domenica 16 febbraio 2020

Pompei e il Gabinetto Segreto del Museo Archeologico

Nella centralissima piazza del Gesù Nuovo, dove alloggiavamo durante il soggiorno napoletano, passavano regolarmente degli autobus turistici che ci avrebbero portate direttamente senza soste a Pompei. Sarebbe stato più rapido e molto comodo, ma vuoi mettere andare alla stazione Garibaldi e prenderci la Circumvesuviana, un treno che da più di un secolo gira intorno al mitico Vesuvio e che già solo il nome  fa scintille, per fortuna non di lava. Prima di Pompei Scavi il treno si ferma a Ercolano e Torre del Greco, altri due luoghi che mi riprometto di visitare in una prossima occasione, il primo  perché dicono  di superficie meno estesa, ma meglio conservato di Pompei, il secondo per la lavorazione, la più famosa al mondo, dei suoi coralli. E poi il treno, come ho già scritto più volte, è il mezzo di trasporto che preferisco e se sei da queste parti, con la cordialità della gente, chiacchiere assicurate, come essere in un salotto di casa, manca solo il caffè coi biscottini.
Sbagliando,  non ci siamo affidate a una guida, non abbiamo dunque visitato questo sito straordinario in modo sistematico, limitandoci a girovagare di qua e di là seguendo la curiosità del momento e la piantina, comunque molto precisa, offertaci all'ingresso. Pare che Pompei sia stata fondata nel VII° prima dell'era volgare  dagli "osci", una popolazione della regione campana. Nei sette secoli successivi la città passa sotto il dominio di greci e sanniti fino a diventare, nell' 80 a.e.v. una colonia romana. Nel  62 e.v. la città deve fare i conti con un violento terremoto (descritto anche da Seneca), gravi danni ai templi e agli edifici pubblici con la conseguente evacuazione di buona parte dei suoi 20.000 abitanti che per fortuna non avevano ancora fatto ritorno alle loro case al momento della fatale eruzione  del Vesuvio del 79, solo 17 anni dopo la prima calamità tellurica. Si stima che l'eruzione abbia causato la morte di oltre 2000 persone fra uomini, donne e bambini.  Non solo Pompei, anche Ercolano, Stabia e altri centri minori verranno distrutti e sepolti sotto la cenere. Una cronaca descrittiva dell'eruzione è stata fatta da Plinio il Giovane nelle sue lettere a Tacito, fornendo indicazioni preziose ai vulcanologi che in tempi ben più recenti hanno voluto studiare il fenomeno. 
Pompei non risorge  dalle sue rovine e seppellita sotto la cenere viene praticamente abbandonata. Come non pensare alla città fantasma di Chaiten nella Patagonia cilena ( http://www.saranathan.it/2012/03/gia-la-nostalgia.html) o alla sublime Angkor  nascosta per secoli dalla lussureggiante vegetazione (http://www.saranathan.it/2011/08/angkor-lottava-meraviglia-del-mondo.html)? Molti secoli dopo, a fine XVI°, scavando nell'area un canale per le acque del fiume Sarno, vengono trovate delle tracce della città sepolta, ma è solo a partire dal 1748, durante il regno di Carlo di Borbone, che si iniziano  regolari e sistematici scavi archeologici che proseguono tuttora visto che degli originari 66 ettari dell'antico centro abitato, solo 44 risultano riportati alla luce allo stato attuale. Interessante leggere di come siano cambiate in questi due secoli le tecniche di scavo e il "cosa" cercare:  dapprima ci si limitava alle sculture, le pitture, i mosaici e gli oggetti suscettibili di interesse artistico e si ricoprivano nuovamente i ruderi portati alla luce, in una seconda fase, invece, ogni elemento diverrà fonte di studio e di analisi per presentare non solo oggetti e suppellettili, testimonianza preziosa della vita quotidiana dell'epoca, ma anche l'architettura di strade e case nel loro aspetto iniziale, la visione più esaustiva e conservativa possibile di una città del mondo antico andata in fumo nell'arco di due giorni.  Pompei è divisa in 9 grandi quartieri chiamati Regiones ed ogni quartiere è a sua volta divisa in vari isolati chiamati "insulae". 

Bellissima la ricostruzione di certe case aristocratiche con un "cave canem" sul pavimento dell'ingresso ben più artistico della targa dei nostri giorni e poi il cardo, il decumano, due teatri, l'anfiteatro, numerosi  templi, il foro con le sue terme e i granai, la casa del Fauno e le varie botteghe artigiane, come ad esempio quella del fornaio.

