venerdì 28 aprile 2017

Ralf Winkler ovvero A.R. Penck alla Fondation

E una volta ancora come tante altre ho varcato in compagnia di amiche care il cancello della Fondation a Saint Paul de Vence. I tempi sono cambiati da quando se n'è andato il past brillante conservatore del museo, da qualche anno non ci fanno più le mostre memorabili di un tempo, ma il luogo è talmente carico di fascino, l'accoglienza di Calder, Zadkine, Chagall, Giacometti, Mirò e tanti altri talmente gradita e la scoperta di nuovi artisti così sempre intrigante, che la visita è comunque ogni volta un piacere rinnovato.
Nella sua biografia leggo una lunga fila di esposizioni e retrospettive importanti ovunque in giro per il mondo e numerose partecipazioni al Documenta di Kassel, forse la più prestigiosa rassegna quinquennale di arte contemporanea e anche alla Biennale di Venezia; a quanto pare Ralf Winkler, alias A.R. Penck è un nome nuovo solo per la sottoscritta, perché nella presentazione alla mostra e con quel suo background così ricco, viene presentato come uno dei più grandi artisti tedeschi della fine del XX° secolo. Non è certo la prima volta che la Fondation mi offre l'occasione di scoprire  con grande interesse qualcuno di cui ignoravo nome ed esistenza come è stato il caso l'anno scorso con Gérard Garouste (http://www.saranathan.it/2015/08/gerard-garouste-figlio-pittore-pazzo.html). Per rompere il ghiaccio e iniziare a fare conoscenza con l'artista perché non osservare autoritratti e autosculture che A.R. Penck propone di se stesso? Appaiono subito evidenti le mille sfacettature della sua tavolozza e dei suoi interessi.
Dal 1987 A.R. Penck si è stabilito in Irlanda, a Dublino, dove tuttora vive e lavora, ma è tedesco, nato nel '39 a Dresda  e ho subito pensato che questo fosse un fattore molto significativo, certamente determinante nella sua evoluzione artistica, ribellione e bisogno di libertà. Nascere in quel periodo nella Germania nazista, vivere la prima infanzia nella città più bombardata e rasa al suolo pressoché completamente dalla guerra, ritrovarsi in seguito negli anni bui della Germania dell'est, a Dresda prima e a Berlino est poi, non deve essere certo stata una passeggiata indolore e il lavoro dell'artista ne porta visibili le cicatrici. Non a caso avversato dal regime comunista, perché ritenuto elemento sovversivo e non in linea con l'arte politicamente ammessa, gli verrà negata sia l'ammissione all'Accademia di Belle Arti della sua città natale che poi a quella di Berlino est. Artista troppo scomodo, nel 1980 verrà costretto ad espatriare all'ovest e nell'83 si stabilirà a Londra prima e in Irlanda in seguito. ("Ritratto di Jurgen Schweinenbraden II " 1962 -  "Testa inglese" 1987 bronzo patinato)
"Comparazione- Stop" 2002  acrilico su tela

Quello di Penck sarà dunque un percorso da autodidatta, sperimentazioni artistiche che lo orienteranno verso i campi più disparati, dalla pittura alla filosofia, dalle scienze alla storia delle religioni fino alla musica, un misto di jazz, rock e musica contemporanea che l'artista suonerà in un gruppo. Un ricco e composito background  culturale, il suo, che confluirà nelle diverse fasi della sua eterogenea produzione artistica. Con un centinaio di pitture, sculture, incisioni e libri d'artista che abbracciano le varie fasi creative a partire dal '57 per un arco di cinquant'anni, l'esposizione alla Fondation vuole rendere conto di questo percorso estetico, esistenziale e filosofico. (" Donna Arlecchino" 1977  Resina sintetica su tela)
"Cena al Brown's Hotel"  1984  acrilico su tela
Complesso il personaggio, complessa la sua visione artistica, complesse le sue riflessioni teoriche e complesse pure le spiegazioni offerte dalla mostra; ho pensato allora di non fruirne, di non avventurarmi in intellettualismi a me ostici limitandomi sia per ignoranza che per scelta ragionata a un approccio "basic", puramente istintivo e soggettivo, che in fondo dovrebbe essere l'obbiettivo primo di un opera d'arte, suscitare emozioni, il resto eventualmente viene dopo.  Certo la conoscenza serve e pure la contestualizzazione di opera e autore, ma fondamentalmente quel che conta mi sembra essere il dialogo fra l'opera e chi la osserva, certe semplicemente ci parlano e noi rispondiamo. ("Cambiamento 1" 1982  resina sintetica su tela

