martedì 31 marzo 2015

di corsa a Biella: il Terzo Paradiso ci aspetta

Dopo Vigevano, ex-capitale della calzatura, eccomi a Biella, un'altra capitale che ha perso il titolo ma questa volta si tratta di lana. (http://vuotiaperdereblog.com/2013/11/05/la-citta-fantasma-della-lana/). Rimangono per fortuna e brillantemente attivi i grandi marchi che hanno reso famosi i nostri lanifici  nel mondo, ma tristemente visibili, anche all'occhio inesperto, i silenziosi scheletri di fabbriche diffuse sul territorio che raccontano di una storia finita. Rallegra il paesaggio, malgrado il cielo grigio e un'insistente pioggerella, l'ex-ponte delle Donne, andato distrutto sul torrente Cervo, trasformatosi in una processione di pinguini blu con tanto di sciarpa al collo grazie a una bellissima installazione  del Cracking Art Group, un movimento artistico nato proprio a Biella nel 1993.
Non solo vetri rotti e ruderi, fortunatamente alla vecchia manifattura Trombetta è andata proprio bene perché tutto restaurata è divenuta il cuore pulsante della "cittadellarte", una straordinaria realtà sociale-artistica-territoriale creata da Michelangelo Pistoletto che nel 1991 acquista il vecchio lanificio in disuso trasformandolo in un progetto di ampio respiro che ha iniziato ad essere operativo alla fine degli anni '90. E per la verità, la mia curiosità per Biella non era dovuta ai lanifici né agli outlet, troppi davvero, che disegnano l'attuale geografia dei luoghi, ma proprio alla Fondazione Pistoletto, alle opere dell'artista, e soprattutto al desiderio di saperne di più del Terzo Paradiso. Del primo paradiso, il più menzionato, non so nulla, in proposito ci sono varie ipotesi, tutte purtroppo inverificabili, sul secondo il mistero si fa ancora più fitto, ma Pistoletto ne ha immaginato e proposto un terzo, non lassù nel regno dei cieli, ma sulla terra, per campare meglio quaggiù  e, da laica impenitente, trovo la proposta meritevole di approfondimento. 
Dopo aver visto le attività di diversi atelier artigiani negli spazi messi a disposizione dalla Fondazione, aver girato al piano terra per le vecchie sale di rappresentanza della manifattura Trombetta, seguono ai piani superiori la collezione di "Arte Povera" dell'artista e una selezione della sua produzione. Le opere di Pistoletto vengono presentate secondo  una scelta ragionata che mostra tappe e sviluppi del suo percorso creativo a cominciare da quei primi autoritratti su fondi monocromi che lo condurranno progressivamente ai suoi "Quadri specchianti", invenzione assoluta che includono direttamente nell'opera la presenza attiva dello spettatore e che imporranno l'artista all'attenzione e al successo internazionali. Da ultimo, al luminosissimo bookshop ho comprato un libro del Pistoletto-pensiero, ovvero "Il Terzo Paradiso" edito da Marsilio, interpretato come "un passaggio evolutivo nel quale l'intelligenza umana trova i modi per convivere con l'intelligenza della natura"

Nel testo l'artista scrive di ricchezza come condivisione, di educazione come mezzo primario di trasformazione sociale, di democrazia come equilibrio tra le differenze, di libertà come generatrice di responsabilità, di arte come spiritualità, temi fondamentali della riflessione umana assolutamente condivisibili che ci interpellano tutti quanti in prima persona. "...Parlo e agisco come artista usufruendo della libertà che l'arte ha acquisito nel XX secolo, sapendo bene che a tale libertà corrisponde altrettanta responsabilità: più si è liberi, più si è responsabili. Ciascuno dovrebbe assumere quella dose di libertà che gli permette di manifestare più responsabilità; fortunatamente esistono già persone attive che dedicano la loro libertà a pratiche di utilità sociale, costituendosi in gruppi, associazioni e istituzioni capaci di condividere una trasformazione sociale responsabile..." 
Luogo di raccoglimento multiconfessionale e laico  1998-2000

