giovedì 23 giugno 2011

Cambogia: 3 anni, 8 mesi, 20 giorni

Credo sia stato un errore programmare di visitare la Cambogia per due settimane dopo il Myanmar secondo il criterio che i due paesi erano "vicini". Geograficamente senz'altro, ma non è una ragione sufficiente. Le esperienze intense richiedono una pausa di riflessione e di digestione, le immagini possono sovrapporsi e si rischia di fare paragoni o paralleli  inutili e sbagliati, all'impatto di certe storie bisogna poi prepararsi e io certamente non lo ero a sufficienza. Anche in Cambogia sono umanamente gentilissimi e disponibili, dal carattere dolce e mite, gente splendida, la matrice buddhista è la stessa, ma è il sorriso che mi è subito mancato e anche quando c'è, non ha la stessa limpidezza, la stessa qualità senza ombre. E come sarebbe possibile un sorriso aperto e sereno in un popolo che ha "appena" vissuto un genocidio? Circa  2 milioni di morti su una popolazione all'epoca di 7 milioni e mezzo, numeri da capogiro.  Uso consapevolmente l'avverbio "appena", 32 anni da quel 7 gennaio 1979 non sono nulla per la Storia con la s maiuscola, ma rappresentano una ferita (meglio forse dire voragine) indelebile e vivissima per la cronaca, con genitori allora bambini ancora in vita, generazioni di figli e nipoti che sono figli e nipoti di chi ha visto, subito e attraversato il male assoluto. Al di là della gentilezza della gente, al di là di una frenesia di vivere che abita i giovani, al di là di comprensibili silenzi che tentano di rimuovere il non rimovibile, al di là di luci e caffè gremiti specie nelle città, ogni famiglia cambogiana conta i suoi morti e deve fare i conti con il suo dolore, il trauma recente risulta percepibile anche al viaggiatore di passaggio. In Cambogia si coltivano i fiori di loto, al mercato se ne vendono mazzi, pare che i suoi semi  diano l'oblio, se solo fosse possibile.

Non posso immaginare di iniziare i miei post cambogiani scrivendo di musei, mercati, palazzi, sculture e manicaretti locali e mostrando foto di Angkor, di un glorioso passato e di fameliche, incredibili radici di alberi che si inghiottono tutto. Certo lo farò, sono una turista e sono venuta per questo, ma in seguito. Dopo una storia tormentata ed una fratricida guerra civile, c'è stato un buco nero, iniziato il 17 aprile 1975 e conclusosi il 7 gennaio 1979, 3 anni, 20 mesi e 8 giorni di vero inferno, per mano del famigerato fratello N. 1 Pol Pot e dei suoi accoliti Khmer rossi. Sento che anche nell'inevitabile superficialità di un viaggio di due settimane devo partire da quel buco nero per rispetto dei morti, dei vivi e della loro storia.

Quel 17 aprile 1975 gli abitanti di Phnom Penh sono usciti dalle case per accogliere ed applaudire l'armata vittoriosa dei khmer rossi che entravano in città per liberare il paese dal giogo di colonialismi vecchi e nuovi. Quel giorno doveva significare la fine di una guerra tra fratelli, il ritorno alla pace, ad una vita serena, l'ora tanto attesa per partecipare finalmente tutti insieme alla ricostruzione nazionale. Ma nel giro di poche ore alla gioia hanno fatto seguito gli spari, l'esplosione di bombe, selvaggi atti d'intimidazione e di saccheggio, massacri barbari di coloro che si rifiutavano di abbandonare improvvisamente la loro casa e la capitale per ignota destinazione. L'ordine era di evacuare immediatamente la capitale, solo per tre giorni veniva detto, perché gli americani l'avrebbero bombardata da un momento all'altro. Nel giro di poche ore le arterie della città che andavano nelle 4 direzioni, erano piene di gente da scoppiare, tutti espulsi sic e simpliciter dalla loro vita, un formicaio impazzito, malati in barella costretti a lasciare gli ospedali, vecchi che si trascinavano a stento, famiglie che si sono frammentate senza mai più ritrovarsi, bambini sfuggiti di mano ai genitori persi per sempre. Funzionari, militari del vecchio regime, studenti, intellettuali, medici, cambiavano i loro vestiti, si affrettavano a distruggere i loro documenti, diplomi compresi; di fronte ai khmer rossi  dal grilletto facile bisogna sbarazzarsi più in fretta possibile di ogni traccia di "cultura capitalista", di ogni "segno" del passato. Nel giro di pochi giorni Phnom Penh diventa una città fantasma: " J'avais l'impression de traverser un cimetière, les batiments semblaient des tombes bordées de fleurs". (2) Non c'è bisogno di aspettare l'evolversi degli avvenimenti, nemmeno un minimo lasso di tempo per coltivare la speranza, l'Angkar, l'organizzazione rivoluzionaria, questa misteriosa entità smaterializzata dei khmer rossi, insondabile e arbitraria come un dio irraggiungibile, emana da subito i suoi ordini dall'alto e mostra il suo volto infernale.