E diverse opere di A.R. Penck mi hanno parlato, eccome! Che si tratti di figurativo espressionista, ritratti e autoritratti o di opere astratte, mi hanno colpito la forza del suo gesto e l'incisività del tratto, la potenza del colore anche quando è solo bianco e nero,  questo continuo interrogarsi lavoro dopo lavoro sullo spazio e il ritmo della composizione sulla tela, sul mondo, sull'uomo, su contraddizioni e utopie senza arrogarsi il diritto di conoscere le risposte, una riflessione visiva dell'artista che invita alla riflessione dello spettatore. I lavori di Penck mi hanno fatto pensare a un viaggio a ritroso nel tempo alla ricerca di archetipi universali, un alfabeto elementare fatto di segni, lettere, geroglifici, simboli elementari, figure stilizzate, rappresentazioni rupestri come i primi graffiti agli albori della cosiddetta civiltà; il ritorno a un primitivismo essenziale per costruire un futuro diverso, forse per ricordarci chi siamo e da dove veniamo. (" Terminare la X, problema" 1996 acrilico su tela)
"Più/Meno" 1969     "Senza titolo"  1968 circa

Di fortissimo impatto ed esemplare a questo proposito il quadro " Tract" (Potenza- Proprietà)"  1974  resina sintetica su tela). Schemi, segni matematici e soprattutto parole singole come riposo, tensione, integrazione, illusione, guerra e pace, possesso, potenza, progresso, campi di concentramento, scienza, miti, legge, tecnica, ideologia, fissate sulla tela senza alcuna connessione lessicale e come dei macigni di pietra, mi sono apparse in qualche modo un riassunto della nostra storia di uomini, la fotografia di un alfabeto essenziale che conosciamo bene,  ma che forse l'artista invita a declinare diversamente, per ripensare un nuovo significato e uso delle parole.   
"The Battlefield"   1989  
Per i pittori provenienti dal nord, Renoir, Van Gogh, Soutine, Matisse e tanti tanti altri, sono stati la Francia della Costa Azzurra, il Mediterraneo, i vari sud del mondo a regalare la scoperta del colore, a illuminare di nuova luce le loro tele.  A.R. Penck  deve invece il suo entusiasmo cromatico al passaggio dall'est all'ovest, è la nuova libertà, creativa e non solo, a far esplodere il colore. Finiti gli scontri frontali delle parole, i violenti bianchi e neri dell'epoca della Germania dell'est, il quadro ("Avvenimento a N.Y 3" 1983) propone sulla tela un momento dionisiaco dove quel suo alfabeto primordiale è sempre presente ma non grida né contesta più, malgrado la croce dei morti, sembra danzare in un caos primordiale riempiendo di colore ogni interstizio bianco della tela. Semplicemente splendido poi quel trittico in cui Penck rende omaggio a Jean-Michel Basquiat 
E per finire con questa  interessante scoperta di Ralf Winkler alias A.R. Penck, un angolo bellissimo per allestimento e contenuti: un insieme di carnet fitti di disegni, schizzi, testi, poesie, ritratti, come un excursus visivo del percorso dell'artista nel corso degli anni dove Penck si è servito di più strumenti e tecniche, inchiostro, pennarelli, acquarelli, pastelli a cera, biro, pittura, matite 


  
  









domenica 2 aprile 2017

turista a Milano (3)

