lunedì 24 luglio 2017

Abbazia di Monte Oliveto e San Galgano: arte e bellezza

E nello straordinario scenario delle Crete Senesi, a metà strada fra Siena e Arezzo, dietro un fitto bosco di cipressi, querce e pini, si intravede all'improvviso l'Abbazia di Monte Oliveto Maggiore, eretta fra il 1393 e il 1526 sull'omonimo monte dai monaci Olivetani, facenti parte dell'ordine dei benedettini e riunitisi in Congregazione a inizio del XIV° secolo. Si accede al monastero dopo aver attraversato un palazzo medievale con ponte levatoio che funge da porta d'ingresso fortificata dell'Abbazia e subito nell'arcata esterna una terracotta smaltata raffigurante la "Madonna col Bambino circondata da due angeli" e sul versante interno  un "San Benedetto benedicente" opere attribuite entrambe ai della Robbia.
Un complesso magnifico e molto articolato: un viale di cipressi con l'orto botanico della vecchia farmacia distrutta a fine '800, una pescheria del XVI° secolo e alcune cappelle e poi, arrivati al monastero vero e proprio, la chiesa, il chiostro grande, il chiostro di mezzo con il refettorio, la biblioteca, la farmacia, un micromondo di bellezze e di quiete.

L'impresa artistica più rilevante è costituita dal ciclo affrescato nel Chiostro Grande: 37 grandi scene che illustrano episodi della vita di San Benedetto. Leggo che l'ideatore della decorazione è stato l'abate Domenico Airoldi che ha dato mandato a Luca Signorelli. A partire dal 1497 e per due anni l'artista cortonese, largamente aiutato da vari collaboratori, ha dipinto nove storie sul lato nord del chiostro che raccontano gli anni tardivi del santo, completerà poi le altre scene il pittore Giovanni Bazzi detto il Sodoma   (Eli Eli lama sabactani?  Mio Dio mio Dio perché mi hai abbandonato?)
E' l'area del Refettorio e della sovrastante biblioteca quella che ha conosciuto nel tempo le più frequenti modificazioni  e per due secoli, dalla fine del trecento alla fine del cinquecento l'ambiente dell'attuale Refettorio è stato usato come Aula Capitolare. La biblioteca invece, testimonia della vocazione allo studio della Congregazione, ma anche della sua attività creativa nei codici e manoscritti miniati. Buttando l'occhio a caso su qualche titolo degli antichissimi libri, sul frontespizio leggo  "Sanchez: Disputatio de matrimonio". Volendo sapere qualcosa di questo Sanchez condivido quel che ho trovato: 
"Se vuoi saperne più del demonio, leggi il Sànchez De matrimonio", recitava un adagio ancora circolante nella Spagna d'inizio Novecento, alludendo alla dovizia di particolari con cui il gesuita andaluso si addentra nei recessi dell'intimità coniugale con le sue Disputationes (1602-1605). Benché istituto santificante, confermato come sacramento dal Concilio di Trento, il matrimonio è guardato dalla teologia cattolica come luogo di una corporeità piena di ombre, che il teologo e canonista disseziona nelle sue forme - possibili e impossibili - valutandone liceità e peccaminosità......(https://books.google.fr/books/about/Nella_camera_degli_sposi.html?id=X5VDAQAAIAAJ&hl=en&output=html_text&redir_esc=y)
San Galgano è tutta un'altra storia. Ho semplicemente adorato la bellezza e la spiritualità "en plein air", se così mi posso esprimere, dell'Abbazia di San Galgano perché come soffitto ha gli alberi e il cielo. L'abbazia è stata costruita fra il 1218 e il 1288 da monaci cistercensi arrivati dalla provincia di Frosinone e si tratta della prima chiesa gotica costruita in Toscana. L'abbazia è stata eretta in questa posizione perché a quanto pare i monaci cistercensi sceglievano sempre di insediarsi nelle vicinanze di boschi, pianure coltivabili, grandi vie di comunicazione (la Maremmana in questo caso) e soprattutto di fiumi ( il Merse). 
La comunità di San Galgano era molto attiva ed ha accolto importanti personalità finché la carestia del 1329, la peste del 1348 e il saccheggio di vari eserciti non l'hanno duramente colpita. Il territorio dell'Abbazia è stato poi distrutto dal passaggio di bande di mercenari e alla fine del XV° secolo i monaci si sono trasferiti nel palazzo di San Galgano a Siena. La chiesa è stata sconsacrata definitivamente  nel 1789. Strana coincidenza, mi viene da pensare, è lo stesso anno dell'inizio della rivoluzione francese, antireligiosa e laica per antonomasia.
Ultima chicca del post, l'eremo a pianta circolare di Montesiepi contiguo a San Galgano, costruito alla fine del  XII° secolo sul colle dove il cavaliere Galgano Guidotti si è ritirato a fare l'eremita, allora in occidente non si usavano ancora i ritiri sull'Himalaya. Al centro dell'eremo si trova il masso dove il cavaliere ha infisso la spada come addio alle armi e atto di conversione alla pace. 



giovedì 20 luglio 2017

Toscana da sindrome di Stendhal

A sud della provincia di Siena, nella parte della Val di Merse che confina con le Crete Senesi e l'area di Montalcino, si trova Murlo, minuscolo borgo medievale che si presenta come il classico castello fortificato duecentesco. Ci siamo arrivate  all'ora di pranzo  per esercitare le mascelle davanti a tre gatti  con la pancia visibilmente piena e un panorama della campagna circostante assolutamente stupendo, ma anche per visitare il locale museo archeologico, uno delle tante collezioni pubbliche dell'area con reperti provenienti dai vari scavi sul territorio.
Un borgo davvero piccolissimo questo Murlo eppure archeologicamente significativo perché anticamente abitato dagli etruschi, la popolazione più importante dell'Italia prima dell'espansione romana che a partire dall'VIII° secolo prima dell'era volgare si è stanziata in un'area compresa tra l'Arno e il Tevere, poi anche a nord fino al Veneto meridionale e a sud in Campania e non a caso la Toscana, loro terra d'elezione per eccellenza, si chiamava anticamente Etruria. La civiltà etrusca, rimasta in parte tuttora misteriosa per la difficoltà riscontrata da parte degli studiosi di comprendere i loro testi scritti e caratterizzata da un altissimo livello artistico,  ha raggiunto il suo massimo apogeo nel IV° secolo p.e.v. prima di venire completamente assorbita dalla grande civiltà romana.
 Il museo di Murlo testimonia dei ritrovamenti della vicina Poggio Civitate ricca area archeologica etrusca dove gli scavi hanno portato alla luce i resti architettonici di una "residenza" signorile databile fra il VII° e il VI° secolo p.e.v. e, oltre a oggetti di importazione greca, creazioni etrusche di piatti, coppe, fornelli, molti vasi di ceramica comune e da cucina interessanti per conoscere la vita quotidiana e la cultura dell'epoca. Leggo che il sito di Poggio Civitate è stato abbandonato intorno al 525 p.e.v. e che gli abitanti avrebbero distrutto volontariamente il palazzo come sembra provare la cura con cui hanno seppellito in apposite fosse le decorazioni architettoniche. 

E poi inizia quel nostro vagabondaggio pomeridiano fino al tramonto attraverso il territorio delle cosiddette crete senesi, "paesaggi dell'anima " come li chiama l'amica e finalmente ho capito cosa volesse dire: un alternarsi di dolci colline e grandiosi calanchi, infinite gradazioni di bianco, verde, giallo, grigio. Le parole diventano superflue, evaporano lungo il percorso di quella strada che si vorrebbe senza fine.