i flussi migratori coatti dalle città alle campagne
  " Les gens qui demeuraient au nord de la ville étaient contraints de partir vers le nord, ceux du sud prenaient obligatoirement la direction du sud, et ceux qui demeuraient à l'ouest marchaient vers l'ouest; un seul objectif: quitter la ville pour la campagne par le plus court chemin.....   Cette
évacuation généralisée, massive, relevait d'une conception nouvelle de la société: l'idée meme de la ville devait disparaitre.....Il fallait faire table rase et construire une société égalitaire de type rural". (1). Un commissario politico spiega: " La ville est mauvaise, car en ville il y a l'argent. Les gens, eux, sont réformables, mais pas la ville. En suant pour défricher, semer, récolter, l'homme connaitra la vraie valeur des choses! Il faut que l'homme sache qu'il nait du grain de riz!"(1)


Nella presa della capitale niente è stato lasciato al caso, l'occupazione militare dei luoghi, l'evacuazione della popolazione, le fossi comuni per coloro che hanno un qualunque legame di responsabilità col passato, si interrompono  l'acqua e l'elettricità della città per scoraggiare ogni possibilità di resistenza. I rivoluzionari hanno puntato sull'ingenuità e la docilità  dei loro compatrioti, non immaginabile una tale utopia mortifera.
"L'Angkor doit déraciner trois montagnes: l'impérialisme, la féodalité. le capitalisme réactionnaire. Par "féodalité" il faut entendre: les fonctionnaires, la religion et les traditions populaires."(1)


Sradicare le persone dal loro habitat, disgregare  famiglie e comunità, spostarle continuamente da un'unità agricola ad un altra, sopprimendo il loro contesto sociale, religioso, tradizionale, significa spezzare ogni legame col territorio, con la propria storia, togliere da sotto i piedi qualunque valore di riferimento. Portare abiti colorati mostra l'attaccamento alla città ed alle sue nefaste influenze (va bene solo l'abito nero tradizionale dei contadini), obbligatori i capelli corti, quelle lunghi sono segno di perversione e pigrizia, il baratto è l'unico scambio possibile, soppresso il denaro, scandalo del mondo occidentale, disdicevole mangiare le uova, fecondate diverranno tante galline, futura carne per la popolazione, persino ridere sarà bandito." Pour la première fois depuis des semaines, j'éclatai de rire et, tout aussi vite, je plaquai la main sur ma bouche. Il ne fallait surtout pas qu'un Khmer rouge entendit des rires venir du foyer d'un Nouveau". (2) Ogni giorno è scandito da immane lavoro, deprivazione di tutto, tanta tanta fame (da 500 a 700 grammi di riso al giorno per una trentina di persone), terrore, malattie da fatica e denutrizione, l'esercizio arbitrario del potere, morte.

Sul monte Sinai Mosé abbandona momentaneamente il gregge per andare a cercare una pecorella che si era smarrita, questione di sottolineare la preziosità di ogni singolo soggetto, Pericle sosteneva che una vera democrazia deve conoscere il nome di ogni cittadino. Nelle dittature, e non finirò mai di stupirmi e di indignarmi, il percorso è alla rovescia, si procede sistematicamente alla disumanizzazione dell'individuo, alla negazione dell'uomo;  ad Auschwitz basta un numero marchiato a vivo sul braccio per riassumerlo come un capo di bestiame, in Cambogia per rivoluzionario ideale si profila il modello del  "compagno bue". -"Voyez le boeuf, camarades. Admirez-le! Il mange où on lui ordonne de manger. Si on le laisse paitre dans un champ, il mange....Il ne peut pas aller et venir, il est surveillé. Quand on lui demande de tirer la charrue, il s'exécute. Il ne pense jamais à sa femme et à ses enfants".-  Souvent, lors des réunions, les Khmers rouges parlaient du "camarade boeuf" comme du révolutionnaire idéal....Camarade boeuf ne refusait jamais de travailler. Camarade boeuf était obéissant. Camarade boeuf ne se plaignait pas. Camarade boeuf ne protestait pas quand sa famille se faisait tuer". (2) Non a caso una seduta di autocritica nei campi di rieducazione doveva terminare con le seguenti parole: "Je m'abaisse pour que l'Angkar puisse me purifier, me critiquer et m'éduquer à devenir encore plus soumis". (2)

