sabato 21 aprile 2018

Aiutoooo....c'è la FIBRA in agguato!

Siete un po' imbranati come la sottoscritta?
Non avete dimestichezza con le moderne tecnologie?
Avete installati in casa linea fissa, telefono portatile e internet e tutto funziona?
Fermi lì, per amor del cielo, non toccate niente, non cambiate niente, lasciate tutto così com'è per l'eternità, il mio è un consiglio da vera amica.
Non è che pensassi a chissà quale rivoluzione, avevo semplicemente  due contratti diversi, uno con Vodafone per il telefonino e uno con Telecom per il fisso e internet;  in un momento di ordinaria follia ho pensato di razionalizzare il tutto con un unico gestore e mal me ne incolse, chi cambia contratto, chi cambia gestore è perduto, si ritrova in una bolgia dantesca, sono in ballo da due mesi e il tormentone non è ancora finito.
Non ho la stoffa del romanziere, ma vi assicuro che il materiale per riempire almeno cento pagine bianche ci sarebbe. Eppure inizialmente sembrava tutto così facile...due firmette e via andare.

Non  mi sono potuta permettere, purtroppo, una segretaria per gestire il mio rapporto divenuto ormai esclusivo con Vodafone, forse avrei dovuto farne richiesta, perché è praticamente un lavoro a tempo pieno con una media di 10 messaggi e 5 telefonate al giorno più sette tecnici che si sono alternati al capezzale agonizzante del mio vecchio modem Telecom ADSL per installarmi la FIBRA OTTICA, aiuto... la FIBRA. La prima cosa terribile è che la raffica di messaggi ti tempesta di sim, codici segreti, possibili applicazioni e mille altre diavolerie di cui non capisco un acca; la seconda cosa terribile è che non solo il referente cambia ogni volta, ma non è abilitato a ricevere telefonate, può solo farle lui e se tu vuoi ricontattarlo, ti attacchi al tram. Terzo trauma è stato il corteo dei vari tecnici, ogni volta diversi che si sono succeduti. La visita durava in media 15 minuti, giusto il tempo di constatare che il telefono fisso non funzionava perché non arrivava la linea, che la FIBRA non si poteva installare in studio dove era ubicata quella precedente e di piazzarmela infine sul pavimento in sala sotto il divano. Già, la FIBRA, prima una cassetta nera, poi una bianca con tanto di nomi da Star Trek "power station" e "station revolution" sul parquet  fra un groviglio di cavi, cavetti e fili elettrici manco fossimo alla Nasa.

Presi singolarmente, tutti carissimi ragazzi questi giovani che hanno sfilato per casa, età massima 25 anni, ma nell'insieme l'impressione di una armata Brancaleone con una gran fretta di stilare un rapportino e andarsene e poi ho capito il perché: lavorano per ditte in subappalto e sono retribuiti a intervento, una volta si diceva "a cottimo", più visite fai e più soldini guadagni, quindi toccata e fuga, né tempo né voglia di gestire il problema. Uno solo, un certo Nicolas, un po' incazzato ma competente e che ringrazio vivamente, si è preso la briga di restare due ore per  mettermi finalmente tutto in funzione. A onor del vero, l'avevo minacciato: - chiudo la porta a chiave e non esci di qui fino a quando non mi metti tutto in funzione-, forse si è spaventato, non so, comunque sta di fatto che San Gennaro il miracolo l'ha fatto, la cornetta si è rimessa a trillare, le spie rosse del Modem sono diventate verdi e la "station revolution" è entrata in orbita .

A un certo punto l'ho intuito di essere diventata "un caso delicato", anche senza essere un gran manager è evidente che  una pratica che dura due mesi con annessi e connessi non è redditizia, ma ne ho avuto la conferma quando, invece dei più svariati interlocutori, hanno iniziato a telefonarmi tutti i giorni sul portatile sempre due, sempre gli stessi, Marco da Milano e Dario da Lecce, i paladini di un tanto sospirato coordinamento. Lo so perché la frequentazione giornaliera seppur telefonica finisce per creare un rapporto, per favorire uno scambio meno asettico. Non conosco le specifiche competenze, ma credo siano addetti entrambi a gestire i casini, a risolvere le grane e quando non mi telefoneranno più un po' mi mancheranno, in fondo mi ci sono abituata, sono così gentili e vorrei invitarli a prendere un caffé da me.

