giovedì 29 dicembre 2011

2012: tempo e frattempo

Un altro anno è passato e puntuale si ripresenta la riflessione sul tempo che inesorabile avanza. In una bella domenica milanese di novembre sono andata alla Triennale con la mia amica Paola, c'era una mostra dal titolo intrigante: O' clock, time design design time. Non so, magari c'è ancora, il soggetto lo dice chiaramente il  titolo, come il design interpreta quelle maledette lancette che continuano a girare.
 Nella presentazione alla mostra si fa notare che altre arti hanno già dedicato abbondante spazio a questo tema, Claude Monet ha dipinto più quadri della cattedrale di Rouen fissata sulle tele in diverse ore del giorno, Andy Warhol ha proposto otto ore di riprese consecutive dell'Empire State Building nel film Empire del 1964, di recente ho visto a Gavirate un'opera di Isabella Bai osservare  New York nello scorrere delle stagioni, per non parlare del ricchissimo patrimonio fotografico; e con  il design a che punto siamo? Un dépliant informa che in esposizione si troveranno oggetti enigmatici, artefatti estetici, progetti ironici, provocazioni ludiche, meccaniche, filosofiche, rigorosamente proibito fotografarle, ma gli spunti di riflessione rimangono. Per esempio le parole di presentazione  di Silvana Annichiarico curatrice della mostra: "Una volta che il tempo di vita è stato colonizzato dal tempo di lavoro e/o dal tempo del consumo, il design può concentrarsi sul tempo di mezzo: cioè su ciò che sta nelle pieghe del vissuto, del lavorato, del consumato. Il suo tempo d'elezione può allora diventare il frattempo: tempo del gioco, tempo dell'ozio, tempo dell'intervallo, tempo dello sperpero, tempo dell'inazione, tempo dell'atto mancato, tempo della meditazione, tempo della creazione".
Un augurio per il 2012 alle porte? A qualunque età e in qualunque circostanza, di fronte a un sogno, a un progetto, al possibile cambiamento, all'appuntamento con una nuova sfida, non pronunciare mai come il Bianconiglio di Alice nel Paese delle Meraviglie: "E' tardi è tardi, sono in ritardo, in arciritardissimo!"

martedì 27 dicembre 2011

"le courant ligure" e la villa Kérylos


In Bretagna, in Corsica, nelle Alpi Marittime da Mentone fino al Capo di Antibes per dire di  alcuni che conosco e che ho percorso e chissà quanti altri ancora ce ne sono in giro per la Francia, i cosiddetti "sentiers des douaniers" o "chemins du Litoral", camminamenti estremi fra le rocce ed il mare sorti inizialmente a fine settecento, inizio '800 per difendere l'approdo illegale di merci nel paese, sentiero dei doganieri appunto, contro gli sbarchi fraudolenti e avamposti per il controllo del territorio, negli ultimi decenni restaurati, valorizzati e divenuti opportunità stupende di passeggiate.

Come spesso mi capita me ne vado a camminare in quel tratto  bellissimo tra Beaulieu e Cap Ferrat, fra nodosi pini marittimi modellati dal vento, insenature minuscole e l'antico borgo medievale di Eze appollaiato sulle montagne a strapiombo sul mare che fa da sfondo.


 Da sempre nella baia di Beaulieu, più profonda, si raccolgono moltissime alghe, ma questa volta, pochi giorni dopo le terribili piogge e straripamenti  in Liguria ed alle Cinque Terre la quantità di legni portati dall'acqua è veramente incredibile. E' "le Courant Ligure" il responsabile, spiega un cartello lungo la passeggiata.

Dell'esistenza della "Corrente Ligure" a dir la verità non ne sapevo proprio niente, guardi il mare calmo piatto e se non hai esperienza di  barca e non sei un esperto come fai  a sapere quello che invece succede a duecento metri di profondità? Lo stretto di Gibilterra è la porta aperta del Mediterraneo alle fredde acque atlantiche che entrando nel Mare Nostrum si distribuiscono attraverso varie correnti.