Le foto di questo post sono di Tuol Sleng, uno dei licei della capitale. Dopo il 17 aprile 1975 la cricca di Pol Pot l'ha trasformata in prigione, il più grande "Centro di sicurezza" della Cambogia, chiamato S-21. Qui sono stati imprigionate, torturate e massacrate migliaia e migliaia di vittime, il corpo vivo di una nazione, con mogli e figli. Numerose prove,(minuscole celle di mattoni o legno, strumenti di tortura, documenti, le liste dei nomi dei detenuti, foto, indumenti) testimoniano dell'atrocità e delle torture più barbare che vi sono state perpetrate, il risultato dell'applicazione di un'ideologia spinta all'estremo della sua logica che ha adoperato un intero popolo come cavia da esperimento. L'utopia, realizzazione oltre ogni limite del maoismo cinese, auspicava il ritorno alla terra, la rivendicazione di ogni autonomia, l'uso della medicina tradizionale, una società rigorosamente ugualitaria. Ha prodotto solo ingiustizia, sofferenza, silenzio e morte.

La Cambogia detiene un altro drammatico primato, è stato il paese più bombardato al mondo, più bombe, razzi, missili, mine che sull'intera  Europa durante la seconda guerra mondiale. Per quattro anni, fino alla proibizione nell'agosto 1973 del Congresso americano di continuare i bombardamenti, una pioggia di fuoco ha devastato popolazione civile e paese che viet-cong e soldati  nord-vietnamiti adoperavano come base logistica per attaccare il sud-Vietnam. Una sporca guerra che ha causato la progressiva penetrazione dei comunisti vietnamiti e dei loro alleati Khmer rossi. Vicino a Siem Reap visitiamo un museo fondato dal cambogiano Aki Ra, un ex-bambino soldato che negli anni ha raccolto e catalogato  questi orrori e che dedica la sua vita a testimoniare la tragedia del suo popolo in giro per il mondo ed a sminare questi strumenti di morte ancora presenti a migliaia nel suo paese, proibito avventurarsi dovunque fuori dai sentieri battuti e già sminati, anche ora, in tempo ormai di pace ci sono regolarmente delle vittime civili. I guadagni del museo servono a finanziare campagne di sensibilizzazione e a sostenere un orfanotrofio- centro di riabilitazione e di formazione operativo sul posto.
Colpisce la ricchezza e la varietà dell'inventiva umana canalizzata sul male e constatare quanti paesi abbiano "generosamente" contribuito alla devastazione.
Tutti i numerosi gruppi musicali che suonano per i turisti davanti all'uscita dei templi sono costituiti da uomini mutilati, memento e testimonianza della follia umana e del vissuto di un popolo. Scelgo però di terminare il post con questa foto chiaramente simbolica: sculture senza testa o deturpate, la Cambogia ne è piena, distrutte dagli eventi, rubate o tagliate e vendute per denaro, muti testimoni di depredazione e disprezzo della grande cultura khmer.

(1) François Ponchaud: "Cambodge année zéro".  Editions Kailash seconda edizione luglio 2001
(2) Pin Yathay:"Tu vivras mon fils. L'extraordinaire récit d'un rescapé de l'enfer cambodgien". l'Archipel 2000
3) interessante il blog della mia amica Alex che ha vissuto come cooperante alcuni mesi in Cambogia http://alex-au-cambodge.blogspot.com/2009/04/rencontre-avec-un-des-trois-derniers.html

lunedì 20 giugno 2011

la chiave


......questo mi fa venire in mente quell'ubriaco che, tornando a casa verso le tre del mattino, perse la chiave e si mise a cercarla sotto la luce di un lampione. La polizia gli chiese: "E' sicuro di averla persa qui?". "No" rispose l'uomo "ma dato che qui c'è luce....."
Molto spesso cerchiamo la chiave là dove c'è la luce. E forse la chiave non è in quella zona illuminata.

da "Concordia e armonia" di Raimon Panikkar (oscar mondadori)

venerdì 17 giugno 2011

"mingala ba","kjezu bé", "tatà"

Ultimo post burmese, sennò va a finire che scrivo un romanzo e poi spero di aver suscitato un pò di acquolina in bocca e la voglia di andarsele a scoprire da soli tutte le bellezze di questo straordinario paese e della sua gente.