Resto ancora un "grana" perché dopo i disguidi vari, tutto l'ambaradan tecnologico ora finalmente funzionante è piazzato in brutta mostra in sala, manco fosse un quadro di Modigliani da esibire mentre io lo vorrei nel mio studio dove è sempre stato, c'è un tavolino apposta accanto alla scrivania col computer.  Mi dicono che l'impianto della FIBRA in camera non è possibile e io non riesco a capire: ma come, andiamo sulla luna e la FIBRA nel mio studio non ci può stare, solo in sala la FIBRA OTTICA, ma chi si crede di essere? E allora sai che c'è? C'è che la FIBRA non la voglio più e aspetto fiduciosa l'ultimo tecnico della serie perché mi ripristini l' ADSL al suo vecchio posto, quello giusto per lui e per me. Sissignore, rinuncio alla Ferrari dell'etere e mi riprendo la Topolino secondo il vecchio proverbio che chi va piano va sano e lontano. Ecco, scherzandoci sopra perché incazzarsi fa male alla salute, vi ho raccontato le mie ultime vicissitudini, non ero in giro per il mondo, ho solo avuto un incontro ravvicinato con la FIBRA.
Ma dove sono finiti la vecchia macchina da scrivere, penna e calamaio, i papiri, gli amanuensi e gli scribi, la scrittura cuneiforme sumerica su pietra e persino le incisioni rupestri dei primi uomini? Li ho rimpianti e alla faccia della modernità e della FIBRA, che bei tempi dovevano essere quelli.





giovedì 5 aprile 2018

Blaye: il chiavistello della Gironda

I ragazzi hanno approfittato di sabato, l'unico giorno senza pioggia torrenziale, per portarmi a vedere due nuove località dei dintorni bordelesi, Bourg e Blaye, entrambe cittadelle fortificate, entrambe storiche località fluviali portuali sulla riva destra della Gironda, il più esteso estuario d'Europa, là dove la Dordogna e la Garonna si incontrano per sfociare nell'oceano. Direzione est, l'anno scorso siamo stati nel Périgord, direzione sud la scoperta di Hossegor nelle Lande e soprattutto i Paesi Baschi fra ottobre e novembre, mancava  all'appello la direzione  nord con il Médoc a ovest lungo la costa oceanica, che sarà la meta della prossima vacanza di qualche giorno e più modestamente il nord-est con questa gita di un giorno nei due borghi. Lungo il percorso ci accompagnano sempre distese infinite di campi coltivati a vite e il gigantesco estuario.
Come le case di tutta la regione e i palazzi di Bordeaux stessa, Bourg è fatto di un dedalo di stretti vicoli e di vecchie case di pietra da taglio (arenaria e granito) estratta fino al XX secolo dalle numerose cave dei dintorni, la rinomata "pierre de Bourg". Il suo porto sulla Dordogna che oggi ha solo vocazione turistica, è stato molto attivo nel Medio Evo per trasportare mercanzie  quando la navigazione fluviale era ben più battuta delle strade. Vediamo lungo il fiume un castellotto, nel passato dimora vacanziera arcivescovile che adesso è più prosaicamente un ristorante, visitiamo il parco e ciò che resta dell'antica fortificazione del XVI  secolo intorno al borgo che il Re Sole fece distruggere un secolo dopo come risposta punitiva nei confronti della Fronda, quel movimento di rivolta dell'aristocrazia francese contro la politica di Mazzarino e del potere centrale. Che tristezza, per i vicoli di Bourg non c'è davvero anima viva, nemmeno nella sua imponente chiesa neo-gotica di San Geronzio e meno male che Noam si diverte a correre sotto la tettoia della piazza del mercato.
Con le pittoresche casette per la pesca e le grandi reti sospese pronte ad essere gettate in acqua, è ricca di fascino "la route de la Corniche fleurie" che per una decina di chilometri da Bourg in direzione di Blaye costeggia il fiume. Credo sia un tipo di pesca cinese, ricordo di averne viste molte di questo genere in India nel porto di Cochin.
A Blaye c'è più animazione, forse perché l'immensa fortificazione di Vauban, come altri 13 progetti di questo grande ingegnere militare francese, rientra nei siti Patrimonio Unesco e sono in molti ad avere la curiosità di visitarli. Pare che fin dall'antichità il promontorio roccioso di Blaye, che domina l'estuario della Gironda, sia stato occupato da un campo militare romano, nel Medioevo poi al castrum subentrerà una prima fortificazione fino ad arrivare agli anni 1686-89  quando Vauban ne fa una vera e propria cittadella fortificata protetta da più mura come ad incastro.  Altre due costruzioni fortificate, il Fort Pâté su un'isola in mezzo alla Gironda e il Fort Médoc sulla riva opposta, costituiranno, secondo i piani dello stratega Vauban, tre sentinelle allineate sull' estuario uniche nel loro genere, un sistema difensivo che verrà chiamato il "Verrou de l'estuaire", il chiavistello dell'estuario e i nemici da tener lontani sono soprattutto la flotta "angloise", ovvero inglese e olandese che in passato si era già spinta fino a Bordeaux.
Abbiamo fatto tutto il periplo interno ed è un'area vastissima, ben 33 ettari, proprio come quella cittadella che doveva essere in passato, spalti e cannoni che vedono lontano, costruzioni, strade, una delle quali si chiama  "Avenue du 144° R.I. en Garnison à la Citadelle" perché dal 1874 al 1914 qui ci stava fisso di stanza un reggimento. La cittadella viene venduta dall'esercito a Blaye dopo la seconda guerra mondiale. Da allora si tenta di proteggere il sito e di restaurare tutte le costruzioni, fra cui quelle due torri che restano del castello medievale di Jaufré Rudel, famoso trovatore e cantore in lingua occitana dell'amor cortese. In estate si aprono per  i visitatori botteghe artigiane e si fanno dimostrazioni di vecchi mestieri. 
Per chi poi a Bordeaux volesse allenarsi alle scalate al coperto mentre fuori diluvia, ho l'indirizzo giusto. Credo fosse una vecchia fabbrica con annesso deposito, ma adesso, per grandi e piccini, propone pareti colorate su cui inerpicarsi. Noam si è cimentato alla grande, io comoda su una sedia a guardare, sic!  