"...Il grande dipinto del Giudizio Universale" era stato commissionato a Michelangelo dalla Chiesa di Roma e rappresentava Cristo nell'atto di giudicare l'umanità, in un tempo futuro. Il mio affresco è lo specchio, commissionato direttamente dall'artista che pone l'umanità di fronte a se stessa per il "giudizio" nel tempo attuale. Dunque in questo lavoro vi è un assunzione di responsabilità sia da parte dell'artista, sia da parte di ogni singola persona che direttamente, indirettamente o anche idealmente si trova al cospetto della propria immagine..." . "...Il Terzo Paradiso non vuole profetizzare un futuro imbevuto di speranze metafisiche, ma una trasformazione responsabile che riguardi ogni ambito della vita umana e convogli le energie mentali e pratiche di tutti per realizzare l'equilibrio tra natura e artificio, ragione e sentimento, individuo e società, pubblico e privato, globale e locale".
Arduo per una "non esperta" parlare di arte contemporanea e non lo farò, ho però pensato che sono davvero finiti i secoli della possibile fruizione puramente estetica ed emozionale della creazione artistica; a partire dalle avanguardie di primo novecento e oggi più che mai l'opera vuole essere avvicinata con un bagaglio di conoscenze del suo contesto e lo spettatore si deve documentare, non  può più  limitarsi ad essere soggetto passivo. Quanto alle idee e proposte espresse nel Terzo Paradiso da Pistoletto, ne sono entusiasta e spero proprio che si realizzino prima di sperimentare, se me lo merito, il paradiso Number One lassù nei cieli. 
Con l'amica Marina non siamo state sole nella nostra giornata fuori porta, ma abbiamo avuto la fortuna di avere come Cicerone graditissimo sua cugina Cipriana (mai sentito prima un nome così), detta Cipri, biellese d'origine controllata nonché molto simpatica. Siamo andate a prenderla verso mezzogiorno nel bel negozio in pieno centro "Dimensione Luci" dove lavora e poi via...a prenderci un caffé nella sua splendida casa che se non è un museo o l'antro di un collezionista, poco ci manca. Troppa voglia di fotografare lei e la sua casa e Cipri non ha detto di no.

Pranzetto veloce con coccole al cioccolato  della proprietaria e una squisita pasta ai carciofi in un ristorante al primo piano che sembra un appartamento privato. Da non mancare se si va da quelle parti, si chiama "The 2nd", viale Giacomo Matteotti 13. 
Bello il chiostro rinascimentale della Basilica di San Sebastiano che ospita il Museo del Territorio Biellese e bellissimo il Piazzo, ovvero il borgo medievale alto considerato il cuore della città che fino al  XIX° secolo ospitava il Municipio. Mi ha fatto un poco pensare a Bergamo alta perché vi si può accedere da numerose ripide coste e salite medievali, ma molto più pittoresco e meno faticoso prendere la funicolare. Proprio una giornata interessante, grazie Cipri, grazie Pistoletto e un invito a tutti alla riflessione per costruire insieme il Terzo Paradiso quaggiù!