La Villa dei Misteri, che sorge a breve distanza dal nucleo urbano di Pompei fuori Porta Ercolano, è senz'altro il più bel esempio di villa suburbana, comprensibilmente famosa sia per la sua vastità che per la ricchezza delle pitture parietali, in particolare quelle  che decorano la vasta sala tricliniare (la sala da pranzo dell'epoca) e che hanno dato il nome all'edificio. Gli studiosi non concordano sull'interpretazione del grande fregio che gira tutto intorno alle pareti e che è stato attribuito a un pittore campano del 1° secolo a.e.v., sembrerebbe certa però una sua relazione con culti misterici e si è pensato che rappresenti i vari momenti dell'iniziazione di una sposa ai misteri dionisiaci; non a caso uno degli affreschi del triclinio rappresenta una scena di toiletta nuziale. 
Ho volutamente lasciato da ultimo l'argomento più scabroso, ovvero il lupanare, che non potevamo mancare di visitare sia per curiosità dei tanto decantati affreschi erotici, sia perché la struttura dell'edificio è pressoché integra.  Le stanze del piacere erano piuttosto anguste per la verità,  con dei letti in muratura e non so dire se si usava aggiungere sopra dei più comodi cuscini perché non ho trovato nessuna annotazione in proposito. Davvero esiguo il numero di kamasutra in visione perché la maggior parte dei decori murali e dei mosaici pompeiani si trova salvaguardata al favoloso Museo Archeologico che è stata la meta dell'indomani. Comunque non eravamo le sole a voler guardare le passate performances di Eros, c'era un gruppo di giapponesi, tutti uomini, che disciplinatamente attendevano il loro turno per dare un'occhiatina; impensabile non fotografarli! A Pompei sono stati identificati circa 25 bordelli e questo è il più grande, l'unico destinato fin dall'inizio a luogo di prostituzione con una latrina e dieci celle, divise su  due piani. Sopra le porte di ogni cella una scena erotica e i nomi graffiti sulle pareti attestano l'origine quasi sempre greca o orientale delle prostitute schiave che di fatto lavoravano "a gratis" visto che era il lenone a incassare l'intero guadagno, ma giustamente ci ha pensato l'imperatore Caligola a tassarli. Gli altri bordelli erano di un solo vano oppure nel retrobottega delle osterie , anche le terme erano un luogo privilegiato per l'incontro fisico.
Per finire la giornata, come ciliegina finale....ecco il tramonto che ci ha regalato Pompei.
Come accennato prima, a completamento della visita di Pompei e per vedere le testimonianze più belle, è indispensabile recarsi al Museo Archeologico, una straordinaria caverna di Alì Babà dagli inestimabili tesori. Ci vorrebbero tre giorni per visitarlo bene e non so quanti volumi per raccontarne. Le collezioni di sculture Farnese e Borgia, la collezione di tesori dell'antico Egitto seconda solo a quella di Torino, la collezione di epigrafi greche, italiche e latine, gli affreschi e i mosaici più pregevoli di Ercolano e Pompei...aiuto...un patrimonio favoloso ma troppo impegnativo e non ne parlo, limitandomi a qualche immagine pompeiana e al Gabinetto Segreto o meglio al "Gabinetto degli oggetti osceni" istituito ufficialmente nel 1821 su proposta della figlia del futuro re borbonico Francesco I.( "Sarebbe cosa ben fatta il chiudere tutti gli oggetti osceni di qualunque materia essi fossero, in una stanza alla quale avessero poi unicamente ingresso le persone di matura età e di conosciuta morale" il suggerimento dell'epoca di Luisa Carlotta).  
Con alternanze nei vari momenti storici, le collezioni di "oggetti osceni" vengono segregate, censurate o appena dissimulate in camere riservate e  di fatto la loro visibilità integrale resta limitata oltre la metà del primo novecento. Riaperto nel 1976 e dopo lavori di restauro è solo dalla primavera del 2000 che inizia l'attuale allestimento. Nella ricca serie di materiali di soggetto erotico restituitici dalle città vesuviane e da Pompei in particolare, il gruppo più numeroso e costituito dalle pitture mitologiche. Il sesso si colloca a mezza strada tra la sfera di Venere e quella di Bacco e nel  mondo delle due divinità è sovente presente la figura di Ermafrodite, il dio dotato del membro virile e nel contempo di un bel corpo femmineo, un'ambiguità sessuale quanto mai attuale anche ai giorni nostri. L'uso della pittura erotica era diventata di moda presso le classi alte della società romana sull'onda dell'ellenizzazione e anche  i giardini delle belle case patrizie  pullulavano di sculture  dalla sessualità mai celata. Una sessualità che nel bordello pompeiano diventa reale esemplificazione con le diverse posizioni degli atti sessuali proposti dalle prostitute schiave.  "Hic habitat felicitas" sta scritto su un fallo in travertino e guardando un affresco caricaturale del dio Mercurio ho imparato il significato dell'aggettivo itifallico, che significa con il membro in erezione.  Termino il "Gabinetto Segreto"con un gruppo di seni, uteri e 24 falli di terracotta ex voto anatomici, per sottolineare anche il carattere protettivo benefico della sessualità. Nella romanità, il membro virile aveva proprietà scaramantiche, teneva lontano il male, un vero talismano di fecondità e prosperità (e viene in mente il Lingam indiano, simbolo di Shiva e principio della creazione). Queste terracotte anatomiche del IV°-II° secolo a.e.v. non provengono da Pompei, ma da una stipe votiva dell'antica Cales (Calvi Risorta in provincia di Caserta), ma nel Gabinetto Segreto hanno trovato la loro perfetta collocazione.  