giovedì 22 marzo 2018

Post Zang Tumb Tuuum... davvero imperdibile!!!

E per la terza volta mi ritrovo alla Fondazione Prada. Davvero imperdibile la mostra "Post Zang Tumb Tuuum. Art Life Politics: Italia 1918-1943" che, come sottolinea la presentazione, "esplora il sistema dell'arte e della cultura in Italia tra le due guerre mondiali, partendo dalla ricerca e dallo studio di documenti e fotografie storiche che rivelano il contesto spaziale, temporale, sociale e politico in cui le opere d'arte sono state create, messe in scena, nonché vissute e interpretate dal pubblico dell'epoca". Straordinario il lavoro del curatore Germano Celant, non a caso anche Soprintendente Artistico e Scientifico della Fondazione, impressionante la mole del materiale esposto, 600 lavori tra dipinti, sculture, disegni, fotografie, manifesti, arredi, progetti architettonici più lettere personali, riviste, rassegne stampa per un totale di 800 documenti e le proiezioni originali cinematografiche dell'Istituto Luce iniziate nel 1927, praticamente i telegiornali dell'epoca.  Se fossi un professore di storia dell'arte o di storia, altro che restare in classe con barbosi manuali, porterei i miei ragazzi  per tre giorni consecutivi in Largo Isarco al 2, si offrirebbe loro una panoramica circonstaziata dal vivo di questo tormentato periodo della nostra storia, coglierebbero l'atmosfera dell'epoca, la partecipazione consenziente o accomodante di alcuni, i compromessi di altri, il silenzio responsabile della maggioranza, il coraggio del dissenso di pochi. (Presente poi in ogni sala una scheda storica con i principali avvenimenti dell'anno preso in considerazione) (Adolfo Wildt: "Il Duce" 1924 Marmo)
Quelle della Fondazione Prada non sono mai delle esposizioni tout court che si limitano a mostrare acriticamente una sequela di opere avulse dal loro contesto, dietro è sempre sottesa un'idea, una tesi. Nella mostra "Serial Classic" si proponeva di studiare il rapporto fra l'opera originale e le copie seriali nell'arte greca e romana (http://www.saranathan.it/2015/05/fondazione-prada.html), "L'image volée" faceva riflettere sull'appropriazione artistica indebita o meno dell'opera o delle idee di qualcun altro (http://www.saranathan.it/2016/03/alla-fondazione-prada-again.html), in "Post Zang Tumb Tuuum", titolo di una raccolta di versi in libertà di Marinetti, si vuole contestualizzare l'opera d'arte che non esiste in astratto, ma prende forma in un preciso humus culturale, si sviluppa in una determinata situazione storica. "Scegliendo di non adottare un sistema espositivo che s'impone per la sua assenza di contesto ( quello della esposizione delle opere, su fondo neutro, così che dialoghino solo tra di loro, in nome dell'arte per l'arte), si è voluto ricollocare l'artefatto nel sistema d'uso: dalla mostra ufficiale allo studio, alla collezione e alla galleria...E' rendere visibile, tramite immagini documentarie del tempo, la comunanza della singola opera con altri soggetti, politici e non...Significa in definitiva svolgere un ruolo critico contro la decontestualizzazione espositiva..." scrive Germano Celant nel suo saggio "Verso una storia reale e contestuale". (Giò Ponti-Giorgio Supino per Richard Ginori "Busto di giovane donna" 1922 Terraglia smaltata  Adolfo Wildt: "Carattere fiero-Anima gentile" 1912 Marmo con dorature)
                                                                    Adolfo Wildt: "Pio XI" 1926 Marmo e oro
                         Marinetti nella sua casa romana 1934       
                   