venerdì 27 marzo 2015

non è mai troppo tardi

Su La Stampa di ieri 26 marzo in prima pagina " Se la Spagna si scusa con gli ebrei", un articolo di Roberto Toscano di particolare rilievo: concerne una legge appena promulgata dalle Cortes spagnole che riconoscono il diritto agli eredi degli ebrei espulsi di ricevere la cittadinanza spagnolaUna legge che simbolicamente, ma anche concretamente vuole essere riparatoria e dare una significativa svolta ad accadimenti avvenuti ben cinque secoli prima, ovvero quel famigerato editto di espulsione degli ebrei dalla Spagna del 31 marzo 1492. Non è mai troppo tardi e ben venga rimettere ordine nel passato, anche il più remoto, premessa indispensabile per il consolidarsi di una coscienza collettiva e la riappacificazione postuma degli animi. Gli armeni, ed è scandaloso, stanno ancora aspettando il riconoscimento del loro genocidio del 1915 da parte della Turchia (http://www.raistoria.rai.it/articoli/il-genocidio-degli-armeni/12836/default.aspx). Francamente non è probabile che diventi spagnola o vada a vivere da quelle parti, oltretutto mi dovrei immergere in sofisticatissime ricerche e burocrazie, ma è certo che faccio parte di coloro che ne avrebbero il diritto. La mia famiglia paterna, emigrata poi in quel che  era allora l'impero ottomano, fu espulsa proprio da Sepharad e a testimanianza di questo passato mi ha lasciato in eredità il ladino, lingua trasmessa oralmente nei secoli, che si parlava abitualmente a casa mia con la nonna e con mio padre. Il ladino o giudeo-spagnolo, praticamente lo spagnolo castillano dell'epoca frammisto a parole ebraiche e ad espressioni dei nuovi paesi di accoglienza, il turco nella specifica storia della mia famiglia con espressioni che mi riaffiorano nella memoria come per esempio "dondurma" per gelato, "borek- bureka- boreka" per le sfogliatelle ripiene di formaggio o patate e carne, "lakerda" per lo sgombro affumicato  o "hassiktir" imprecazione turca volgarissima che diceva mio padre quando era incazzato e di cui per anni, essendo una brava ragazza, non mi è stato svelato il significato; insomma, "uno spagnolo reso particolare dalle radici arcaiche e dalle influenze di altre lingue mediterranee" come ricorda giustamente l'autore dell'articolo. Chiamarla "nostalgia" come scrive Toscano è forse una parolona, troppo tempo è passato, ma è certo che ho adorato il mio recente viaggio in Andalusia (http://www.saranathan.it/2014/07/cordova-la-diaspora-culinaria.html), mi sono sentita come a casa. Non credo che chiederò la cittadinanza spagnola, ma sono molto contenta di averne  possibilità e diritto anche se cinquecento anni dopo. Decisamente non è mai troppo tardi.


