso: " Non sono un navigatore che a parole, preferisco avere i piedi per terra" e allora eccola la sua barca saldamente ancorata in giardino davanti a flutti non solcati , Neruda ci  saliva a "navigare" tutti i giorni per prenderci l'aperitivo. 

A un operaio della casa che alla vista sulla parete di un grande ritratto di Walt Whitman chiede al poeta se si tratta del padre, Neruda pare abbia risposto che "si, padre en la poesia". E mi ha dato grande gioia vedere a  Isla Negra sul suo tavolo di lavoro un ritratto di Baudelaire. Whitman, Rimbaud e Baudelaire, i tre grandi maestri del poeta e, mi permetto di aggiungere, l'oceano davanti alla finestra.

Chi muore (Ode alla Vita)
Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine, ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,chi non cambia la marcia, chi non rischia e non cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce.
Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su bianco e i puntini sulle "i", piuttosto che un insieme di emozioni, proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso,quelle che fanno battere il cuore davanti all'errore e ai sentimenti.
Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul lavoro, chi non rischia la certezza per l'incertezza, per inseguire un sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli sensati.
Lentamente muore chi non legge, chi non viaggia, chi non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso.
Muore lentamente chi distrugge l'amor proprio, chi non si lascia aiutare, chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.
Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.
Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare.
Soltanto l'ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicità...

PABLO NERUDA