Ovviamente impensabile un render conto organico  ed esaustivo di un'esposizione così ricca e articolata, possibile solo condividere qualche opera e delle note soggettive. La riflessione per esempio sui soggetti e sui titoli molto eloquenti di certi lavori futuristi che sembrano davvero in sintonia con lo spirito del tempo.  "Marinetti temporale patriottico" olio su tela del 1924 di Fortunato Depero, "Forze di paesaggio estivo" del 1917  o "Le mani del popolo italiano" del 1925 di Giacomo Balla, "Incendio città" del 1926 di Gerardo Dottori, sono opere che, come le sculture di Adolfo Wildt, su un altro versante,  corrispondono  ai desiderata mussoliniani che per l'Italia fascista auspica un'arte "tradizionalista e moderna". Da un lato un linguaggio classicista e monumentale che esalti il passato glorioso, se ne farà carico per esempio il movimento artistico "Novecento" promosso da Margherita Sarfatti, d'altro lato una modernità che l'avanguardia futurista saprà pienamente interpretare con la sua passione per la forza, il dinamismo, la velocità, il rullare dei motori. 
Opere di Enrico Prampolini in mostra a Parigi nel 1925 - Prampolini: "I funerali del romanticismo: trasfigurazione estetica 1934. Olio su masonite

Tramontata definitivamente l'idea di fine '800 di una fruizione gratuita del bello e dell'opera d'arte fine a se stessa, agli albori del nuovo secolo anche l'arte dovrà fare la sua parte. E poi in ogni epoca, a destra come a sinistra, ( come non notare  che "L'agricoltore" di Mario Sironi non è molto dissimile dalla cartellonistica di propaganda sovietica) rivoluzioni e  dittature hanno degli obbiettivi da raggiungere, dei valori da imporre, le masse da controllare attraverso il pensiero unico e ogni aspetto del vivere deve rispondere a queste coordinate. Mario Sironi esplicita chiaramente il ruolo dell'arte quando scrive: "Nello Stato Fascista l'arte viene ad avere una funzione sociale: una funzione educatrice. Essa deve tradurre l'etica del nostro tempo. Deve dare unità di stile e grandezza di linee al vivere comune. L'arte così ritornerà ad essere quello che fu nei suoi periodi più alti e in seno alle più alte civiltà: un perfetto strumento di governo spirituale".  Peccato che anche fra gli artisti, anche fra le cosiddette teste pensanti  si siano accorti in pochi che in nome di quel "governo spirituale" si fa la guerra, si tortura, si manda al confino o si ammazza chi la pensa diversamente. (Mario Sironi: "La commemorazione dell'Onorevole Matteotti" 1925 Matita, carboncino e tempera su carta -  Sironi: "L'agricoltore (l'aratro)" 1935 carboncino e tempera su carta.
Mario Sironi: "Paesaggio urbano con camion" 1920 Olio su tela
Mario Sironi: Cartone preparatorio per il mosaico "La Giustizia fiancheggiata dalla Legge e da una figura giovanile, recante il Fascio con la Verità" Palazzo di Giustizia di Milano 1936. Tempera, carboncino, matita grassa, biacca su carta da spolvero riportata su tela
Fausto Melotti: " Costante Uomo" 1936 Gesso -  Fortunato Depero: "Città meccanizzata dalle ombre" 1920 olio su tela   