Se la Spagna si scusa con gli ebrei  (Roberto Toscano) 
Si pensa di solito che i grandi misfatti della storia siano irrimediabili, ed in effetti così è, se pensiamo alle vite stroncate, alle sofferenze, alle intere comunità eliminate dal genocidio o spinte con la violenza sulle strade dell’esilio. Eppure sarebbe sbagliato ignorare il valore morale del riconoscimento delle ingiustizie perpetrate anche quando il riconoscimento avviene da parte di chi in nessun modo ne potrebbe essere considerato responsabile. Non esiste certo una colpa collettiva, ma riconoscere l’ingiustizia commessa abbandonando il troppo diffuso e volgare giustificazionismo in chiave storica («erano altri tempi, vigevano altri principi») è un gesto nobile su cui sarebbe ingeneroso ironizzare.
Ieri le Cortes, la Camera dei deputati spagnola, hanno compiuto questo gesto riconoscendo ai discendenti degli ebrei espulsi nel 1492 il diritto ad ottenere la cittadinanza spagnola. Si trattò allora di una colossale ingiustizia, e anche di un segno di ottusità che oggi definiremmo «fondamentalista», se pensiamo che gli ebrei non solo facevano parte integrante della società spagnola, ma ad essa contribuivano in modo molto sostanziale sotto il profilo economico e intellettuale. Quelle centinaia di migliaia di ebrei lasciarono «Sefarad» e si dispersero in tutta l’Europa, soprattutto nell’Europa mediterranea e in particolare nell’Impero Ottomano. Si racconta che il Sultano dell’epoca esprimesse tutta la sua sorpresa: «Curiosi questi sovrani spagnoli. Impoveriscono il loro regno ed arricchiscono il mio».
Gli ebrei sefarditi si sono radicati in diverse realtà ma non hanno mai dimenticato la Spagna, spesso conservando quasi miracolosamente le loro tradizioni e soprattutto la lingua, il «ladino», uno spagnolo reso particolare dalle radici arcaiche e dalle influenze di altre lingue mediterranee. Dopo l’espulsione del 1492, la persecuzione degli ebrei rimasti in Spagna in quanto convertiti fu l’obiettivo principale dell’Inquisizione spagnola, alla caccia spietata di convertiti accusati di mantenere segretamente la loro fede e i loro riti. Quelli che erano definiti «judaizantes», o molto più brutalmente, «marranos» (porci).
Ma la storia del rapporto fra Spagna ed ebrei non si riduce soltanto all’ espulsione del 1492 e alla persecuzione dei convertiti. Quello che è interessante, e che non molti sanno, è che non solo i sefarditi non hanno mai dimenticato la Spagna, ma nemmeno la Spagna ha dimenticato i sefarditi. Non lo ha fatto per la consapevolezza – una consapevolezza che nemmeno il più radicato fanatismo religioso poteva cancellare – che anche loro erano Spagna, così come è Spagna l’eredità musulmana di Al-Andalus. Questo spiega perché durante la Seconda Guerra Mondiale i diplomatici della Spagna franchista abbiano in molti casi dato protezione agli ebrei, fra l’altro senza distinguere fra sefarditi e askenaziti, ebrei del Centro-Est Europa. Molto probabilmente in Franco, astuto opportunista, c’era anche l’intento di costruirsi un’immagine positiva con gli Alleati, utile nel caso di una sconfitta tedesca, ma certamente non c’era solo questo.
Non si sa quanti tra i teoricamente aventi diritto chiederanno la cittadinanza spagnola, ma si può prevedere che non saranno in pochi, soprattutto per il forte legame sentimentale con un passato e una terra mai dimenticati. Si può invece prevedere che non molti saranno quelli che si trasferiranno effettivamente in Spagna.
Non mancano comunque le critiche, ad esempio per i requisiti imposti dalla nuova legge: sostanzialmente quello di essere in grado di dimostrare «un vincolo speciale con la Spagna» (come avere un cognome riconoscibile come sefardita o conoscere il ladino) requisiti che saranno verificati da parte degli «Istituti Cervantes». Ma qualcuno comincia anche a sollevare una questione ben più politica. Perché non approvare una legge analoga per i «moriscos», i musulmani spagnoli convertiti espulsi dalla Spagna all’inizio del ’600? Anche loro erano una componente significativa di una Spagna culturalmente plurale, ricca e creativa prima che si imponesse l’opprimente morsa dell’uniformità.
Si discuterà, ovviamente, di questo e di altro. Ma sarebbe ingeneroso non dare alla Spagna il riconoscimento di un gesto che andrebbe anzi imitato da altri Paesi al fine di riconoscere, e rimediare quanto meno simbolicamente, le troppe ingiustizie della storia. Ingiustizie che ben pochi possono sostenere di non avere commesse.