sabato 8 febbraio 2020

la Settima Arte e Matisse

Davanti alla Baie des Anges non gira solo la ruota panoramica del luna park in piazza Massena. Da 100 anni gira anche la cinepresa per immortalare sullo schermo divi e film che ci hanno fatto emozionare e sognare, divi e film che hanno segnato fin dai suoi albori la storia della settima arte.  Era una vita che avevo sentito parlare dei set cinematografici di Nizza e che desideravo visitarli, ma ogni mia ricerca era risultata infruttuosa e poi, lo scorso settembre, una bellissima sorpresa, per celebrare i suoi 100 anni, gli Studios de la Victorine aprivano i battenti al pubblico; due giornate gratuite porte aperte con tanto di visite guidate, conferenze, dibattiti, esposizioni e  navetta messa a disposizione dalla municipalità che dalla fermata del tram portava fino alla collina di Saint Augustin dove sono situati. Una bellissima esperienza!
E' da inizio '900 che i pionieri del cinema convergono verso questo angolo di mondo per approfittare del clima e della sua luce. A Nizza gli Studios de la Victorine attireranno i più celebri registi,  dalla fine della II guerra mondiale a Cannes, a pochi chilometri di distanza, inizia la sua avventura il prestigioso festival del cinema, una Brigitte Bardot più nuda che vestita lancerà la moda di Saint Tropez e i fratelli Lumière,  riconosciuti inventori della settima arte, si fanno costruire una bella villa a Cap d'Ail per il meritato riposo. Decisamente la Costa Azzurra è una Los Angeles europea in miniatura. Gli Studios de la Victorine nascono a Nizza nel 1919 per iniziativa del produttore Louis Nalpas (un turco che da esportatore di film per il medio-oriente, diventa regista e poi produttore) e del suo socio Serge Sandberg (un lituano che dopo aver girato mezzo mondo si stabilisce in Francia come distributore di film e produttore). Il successo del primo film "La sultane de l'amour" girato in una villa del quartiere di Cimiez di cui Nalpas scrive la sceneggiatura, gli offrirà i fondi necessari per acquistare una proprietà di sette ettari a Saint Augustin, nelle alture a ovest della città. Qui sorgeranno presto 4 Studios, un teatro, una piattaforma esterna all'aperto, laboratori, uffici e ateliers. Attualmente sono operazionali 10 studios, uno è stato distrutto da un incendio nel 1944 e non è mai stato ricostruito.
Certo non facili da gestire e molto costosi con i continui progressi tecnici necessari, gli Studios negli anni attraversano varie peripezie fra cui soventi difficoltà finanziarie e più incendi e diversi sono i proprietari e i gestori  che si alterneranno, per esempio a partire dal 1925  Rex Ingram, cineasta americano pupillo della Metro Goldwyn Mayer che implementerà la struttura e il numero di film girati.  Comunque nella Hollywood nizzarda degli anni '30 vi si girano una trentina di film e  saranno in pieno fermento anche gli anni '40 che brulicano di artisti del mondo dello spettacolo in fuga verso il libero sud dalla Parigi occupata dai tedeschi. Fiore all'occhiello degli Studios, e tuttora attiva, la falegnameria che ha saputo montare decori grandiosi per gli esterni e con una competenza particolare per la costruzione di navi acquisita durante le riprese, nel 1926, del film muto "Mare Nostrum", recentemente riscoperto e restaurato. Come dicevo, nei decenni per gli Studios de la Victorine anni di fasti e anni difficili di torpore e quasi abbandono, a un certo punto divenuti Studios Riviera per un gruppo audiovisivo e nel presente ripresi direttamente dalla gestione comunale che li vuole riportare agli antichi splendori, non a caso il progetto si chiama "Pour une renaissance des studios de la Victorine"