La terza maratona turistica milanese con l'amica Magda non poteva ignorare piazza Gae Aulenti con il modernissimo quartiere intorno alla stazione di Porta Garibaldi, ex Varesine che considero una grande riuscita e ne ho già scritto (http://www.saranathan.it/2014/10/milano-come-popville.html), comunque, no problem, qualche chicca di cui parlare si trova sempre. Iniziamo di nuovo da largo la Foppa, ma questa volta invece di girare a destra verso via Brera, imbrocchiamo a sinistra la bella parte finale di corso Garibaldi tutta pedonalizzata e trandy. All'altezza della chiesa Santa Maria Incoronata, testimonianza architettonica del Quattrocento a Milano e particolare per le due contigue facciate gemelle costruite separatamente ma unificate nel 1484, giriamo a destra in via Marsala e poi in fondo a via San Marco dove si trova un angolo un po' segreto che adoro, la Conca dell'Incoronata.
"Le grandi porte lignee che bloccavano il passaggio dell'acqua sono proprio quelle progettate dal grande Leonardo da Vinci....Coi possenti battenti, il legno invecchiato dalle intemperie, le porte si trovano ancora lì, mezze aperte, come se dovessero contrastare la potenza dell'acqua che non c'è più....Restaurate nel 1996 e  nuovamente abbandonate all'incuria, sotto l'unico ponte con la garitta in mattoni, sono rimaste a ricordare il passato di questa piccola, gloriosa Venezia che con i suoi canali attraversava il centro storico. Era uno snodo cruciale tra la cerchia cittadina dei Navigli e la Martesana, il canale che collegava Milano al fiume Adda" (dal  bel libro di Giulia Castelli Gattinara "111 luoghi di Milano che devi proprio scoprire" edizioni emons 2015). Questa conca dei tempi di Lodovico il Moro, che deve il nome alla vicina omonima chiesa, è l'unica, forse, a Milano ad essere stata risparmiata dalla sistematica  copertura del Naviglio interno del secolo scorso.
Davvero a un tiro di schioppo la piazza XXV Aprile con l'ex teatro Smeraldo, per decenni amatissimo e compianto tempio di concerti e varietà e ora tempio della gastronomia del marchio Eataly. Davanti all'ingresso, esplicito sui contenuti all'interno, un immenso peperoncino dal nome esotico, "Capsica Red Light" opera dell'artista Giuseppe Carta. Certo preferivo quando era attivo il teatro, ma bisogna ammettere che non è niente male la conversione interna degli spazi che hanno mantenuto in qualche modo la struttura del vecchio teatro, anche se in galleria non si applaude più ad Astor Piazzolla o alla magnifica Melato, ma allo stracotto e al cotechino.  Per grandi e piccini che vogliono saperne di più dell'arte del palato, ho notato che è attiva anche una scuola di cucina. Recentissima  novità architettonica, invece, in via Pasubio, due palazzi lunghi e stretti del prestigioso studio svizzero Herzog & de Meuron che ospitano la sede di Microsoft Italia e la Fondazione Feltrinelli, cioè l'archivio con 250.000 volumi, bookshop, caffetteria e spazio eventi e che si propone come un nuovo polo culturale cittadino di studio e confronto. Non ho ancora capito se la realizzazione mi piace o meno.
Imperdibile una visita a Corso Como 10, indirizzo cult per i glamour addict. Il fashion per la verità non mi interessa, anche se una guardatina perplessa alle ultime scarpe alla moda confesso di averla data, ma il posto è davvero singolare, la libreria all'ultimo piano stupenda sia per contenuti che per l'arredamento (oltre ai libri, per esempio ceramiche e vetri Memphis)  e la responsabile della sezione libri è molto preparata. Per finire, in Corso Como 10 si propongono sempre mostre fotografiche interessanti.
In una sala c'era una riflessione fotografica sul diavolo "The Devil" soggetto quanto mai particolare che ha sempre intrigato e ispirato le varie forme dell'arte e la letteratura. Tony Oursler fa del blu il colore del diavolo. Generato dal flusso elettrico della televisione, del computer, della luce dei led, il suo blu se ne frega dell'iconografia tradizionale col rosso fuoco delle fiamme perenni e tinge di blu le labbra del suo diavolo,  un fuoco freddo che manipola l'immagine fino a snaturarla (fotogramma dal film "Imponderable"). L'altra mostra propone un'ottantina di scatti del giapponese Yoko Nobuyoshi Araki. Bambole, nudi di donne e fiori, un erotismo sempre presente, immagini molto studiate, costruite, teatrali, talvolta sconcertanti ma raffinatissime come solo i giapponesi sanno fare.
Continuando il nostro giro esplorativo dell'area, in via de Castiglia, accanto alla fondazione Catella, facciamo un bell' incontro umano e approfondiamo la nostra conoscenza della cosiddetta Stecca 3, centro polifunzionale del comune di Milano che accoglie più associazioni  con missione socio-culturale. Iscrivendosi con 15 euro all'anno, per esempio, da Bricheco, si ha una falegnameria a disposizione e mercoledì e sabato si troverà sempre un volontario presente per aiutare alla  realizzazione del proprio progetto di bricolage. Queste informazioni ce le fornisce Jude, un volontario dell'associazione  che dalle Seychelles è sbarcato una decina di anni fa a Milano. -Ma come si fa a lasciare il paradiso, quelle isole divine, per il nostro inquinamento metropolitano?- mi viene da chiedergli  francamente e la sua risposta non lascia dubbi, l'amour toujours l'amour, l'incontro con un'italiana e ci è pure scappato un bel bambino. All'ombra del grattacielo Unicredit succede davvero di tutto, si balla pure.
La mattina prima della partenza pomeridiana dell'amica e poiché i jolly si tirano sempre fuori all'ultimo momento per lasciare un buon ricordo, un salto in corso Magenta per farle scoprire il Palazzo delle Stelline col suo giardino segreto, Santa Marie delle Grazie con i mandorli in fiore, bella che di più non si può e la casa degli Atellani con la vigna di Leonardo. Ma questa è un'altra storia e l'ho già raccontata. (http://www.saranathan.it/search?q=ai+numeri+civici+63-65).