giovedì 19 marzo 2015

le isole Tonga non c'entrano niente

Solo isole Tonga, Galapagos o deserto del Gobi? Il viaggio degno di questo nome è solo quello esotico e lontano, il sogno di mete quasi irraggiungibili? E Abbiategrasso e Vigevano dove li mettiamo? Li buttiamo via? Non contano nulla? Vogliamo parlarne? Alla faccia degli itinerari "mega", è ora di spezzare una lancia per quelli "mini", sufficienti le poche ore di un pomeriggio domenicale, qualche chilometro in treno, macchina o bicicletta a rischio-costo-fatica zero, nessuna vaccinazione richiesta e se il passaporto è scaduto va bene lo stesso; una volta si chiamavano "gite fuori porta", ma non so, forse la formula è divenuta obsoleta.
La curiosità non basta, ci vuole sempre un pretesto per superare la pigrizia iniziale e questa volta l'occasione ci è stata fornita dalla Fiera artigianale al Castello Visconteo di Abbiategrasso e poi era l'8 marzo, il "giorno della donna" e c'era il sole, impensabile restarsene da soli a casa ad immalinconirsi. Alla manifestazione sotto le storiche volte delle sale viscontee e fuori in giardino di tutto di più: fiori, bigiotteria, le più fantasiose lavorazioni di ferro, pelle, stoffa, ceramica, ghiottonerie in barattolo, ma era l'una quando siamo arrivate e col pranzo non si scherza, per le strade non un'anima viva e le trattorie gremite. Atmosfera  tranquilla da paese antico, i cortili silenziosi con i panni stesi, i vecchi pensionati che vedremo più tardi giocare all'aperto a scopa, in piazza una fila di nani e pinguini, invenzioni della modernità, che attendono fiduciosi di far divertire i bambini sul ghiaccio della patinoire installata davanti al castello, con loro come sostegno niente più cadute rovinose.
Non solo il Castello  di matrice duecentesca con tanto di fossato  fatto erigere da Gian Galeazzo Visconti in posizione strategica, in asse col Naviglio Grande e con la strada di collegamento Milano-Vigevano, per strade e vicoli di Abbiategrasso anche una lunga serie di palazzi ( Annoni, Arconati, Castoldi, Conti, Corio, Cittadini Stampa etc...) che mostrano solo le facciate esterne tenendo purtroppo nascoste le loro bellezze nelle corti interne e gli androni chiusi  risultano come sipari impenetrabili. In pieno centro cittadino si fanno notare la trecentesca Basilica di S. Maria Nuova e il parco pubblico, la Fossa Viscontea, che mostra chiaramente il tracciato delle mura e del fossato che proteggevano il borgo; sui prati stupende distese di spontanee violette. 
Se fossi un medico prescriverei di andare a Vigevano regolarmente almeno una volta all'anno, così, come terapia ricostituente perché, bella com'è, fa bene alla salute e non solo per la sua piazza, tra le più spettacolari d'Italia. Da mandar giù come una benefica pozione senza controindicazioni tutto il centro storico con la sua struttura armoniosamente rinascimentale grazie allo zampino del genio architettonico del Bramante. Sorta sulla sommità dominante la valle del Ticino, il suo sviluppo inizia a partire dal XIV° secolo con i Visconti e soprattutto con gli Sforza la cittadina raggiungerà il massimo della sua espansione economica ed artistica. 
Mentre i bambini se la godono sui  cavalli della giostra dal sapore rétro, con le amiche  ci godiamo la favolosa Piazza Ducale voluta nel 1492 da Ludovico il Moro, duca di Milano, per stupire gli ospiti della corte ducale ed esaltare ricchezza e magnificenza della famiglia Sforza, la visita del Duomo che fa da favoloso sfondo al quarto lato della piazza e un giro di tutta l'area del castello.
Regione di confine tra Piemonte e Lombardia, la Lomellina dove si trova Vigevano, è terra che racconta storie fatte di fatica e di lavoro secolari. Canali e rogge che come vene e arterie attraversano il territorio rendendolo fertile, cascine e mulini, campi di grano, orzo e mais e i grandi specchi delle risaie che scorrono ai lati delle grandi strade ricordano che da impraticabile palude la fatica dell'uomo e le grandi riforme agronomiche introdotte dagli Sforza avevano trasformato questa terra nel granaio del Ducato di Milano. Una bellissima mostra fotografica nel Castello rievoca questo passato, la fatica delle mondine, le difficili condizioni di lavoro, adesso diserbanti, fertilizzanti e mezzi meccanici hanno semplificato il metodo di coltivazione e aumentato la produzione.  
E poi ho scoperto che la grande Eleonora Duse era nata a Vigevano. Io non lo sapevo, ma D'annunzio certamente si. "Gli perdono di avermi sfruttata, rovinata, umiliata. Gli perdono tutto, perché ho amato" pare abbia detto la divina riferendosi ai suoi tormentati amori con il poeta, notorio assatanato strappacuori.
Certo non tutto quello che brilla è oro e la bellezza non basta per dar da mangiare alla famiglia tre volte al giorno. Di quel primato di "Capitale della Calzatura nel Mondo" a Vigevano è rimasto ben poco, ovvero la nomea, il Museo della Calzatura al Castello Sforzesco e una quindicina di industrie del settore che erano 150 nel 1992 e addirittura 970 nel 1962: ( http://www.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2012-08-21/scarpe-vigevano-corrono-lusso-082331.shtml?uuid=AbeqpRRG.) In compenso, ma non credo proprio sia sufficiente, sulle bancarelle del mercato gastronomico locale ho visto magnifiche provole che sembravano uova pasquali e lumache a volontà, ancora vive o al naturale in scatola, pulite e precotte. Che gli estimatori si facciano avanti!