Allestite in due studios e bellissime le rievocazioni documentarie di due film simbolo della storia del cinema, ovvero "Les enfants du paradis" del 1945  di Marcel Carné con uno straordinario Jean-Louis Barrault" e "La nuit américaine" del 1973 di François Truffaut, esponente di spicco della cosiddetta Nouvelle Vague francese. E' grazie a un casuale incontro sulla Promenade des Anglais con Barrault che il poeta-scrittore Jacques Prévert e il regista Carné abbozzano la sceneggiatura de Les Enfants du Paradis, pellicola cult che con grande poesia rievoca la vita del mimo Debureau e l'amore di Prévert per una vecchia Parigi brulicante di teatri. La falegnameria de la Victorine lavorerà a pieno regime per ricostruire quel boulevard du Temple parigino degli anni 1820 divenuto nel film il Boulevard du crime. Anche La nuit américaine, interamente girata alla Victorine, vuole essere riflessione e dichiarazione d'amore di Truffaut per la 7° arte e il mestiere di regista.
Con una perfetta regia culturale, anche i musei cittadini hanno voluto sottolineare quel filo d'amore che unisce da più di un secolo la Costa Azzurra al cinema organizzando varie esposizioni  sul tema. "Nice Cinémapolis" per esempio al museo Masséna, "Le diable au corps. Quand l'op art électrise le cinéma" al Mamac, "Cinématisse" al museo Matisse sulla collina di Cimiez. Si scopre così, e non lo sapevo proprio che, spettatore assiduo di cineclub e sale di quartiere, Henri Matisse era un vero cinefilo. Il pittore ama le sale oscure, ama il cinema classico francese di René Clair, Jean Renoir, Sacha Guitry o Marcel Pagnol, ma anche quello hollywoodiano di Frank Capra, Cukor o Ernst Lubitsch; apprezza il lavoro del russo Eisenstein, le commedie musicali e i comici Stanlio e Ollio, Charlie Chaplin in particolare. Dopo la morte dell'impressionista Auguste Renoir (che risiedeva a Cagnes sur mer), continuerà a frequentare i suoi figli, Pierre e Jean, attore il primo, celeberrimo regista il secondo. Matisse subisce anche il fascino dei set, durante il suo soggiorno negli Stati Uniti nel 1930 va fino a Hollywood e visita gli Studios della Metro Goldwin Mayer e la proprietà di Buster Keaton, a Nizza frequenta Rex Ingram direttore della Victorine dal 1925 al '27. Dagli States poi, Matisse proseguirà il suo viaggio verso la Polinesia francese dove assisterà alla lavorazione del film Tabou del cineasta tedesco Murnau. Chissà, forse le superbe odalische del pittore racchiudono anche il fascino delle donne tahitiane. Un amore per la 7° arte, quello di Matisse, ampiamente contraccambiato soprattutto dai registi della Nouvelle Vague come Eric Rohmer, Jean-Luc Godard o Agnès Varda che nei loro lavori hanno citato certe sue opere o se ne sono ispirati apprezzando le capacità inventive e di improvvisazione dell'artista. (nelle foto sopra Matisse con il regista Rex Ingram a Nizza e con il regista Murnau a Tahiti).
         Fotografie prese durante la lavorazione del film Tabou in Polinesia francese. Tahiti 1930
Più che il movimento stesso, è la sua rappresentazione che interessa l'artista come scrive nel suo testo teorico "Note di un pittore" "le mouvement saisi dans son action....". La ricerca è quella di fissare sulla tela un istante di realtà nel suo costante mutarsi, consapevole che l'immagine non finisce lì,  nello spazio e nel tempo c'è un prima e un dopo. Come in una sequenza filmica, la gouache "La Vague" (1952) sembra rappresentare il flusso dell'onda,  quasi una pista sonora colta nell'attimo di un suo movimento e come una pellicola è il suo album di disegni seriali dal titolo musicale "Dessins.Thèmes et variations" del '42.  "Quand je travaille, c'est vraiment une sorte de cinéma perpétuel" scrive in una lettera Matisse al regista e critico d'arte Gaston Diehl e come la tecnica cinematografica sa cogliere, anche il lavoro di Matisse vuole partecipare e tradurre sul foglio quella continua metamorfosi dell'istante; ritmo e melodia concorrono all'esemplificazione grafica del movimento come dimostrerà per esempio il libro illustrato "Jazz" dove non solo le immagini, anche la scrittura fluida e armonica sembra volere danzare.