Ho letto su Wikipedia che quella che in senso anti-orario dal Golfo di Genova va verso la Spagna attraverso le coste francesi si chiama Corrente Ligure-provenzale, o Corrente del Nord. Finché la generosa Italia si limita ad esportare ai cugini d'oltralpe grandi tronchi d'albero, passi, ma non più cadaveri per favore, mi sono ricordata che qualche hanno fa fra le acque di Tolone e Marsiglia venne ritrovato tre settimane dopo il corpo della buonanima contessa Agusta misteriosamente morta e scomparsa in mare a Portofino.


Da qualunque punto della passeggiata si può scorgere la bianca semplicità della  Villa Kérylos (rondine di mare, in greco) solitaria e maestosa sull' estrema punta est della baia. Erano almeno vent'anni che non tornavo a visitarla, ho pensato che un tempo dovevo avere ben altri interessi perché non l'avevo apprezzata  così tanto.

Appartiene ora all'Institut de France, straordinaria istituzione accademica fondata nel 1795  che oltre a raggruppare cinque accademie gestisce un patrimonio immenso e prestigiosissimo di musei, monumenti, proprietà ricevute in lascito in Francia ed all'estero. E' la realizzazione moderna di un sogno greco, un progetto folle nato all'inizio del '900 dal genio di un erudito, Théodore Reinach e il talento del suo architetto nizzardo Emmanuel Pontremoli.


Reinach è un illustre membro dell'Institut de France, ellenista di grande fama, autore fra l'altro della prima traduzione francese della Repubblica degli Ateniesi di Aristotele, i soldi non gli mancano ed ha una passione sviscerata per la Grecia antica. Fa così costruire per se e la sua famiglia e dal 1967 per la gioia di noi tutti questo edificio di architettura neoclassica tardiva dove nulla è originale di quel periodo che lui tanto ama, l'Ellade del II° secolo prima dell'era volgare, ma dove saltano le nozioni di vero o falso, originale o imitazione perché fin dall'ingresso, con la scritta  greca Xaipe, "Rallegrati" impressa a mo' di benvenuto sul pavimento, atmosfere, distribuzione di stanze ed ambienti, rivestimenti, mosaici, decori, mobili, suppellettili, ebenisterie non sono solo pedissequamente copiate, ma reinterpretate e reinventate immergendo il visitatore in quella Grecia antica avvicinata solo sui libri.
Lo spirito e la forma, il nome delle stanze e l'arredamento, tutto trae ispirazione dall'antica Grecia. L'avventura di Kérylos inizia nel 1902. All'epoca Kandinsky esplora l'astrazione, Picasso inaugura il periodo blu e fanno la loro apparizione la scuola di Nancy e la Secessione Viennese; mentre si mettono le basi della "modernità" insomma, l'ellenista Reinach si rivolge completamente al passato, sogna un'ambientazione di ventun secoli prima attingendo però a tutto il sapere e alla tecnologia che artisti, artigiani, ceramisti, ebenisti della Belle Epoque possono fornire. I legni più pregiati, intarsi di avorio e intrecci di cuoio, ispirato all'antico, questo mobilio evoca anche per molti aspetti le raffinatissime realizzazioni della  Secessione viennese che sconvolgeranno le arti decorative europee dell'epoca.
Quattro stanze intorno al centrale peristilio tutto di marmo bianco aperto sul cielo blu, la biblioteca, la sala da pranzo con vari triclini per i commensali, il più alto per il padrone di casa, un salone per gli uomini, equivalente maschile del gineceo, dove si riunivano invece le donne, una sala più intima per la famiglia. Al piano superiore le stanze dei proprietari.

Come conciliare il rigore archeologico e le esigenze della vita moderna? Offrire le comodità dell'epoca è una delle grandi preoccupazioni dell'architetto Pontremoli che cerca la sintesi fra ornamentazione e funzionalità, fedeltà al passato e inventiva del presente. Per esempio le lampade composte  sul modello antico di quelle ad olio, sono state discretamente elettrificate, gli oggetti di uso quotidiano coniugano la solidità tecnica alla purezza delle linee greche.

