venerdì 24 aprile 2015

il pregiudizio

Diciamocelo francamente, già solo come parola la dice lunga e non è un gran che, non ha un suono armonioso: un maschile duro con quella “z” nel mezzo che certo non aiuta, il prefisso “pre” annuncia 
chiaramente che i giochi sono fatti prima ancora di iniziare e “giudizio” ti stende subito a terra, come una sentenza di tribunale senza possibilità di appello. Usata al plurale la parola è ancora più temibile, quasi un esercito in assetto di guerra eppure va molto di moda dichiararsi pacifisti.

 Quale la forma del pregiudizio? Quadrata? Rotonda? A punta? O forse proteiforme, contorni in costante mutazione suscettibili di assumere i più svariati aspetti. E quale il suo colore? Verrebbe da dire nero visto che alberga negli anfratti più oscuri e celati dell’animo umano, ma il nero, assenza di tutti i colori o combinazione di più pigmenti, è comunque bellissimo e si potrebbe offendere di essere tirato in ballo. 

Maledettamente difficile dare un volto a una parola astratta, astratta per modo di dire visto che ha la capacità di solidificarsi in pensieri, comportamenti e atti che fanno male, eccome se fanno male, certo è però che il pregiudizio non lo vuole nessuno. Chi lo nutre non ne è consapevole o preferisce non esserlo, si sente un giglio immacolato, saltan fuori affermazioni tremende, ma dal pregiudizio se ne dichiarano tutti immuni, candidamente innocenti come dei neonati. 

Chi lo subisce è stufo di portarne il carico, camminerebbe molto più spedito e leggero senza quel fardello. Fra gli uni e gli altri si inserisce apparentemente innocente il silenzioso ascolto di chi sta intorno e l’ignoranza li accomuna tutti in brutta compagnia. Dal personale si giunge così al collettivo, il pregiudizio si gonfia a dismisura e diventa un modo di pensare, una realtà comunemente accettata, una certezza ovvia. 

Sostantivo profondamento umano il pregiudizio, esclusivo appannaggio del bipede eretto, il solo in grado di formulare raffinate alchimie mentali, le più nobili come le più abbiette. Il pregiudizio è come una freccia avvelenata pronta a scoccare da puntare contro qualcuno. Serve sempre “un altro”, uno percepito come diverso o un "barbaro" venuto da fuori, come i romani definivano gli stranieri, senza bersaglio il pregiudizio non avrebbe più ragione di essere, che gusto c’è a tirar nel vuoto? 

 Stiamo tranquilli per “Negri Froci Giudei & CO.” come titolava un suo scritto il giornalista Gian Antonio Stella, loro sono sempre saldamente in pole position e non temono concorrenti, ma la lista in realtà è molto lunga e bisogna stare all’erta perché il nostro è abilissimo nel vestirsi e travestirsi; da virus silente può sonnecchiare per anni, ha l’aria innocua, magari sembra non fare danni, salvo scoppiare poi in una pandemia, la storia ne sa qualcosa, è già successo.

 Il pregiudizio? Fermiamoci, pensiamoci su, urge conoscerlo per saperlo riconoscere.

martedì 21 aprile 2015

post rétro

Milano, viale Bianca Maria numero 9. Mi capita di passarci davanti un cinque volte all'anno, ogni qualvolta vado a tagliarmi i capelli dal parrucchiere che sta da quelle parti. Prima non me ne ero accorta, ma di recente ho parcheggiato la mia smartina proprio lì accanto e allora ho visto lo stabile dall'ingresso déco e soprattutto la targa affissa.
Leggere Gorni Kramer, re dello swing è stata come una madeleine di proustiana memoria, si è spalancato un vaso di Pandora da cui colava un fiume di ricordi della mia infanzia; ho rivisto  Kramer dirigere l'orchestra o suonare la fisarmonica, sempre eternamente sorridente e sfilavano Mike Bongiorno, Mario Riva, il quartetto Cetra, la statuaria Abbe Lane e il marito Xavier Cugat, un vero macho latino, carosello e Ernesto Calindri che cantando "fino dai tempi dei garibaldini..." promuoveva la China Martini; ho rivisto me bambina  e nel mio revival mnemonico naturalmente non potevano mancare le inossidabili gemelle Kessler con le loro gambe che non finivano più. Ricordi nitidi nelle immagini, forse meno rispettosi dei tempi, questi personaggi si sovrappongono tutti insieme, ma eravamo certo alla fine degli anni cinquanta.
Non avevamo la televisione in casa perché papà non hai mai voluto comprare nulla a rate e di soldi ne circolavano pochi, ma al sabato sera andavamo al bar- tabacchi di viale Monteceneri e seduti fra sconosciuti si guardava  il Musichiere o Lascia e Raddoppia, non ricordo quale trasmissione sia stata prima, assaporando del gelato squisito, la coppa del nonno al caffé che costava 100 lire, una follia rispetto alla focaccia che ne costava solo 10.  Se penso a quegli anni mi rendo conto solo ora di quanto i miei abbiano lavorato, quanti sacrifici abbiano fatto, però ricordo che eravamo sereni. Per forza, Mario Riva cantava "Domenica è sempre domenica..."