Il fascismo chiede anche all'urbanistica e all'architettura di conformarsi ai propri valori dominanti e in questo senso fungono da vetrina celebrativa e propagandistica edifici monumentali e allestimenti altamente scenografici. Come del resto avverrà nella Germania hitleriana specialista in manifestazioni di massa e raduni sacralizzati come riti collettivi,  eventi come "la Mostra della Rivoluzione Fascista del '32 o "L'esposizione dell'Aeronautica Italiana" del '34 o "La Mostra nazionale dello sport" del '35, rappresenteranno un'occasione privilegiata per  esibire davanti a un vasto pubblico conquiste e grandezza del regime. "La Mostra della rivoluzione fascista", in particolare, sarà l'apice della collaborazione tra il regime e la cultura d'avanguardia. Numerosi artisti fra i quali Sironi, Funi, Prampolini, Marino Marino e architetti come Giuseppe Terragni,  studieranno l'allestimento espositivo delle numerose sale per accompagnare il visitatore in un percorso consacrato al culto della nazione, al Duce e al Fascismo. E in questi anni  in architettura, emergeranno soprattutto due tendenze, il classicismo neo-romano, amplificatore della tradizione e il razionalismo,  direzione più moderna in sintonia con le tendenze europee di quei decenni, basti pensare a Le Corbusier. Fuori da ogni schema, meriterebbe un discorso a parte l'architetto futurista Antonio Sant'Elia presente con alcuni suoi lavori a Post Zang Tumb Tuuum e che ho avuto la fortuna di conoscere in una mostra a Villa Olmo qualche anno fa. (http://www.saranathan.it/2013/05/citta-metropoli-megalopoli.html) (- Giuseppe Terragni: Casa del Fascio, Como 1928/1932-36) - Piero Portaluppi: Studio per il Grattacielo S.K.N.E. a New York 1920)
Gio Ponti: Studi per il Palazzo Montecatini di Milano 1933-36 - Maquette del Palazzo della Civiltà Italiana. Progetto del 1937.
Una cosa è certa  e la varietà come la ricchezza espositiva della mostra lo evidenziano ampiamente: gli anni dal 1918 al 1943 rappresentano in Italia una fucina di idee, un periodo artistico di grandissimo fermento e con le dovute precauzioni guardando l'eclettismo e il pluralismo delle opere esposte, sembra di poter dire che, rispetto al nazismo, il fascismo ha malgrado tutto lasciato maggiore libertà e autonomia creativa ai suoi artisti, non si parla di "arte degenerata" né si organizzano esposizioni per bandirla; possibili l'ossequio alla tradizione ma anche l'avanguardia, l'obbedienza ai canoni estetici indicati ma anche la sperimentazione, le opere funzionali alla propaganda ma anche le scelte intimiste. A creazioni così diverse corrispondono scelte comportamentali altrettanto diverse sia fra gli artisti che fra gli intellettuali. Chi aderisce entusiasticamente a certe idee di cui non sa vedere le ombre, chi collabora col regime per opportunismo, per ottenerne profitti e commesse, chi resta presto deluso e prende le distanze, chi si interessa solo al proprio lavoro artistico e poco importa sotto quale bandiera. Negli anni in camicia nera è più redditizia la cautela, molto più comodo un ambiguo silenzio che finisce per sembrare assenso ed è la strada più seguita, rari i rifiuti a voce alta come quelli di un Toscanini, di  un Primo Levi o di un Carlo Levi.  (Gino Rossi: "Testa di pescatore" circa 1910 olio su cartone - Carlo Levi: "Campo di concentramento" o " Le donne Morte" (Il lager presentito) 1942 olio su tela 
Ottone Rosai: " Il vecchio Eliseo" 1934  - Massimo Campigli: "Le spose dei marinai" 1934  -
Carlo Carrà: "Il bersaglio" 1928   -  Carlo Carrà: "Casa abbandonata" 1930
Felice Casorati: " Ritratto di Renato Gualino" 1923-24   "Ritratto di Hena Rigotti" circa 1924  "Doppio ritratto" 1924