La scomparsa prematura di Théodore Reinach nel 1928, gli risparmierà la sofferenza di vedere una parte della sua famiglia deportata, come suo figlio Léon che era in possesso degli archivi di Kérylos, sequestrati dalla Gestapo. Quegli archivi cui l'architetto Pontremoli aveva attinto fedelmente e infedelmente per dar corpo a questo sogno pazzo del suo committente.



giovedì 22 dicembre 2011

quel che c'è di buono

Malgrado un certo mio tono leggero e la grande fortuna di poter viaggiare con il blog attraverso le parole e spesso per davvero, non è che tutto mi vada sempre bene,ci mancherebbe altro, non è mai per nessuno primavera tutti i giorni, solo che guai, malumori e tristezze si custodiscono "dentro" o tuttalpiù si condividono con le amiche fidate non certo sbandierate su internet in giro ai quattro venti. Oggi vorrei parlare di un esercizio che mi sforzo di mettere regolarmente in pratica negli ultimi anni e che  consiste nel cercare in ogni situazione, anche le più difficili, quello che c'è di buono e c'è sempre, magari non subito, magari non lo si vede e lo si scopre solo col tempo, ma c'è.  Anni fa mio figlio Francesco aveva fatto un ritiro spirituale buddhista vicino a Dharamsala, lezioni, meditazioni e silenzio era la consegna, forse per tentare nuove strade dello spirito, concentrarsi meglio, riflettere sul senso delle cose, imparare l'ascolto, l'altro mio virgulto, godereccio com'è, se ne sarebbe ben guardato dal lanciarsi in una simile esperienza. Anche la mia amica Paola un'estate si è ritrovata in un ashram in Toscana dove per due settimane non si poteva proferire parola e chissà quanto le è costato il soggiorno; il perché è misterioso, ma certe avventure più sono dure e più sono  costose.  Voleva seguire un corso sulla meditazione tibetana, ma non se l'aspettava organizzato così, i primi giorni voleva scappare a gambe levate. Con l'esercizio del "quel che c'è di buono" la prospettiva cambia, per esempio mi dico che ho la fortuna di riflettere e lavorare "sul silenzio" comodamente a casa mia e senza spendere una lira. E' stata probabilmente la mia amica-nemica di una vita, la "bionda" che ho sempre fra le dita a farmi venire quel nodulo sulle corde vocali che adesso mi hanno appena tolto e l'ordine tassativo del medico è: silenzio assoluto per due settimane, le corde devono restare a riposo. Per fortuna non sono analfabeta, così scrivo come una matta, per fortuna ho una pigna di libri sul tavolo, è arrivata l'ora di leggerli, per fortuna ci sono le amiche accanto e io ne approfitto, è così bello farsi coccolare e poi magari la mia voce cambierà e al telefono di prima mattina non mi diranno più "buongiorno signore" come spesso mi capita. Con la lingua biforcuta che mi ritrovo un tempo sarei impazzita all'idea di non poter intervenire in una discussione per dire la mia, adesso in fondo trovo che sia un'occasione d'oro per un sacco di cose, è anche il periodo delle feste che francamente non amo e ho la scusa per ascoltare ovvietà senza aggiungerci le mie altrettanto ovvie e tra l'altro mi è impossibile litigare, interrompere l'altro che parla come ammetto di fare spesso e sparare cazzate.  L'avevo detto che c'è sempre qualcosa di buono.