P.S. post rigorosamente rétro, se ne sconsiglia la lettura a chi non ha abbondantemente superato gli "anta"

sabato 18 aprile 2015

Sulla Senna con Jean Gabin

A Parigi il quartiere latino è notoriamente quello delle università, delle Grandes-Ecoles, dei licei e delle biblioteche prestigiose, niente di strano dunque che nel "cinquième arrondissement" anche i muri per le strade invitino alla riflessione. Passi per la bella demoiselle abbracciata a un uomo con la testa da primate, ma mi sono trovata in difficoltà con "la philosophie est un état de choses". Mentre camminavo ho pensato tanto al possibile significato, ma il concetto mi risulta difficile; a casa ho guardato su internet e ho trovato che è un aforisma di Ludwig Wittgenstein nel suo Tractatus Logico-Philosophicus: aiuto, la sola lettura di qualche riga fa venire il mal di testa, troppo complicato per me.
Senza avventurarmi in sofisticate speculazioni, è forse un invito ad osservare ciò che in un preciso momento mi sta intorno, quello che, oserei dire, è certo, lo vedo e ne posso parlare. Per esempio il trionfo della primavera in fiore sia al Jardin des Plantes con una bellissima mostra fotografica dei nostri avi che al Parco del Luxembourg affollato più che mai. Per esempio la coloratissima vetrina di un negozio di stoffe che sembra quasi una tela di Matisse. Per esempio  tutti quei narcisi gialli davanti al Collège de France, li ammirano anche le cariatidi dello scultore Roussel e un'elegantissima turista con tanto di cappello alla Audrey Hepburn. "Stato delle cose" di un lunedì dell'aprile 2015 a Parigi?
 Attraversando a piedi tutto il quartiere latino e Saint Germain de Prés arrivo al Museo d'Orsay, purtroppo chiuso di lunedì mattina; dommage, l'avrei vista volentieri la mostra "Dolce Vita?". Sullo spiazzo davanti al museo sotto un fortissimo getto d'acqua fanno un bel bagno, pulizie pasquali tardive,  il cavallo e quelle statue commissionate per l'Esposizione Universale del 1878 che simboleggiano i cinque continenti. Di fronte il Palazzo-Museo della più importante onoreficenza francese, ovvero la Legion d'Onore.
Gran bel posto il museo d'Orsay, ma prima era una stazione, la Gare de l'Est, e ce lo ricorda una drammatica mostra fotografica en plein air lungo il quai della Senna proprio accanto. Si intitola "Il ritorno degli assenti", dove gli assenti erano quei 937.000 prigionieri di guerra fra cui 650.000 lavoratori forzati di fabbriche e campi nazisti di cui la Francia 70 anni fa festeggiava il ritorno. Inizialmente si era pensato di scaglionarlo, ma con l'apertura dei campi tedeschi e per evitare epidemie, di tifo in particolare, si accellerarono i tempi del rimpatrio, a fine maggio 1945 ritornarono fino a 25.000 persone in un solo giorno. Un esercito scomposto di persone rotto nel corpo e nello spirito che ritrovava la sua patria con vari mezzi, nave, aerei, treni e molti proprio alla Gare d'Orsay. 

Bellissima la foto di due ex-deportati ancora con la tenuta a righe che si bevono una birra sulla terrazza dell'Hotel Lutétia, proprio quell' hotel sede dell'Abwehr (il servizio di intelligence militare) negli anni dell'occupazione tedesca dove la Gestapo aveva "interrogato" a modo suo decine di migliaia di disperati. Requisito su ordine del Generale De Gaulle, a partire dal 26 aprile '45 l'albergo con le sue 350 stanze diventò il centro di prima accoglienza e di smistamento di chi era riuscito a far ritorno a casa.