lunedì 19 dicembre 2011

un ultimo saluto all'isola

Servendomi di un pannello piastrellato che ho trovato nel bagno del Museo Frederico Freitas chiudo con quest'ultimo post il mio sipario su Madeira, non prima di tentare un modesto bilancio com'è mia consuetudine dopo ogni esperienza. Al solito, c'est la vie, luci ed ombre, ma se le prime sono numerose, solo una in particolare per quanto concerne le seconde. Come Montecarlo, come la costiera spagnola, come Eilat, naturalisticamente stupenda ma con un architettura da urlo (in senso negativo) come certi scempi edilizi italiani, la costa di Funchal mi è sembrata troppo costruita e con palazzoni che non si integrano, che nulla hanno a che spartire con il territorio circostante.
 Questo discorso non vale certo per la città vecchia che con  le vecchie pietre di scale, vicoli, piazzette, palazzi, quintas, chiese mantiene integro e rispettoso il fascino della sua storia, ma è la cementificazione la grande protagonista della  parte nuova a ovest della città dove si concentrano  grandi alberghi, condomini e centri commerciali e anche in  giro per l'isola sorprendono costruzioni modernissime e gigantesche.
Una vecchissima isola è Madeira, nata senza testimoni milioni di anni fa da un'eruzione vulcanica, la cima di una montagna che s'innalza dall'oceano a più di 5000 metri di profondità e di cui un terzo solo è fuori dall'acqua e così è la sua storia tormentata ed articolata, fatta di grandi conquistadores e di povera gente, di corsari e navigatori, di aristocratici stranieri e agricoltori . 
Nei secoli ha vissuto dapprima come granaio di cereali del Portogallo che ne mancava, della canna da zucchero, del vino, della coltivazione di banane e last but not least del turismo. Un'organizzazione turistica di altissimo livello, super professionale e qualificata, fin troppo oserei dire da ipercritica che non è mai contenta; ogni idea,  progetto, desiderio, esigenza dell'ospite in vacanza  sono stati previsti, programmati, pianificati,  preconfezionati, neanche uno straccio di batticuore davanti all'incognito o all'avventura on the road. Va però anche detto quanto sia piacevole la discreta gentilezza della gente, trovare una natura rigogliosa protetta e valorizzata,  tutto pulito, curato e sentirsi in piena sicurezza, il tassametro attivato spontaneamente senza faticose discussioni, prezzi ragionevoli e corretti e non spennati a guisa di piccioni come nelle città d'arte di casa nostra.
Il vino di Madeira era rinomato già ai tempi di Shakespeare che lo cita nell'Enrico IV, ma la vite ha avuto periodi difficili per via di due grandi nemici, l'oidio causato da un fungo e l'insetto parassita Filoxera, entrambi in epoche diverse hanno devastato la produzione viticola. Crisi agricole, sociali e religiose hanno così causato soprattutto nell'800 e nel '900 una grande emigrazione degli abitanti dell'isola, i ricchi  stranieri arrivavano e i poveri cristi se ne partivano.
 In secoli lontani verso lo sterminato sud del Brasile che la corona portoghese voleva popolare, più di recente in Sud Africa (una comunità di 350.000 persone dell'isola, allorché Madeira ne conta oggi 250.0000 ), Venezuela, Stati Uniti, Australia e Canada. Se Porto Santo dedica una statua al marinaio, a Funchal sulla passeggiata a mare si erge una scultura per l'emigrante, è in ginocchio con il mondo in mano, anche gli italiani conoscono questa storia molto bene.

Gente tradizionalista e religiosa, l'arte  di pizzi e merletti fatti a mano trasmessa di generazione in generazione e le numerose chiese gremite la domenica. A Funchal grande folla un giorno davanti all'antica cattedrale manuelina (XV° secolo); i giovani maturandi dell'anno entravano tutti incolonnati e vestiti per le grandi occasioni per assistere alla messa che sarebbe stata celebrata in loro onore per un anno scolastico proficuo di risultati.

Arrivederci a tutti quelli che al tramonto pescano sul molo, ai ragazzi che, beatà gioventù, se ne fregano della temperatura dell'acqua, alle barche che riposano in rada e con l'ultimo sole il bianco della chiglia diventa oro, a certe viste che non te le puoi scordare, a quei meravigliosi azulejos blu. 

Quella terrazza impressa nei miei sogni filmici di ragazza in cui passeggiava Sissi non l'ho riconosciuta, forse non lo volevo, i ricordi devono restare tali, ma è stata l'occasione per trovare Madeira e la ringrazio con un suo rosso ibisco caduto per terra, bello e  discreto come la personalità dell'isola. 

venerdì 16 dicembre 2011

poios e levadas

Una cosa è certa, per niente al mondo vorrei fare il contadino a Madeira. Già è un lavoro durissimo ovunque, non ne parliamo qui dove tutto è scosceso, impossibile utilizzare strumenti o animali con questi campi minimi abbarbicati sui pendii, una faticaccia immane. Un conto è ammirare, ma viverci.....! Sarò una lavativa, ma solo a guardarli chini sulla terra che sembra uno scivolo o  mezzo in bilico da funambolo fra i tralicci delle viti a spalliera verticale mi sento stanca.
Fatta la doverosa premessa, affermo con entusiasmo che è uno spettacolo fantastico. Mi sono venute in mente le risaie nel centro di Bali vicino ad Ubud e le coltivazioni di thè a Munnar nel Kerala, sulla nostra  riviera di ponente ci sono soprattutto serre di metallo e la vista non ha lo stesso fascino. I poios sono questi stretti terrazzamenti sovrapposti per sfruttare  ogni superficie piana, anche se minima, lungo le ripide pareti, più fitti nella costa meridionale  privilegiata dal clima. 
La storia dei poios, questi minuscoli lembi di terra a terrazza inizia con i primi colonizzatori (portoghesi e poi spagnoli ). Ma se all'inizio non era necessario lavorare grandi superfici di terra per rispondere alle esigenze di una modesta popolazione, il forte incremento demografico dell'800 e del '900 (inglesi)  ha costretto a terrazzare anche i terreni più impervi o climaticamente meno favorevoli come quelli del nord vicini alle nuvole.
Orti, coltivazioni varie, banane e soprattutto viti. In questa stagione invernale i rossi delle foglie presentavano tutte le sfumature della tavolozza del più fantasioso dei pittori, per i credenti  una sicura conferma dell'esistenza divina, un tripudio di macchie colorate dal giallo all'amaranto, persino le rose grasse si sono uniformate alla consegna dell'armonia cromatica.
Per creare un nuovo poio si costruisce un muro di contenimento in pietra, riempendo poi la cavità con i detriti alluvionali dei letti dei torrenti che offrono un terreno molto fertile.
Abbiamo avuto il privilegio di godere di queste meraviglie grazie alla passeggiata di alcune ore (facilissima e tutta in piano)in un tratto della Levada del nord e a questo punto si impone parlare delle "levadas", altra caratteristica singolare di Madeira.  
Sono i canali di irrigazione e risalgono al XV° secolo: servivano per irrigare sia le coltivazioni di canna da zucchero lungo le più aride coste meridionali, sia per i mulini ad acqua, impiegati nella produzione dello zucchero stesso. Erano canali di lunghezza limitata e di proprietà privata che, probabilmente costruiti da schiavi nordafricani, convogliavano l'acqua di vicine sorgenti portandole nei campi. L'incremento demografico del XIX° secolo si è visto costretto a potenziare il sistema dei canali di irrigazione, è intervenuto lo stato e sono state realizzate alcune lunghe levadas per convogliare l'acqua dalle piovose regioni del nord. C'erano da superare gole strette e profonde, scavare nella roccia con semplici picconi, gli operai venivano calati con ceste lungo le ripide pareti.
Il XX° secolo ha visto un ulteriore intervento su questi canali durante il governo di Salazar; grazie a quattro turbine alimentate dalle levadas ampi territori delle zone interne di Madeira sono stati allacciati nel 1953 alle linee elettriche, assicurando inoltre l'approvvigionamento di acqua potabile. Ancora oggi il 30% dell'energia elettrica necessaria all'isola è generata dall'acqua. Pagando un canone annuale, chiunque può rivolgersi alle autorità statali preposte al controllo della rete idrica per pattuire ogni settimana le quantità di ore di prelievo d'acqua, sia per le cisterne che per i campi. 
La distribuzione è assicurata dai "levadeiros" che aprono e chiudono i canali fino a che l'acqua giunge alla sua destinazione. Ogni utilizzatore ha il diritto a una certa quantità e frequenza, ciò che viene chiamato "il turno dell'acqua". L'ora del turno cambia e può essere assegnata a qualunque ora del giorno e della notte (altra faticaccia).
Così, una mattina abbiamo fatto "le barbone" nella nostra bella "quinta" alberghiera attingendo abbondantemente dalla ricca colazione e preparandoci discretamente senza farci notare dei succulenti panini, ci siamo prese un autobus locale perché la passeggiata sulla levada volevamo farcela ai nostri ritmi, senza guida e altra gente intorno come propongono le agenzie locali. 
Noi abbiamo scelto un tratto facile tutto in piano, ma non c'è che l'imbarazzo della scelta, se non sbaglio ci sono a Madeira una sessantina di levadas e circa 2000 chilometri che possono essere percorsi. In premio, oltre al piacere della passeggiata, la bellezza dei poios e scorci paesaggistici che non hanno bisogno di commenti.  
E' stata la gita dell'ultimo giorno, l'indomani saremmo ripartite; per me la più carica di emozioni di questo soggiorno sull'isola. Poios e levadas me li porto nel cuore.