  Per i miei ormai abituali sei giorni ogni due mesi di "nonnitudine" mi sono portata cappotto e giacca a vento, ma inutilmente, a Parigi fa un precoce caldo estivo e le sponde della Senna cominciano a prepararsi per l'estate. In effetti le "berges" come le chiamano i parigini, sono in fermento: giochi e labirinti dipinti sul selciato, si stanno allestendo giardini e ristoranti perché non tutti fanno footing, c'è chi preferisce allenare le mascelle comodamente seduto. 
Avrei deciso una cosa: la prossima volta che vengo quasi quasi mi faccio una passeggiata sull'acqua con Jean Gabin, lui mi aspetta bello tranquillo attraccato al quai.




mercoledì 15 aprile 2015

Charlotte di David Foenkinos

La sintesi dell''argomento è presto fatta.
La protagonista è Charlotte Salomon, pittrice ebrea berlinese.
Non un personaggio inventato, ma realmente esistito.
La giovane se ne va in fumo ad Auschwitz incinta di sei mesi.
Muore il giorno stesso dell'arrivo. Aveva solo 26 anni.
Vita segnata dal dolore, la sua. Zia, madre e nonna moriranno suicide.
"Charlotte comprend tôt que les morts font partie de la vie"
Perde gli affetti cari e scopre la pittura.
Come una piovra il nazismo intanto avanza.
"En janvier 1933 la haine accède au pouvoir"
Dipingere e ancora dipingere sarà la risposta di Charlotte al dolore.
Sapendosi in pericolo affiderà i disegni al suo medico curante.
"Sono tutta la mia vita" dirà Charlotte nel consegnare quei fogli.
 La protagonista conosce un grande amore.
E' Alfred Wolfsohn, professore di canto della matrigna di Charlotte. 
La breve vita di Charlotte si snoda fra Berlino e la Costa Azzurra dove trova momentaneo rifugio. In una stanza d'affitto a  St. Jean Cap Ferrat Charlotte dipinge l'intero corpus della sua opera "Leben?Oder Theater? Ein Singespiel" (Vita? O teatro? Un dramma in musica) più di mille gouaches pieni di annotazioni.
                               
Ma un libro di narrativa non è fatto solo di una storia;
dentro, abitualmente celata, se ne nasconde un'altra,
l'incontro dell'autore con la "sua" storia, la gestazione dell'opera;
e come dirla, ovvero l'invenzione della scrittura.
Questa seconda storia è parte integrante del libro.
Nel caso di Charlotte, oltre la narrazione di lei 
colpiscono questi due aspetti della creazione,
l'incontro autore-storia e la cifra stilistica scelta.
Dei quadri di Charlotte visti per caso dall'autore a una mostra a Parigi. 
"La connivence immédiate avec quelqu'un.
La sensation étrange d'être déjà venu dans un lieu.
J'avais tout cela avec l'oeuvre de Charlotte.
Je connaissais ce que je découvrais."
Scatta la scintilla, fascinazione a prima vista,
quelle tele, quella vita, interpellano Foenkinos,
lui vuole sapere tutto dell'artista che li ha dipinti.
Nove anni di ricerche minuziose per penetrare la vita della giovane, 
pensieri, fragilità, paure,
famiglia, frequentazioni, studi, i luoghi abitati
Foenkinos andrà ovunque alla sua ricerca,
parlerà con chiunque avrà saputo di lei.

"Ho scoperto l’opera di Charlotte Salomon casualmente, ad una mostra a Parigi. Non sapevo chi fosse, né che cosa avrei visto. È stato uno choc emotivo! La sua opera, così come la storia della sua vita, mi hanno preso anima e corpo. E questa emozione non mi ha mai lasciato. Ho voluto raccontare la storia di questa donna straordinaria. Ero pronto a tutto perché non fosse dimenticata.....La ammiravo talmente che ho capito che non potevo scrivere una biografia classica. Dovevo raccontare il mio turbamento davanti alle sue opere, alla sua vita. E svelare la mia indagine su tutti i luoghi della sua vita. Credo nella memoria che i muri conservano. Si può sentire qualcuno seguendo le sue tracce. È anche questo un modo di incontrare qualcuno... Non mi permetterei mai di dire che ciò che scrivo è il vero. D'altra parte nessuno conosce la verità di un altro essere umano. ...
(intervista con Daniela Cavini a Sette pubblicata il 23 gennaio 2015) 

Questo libro, questa storia,
Foenkinos ha tentato di scriverla per anni
non ci riusciva, 
come parlarne?
la drammaticità della vita di Charlotte lo soffocava, 
finché
"Un giorno sono andato a capo casualmente. Ho tagliato una frase mentre scrivevo. Questo semplice fatto mi ha dato sollievo, mi ha fatto respirare. Ho capito che andare a capo a ogni riga mi avrebbe permesso la delicatezza di cui avevo bisogno per narrare una storia così pesante"...Tutti trovavano bizzarra la scelta di questa "prosa poetica", e annunciavano un fiasco. Ma io non avevo scelta: era l'unico modo in cui il libro poteva nascere". 
Ed è nato questo libro straordinario
con una scrittura straordinaria.
E' uscito anche in italiano.
Pubblicato da Mondadori.