 Mingala ba = buongiorno,  kjezu bé= grazie, tatà= ciao. Sono le uniche tre parole che ho memorizzato. Le ho ripetute non so quante volte al giorno, accompagnate da un sorriso e un inchino a mani giunte. Sono proprio pochine, me ne rendo conto, eppure hanno funzionato, sufficienti per stabilire un contatto, per scambiarsi un segno di saluto solidale, per guardarsi negli occhi e far passare una corrente empatica, sarà che oltre alle parole contano anche modo e tono, sarà che da queste parti hanno stupendamente il sorriso facile e l'accoglienza in mano. I birmani hanno vissuto in grande isolamento e vivono tuttora senza libertà, anche all'interno del paese permessi solo alcuni scambi e non dovunque. Questa  chiusura ha negato la libera circolazione delle idee e non solo di quelle, il tormentato ma imprescindibile cammino che richiede la conquista di una democrazia,  ma in circostanze certamente drammatiche,  ha anche preservato la loro identità, il loro modo di vivere, uno sguardo curioso, ingenuo e disinteressato verso "l'altro", il "diverso" che arriva da paesi lontani. A questa arrendevole mitezza non è forse estraneo lo zampino del buddhismo che insegna l'accettazione e non la rivolta, un percorso di salvezza e di crescita individuale più che collettivo e sociale; il venerabile Maestro ha proposto al singolo uomo una rivoluzione interiore, non il sovvertimento dell'ordine costituito ( ha però insegnato agli umili e infranto le fondamenta del potere dei brahmani induisti ordinando monaco un barbiere, che apparteneva a una casta inferiore). Lui è divenuto un Buddha, un Illuminato, ma l'uomo Gautama Siddharta ha sì abbandonato palazzo, lusso ed agi per divenire asceta errante, ma per dire il vero anche la famiglia, i genitori, la moglie, il giovane figlio Rahula, che in quel palazzo con lui vivevano. Se l'esempio può essere  un valore fondante per la formazione di un'identità collettiva ed individuale dei birmani, per il nutrimento spirituale provvede comunque il Buddha con gli episodi della sua storia dipinti e narrati in ogni dove  e per la vita "civile" Aung San Suu Kyi, "la Signora", come viene chiamata da queste parti. Premio Nobel per la Pace, non sorprende che sia diventata il simbolo della resistenza  birmana alla dittatura militare. Il genitore Bogyoke Aung San è stato il padre del movimento per l'indipendenza del Myanmar, un eroe ed il suo martire più famoso, colui che sosteneva che "la democrazia è l'unica ideologia compatibile con la libertà" , colui che aveva sognato e lavorato per un paese in cui tutte le diverse etnie fossero rispettate e partecipassero al futuro governo del paese finalmente indipendente. Bogyoke Aung San è stato assassinato nel luglio del 1947, pochi mesi prima dell'indipendenza birmana del 4 gennaio 1948, andando drammaticamente ad ingrossare le fila di altri illustri morti assassinati, lungimiranti e scomodi propugnatori di pace.

In 4 settimane abbiamo girato e visto tanto, impossibile raccontare tutto. Per esempio non ho parlato di Yangon, la capitale, estesa, lussureggiante di natura, affascinante con palazzi imponenti e restaurati ed altri sgarrupati, gli stessi contrasti di  altre città dal passato coloniale e penso per esempio alla Havana, a Cochin, ad Antigua in Guatemala. La nostra prima camera d'albergo è stata nientepopodimeno che la 007, un buon auspicio seguito da grande delusione perché era vuota, dentro nè Sean Connery nè Roger Moore, peccato!, con Gastone avremmo gradito, ma entrambi gli agenti erano in missione speciale.

Io che a Milano in sinagoga non ci vado quasi mai, quando sono in giro per il mondo cerco sempre, chissà perché, dove sta la mia tribù (gli ebrei qui li chiamano Shinlung). A Yangon in una stretta via tra negozi di abbigliamento indiani e commercianti islamici la sorpresa di questa imponente sinagoga, costruzione ottocentesca con tanto di colonne e matroneo. Certi erano emigrati qui nel '700 provenienti dall'Iraq, dall'Iran, dall'India, poi altri durante il periodo coloniale britannico. Erano arrivati ad essere una comunità di 2500 persone, sono poi fuggiti durante l'invasione giapponese nella seconda guerra mondiale e all'arrivo della giunta militare nel '62. Adesso sono rimasti in 25, per mancanza di fondi fanno fatica a mantenere il tempio e sperano nel turismo e nelle donazioni degli israeliani di passaggio  bruscamente  interrottesi dopo le sanzioni americane sul paese. Pare urga restauro  per l'antico cimitero ebraico lasciato all'abbandono che non siamo riuscite a visitare.

Vorrei parlare anche di chinlon, una specie di calcio nazionale che abbiamo visto giocare in ogni angolo, in ogni strada del paese. 6 giocatori disposti a cerchio che devono cercare di tenere in aria e scambiarsi una piccola leggerissima palla di canna d'India intrecciata usando solo delle parti ben definite del piede o della gamba. Si perde quando si usa una parte sbagliata del corpo o la palla cade per terra.

Vorrei soprattutto parlare dei mercati, una mia grande passione, e di due in particolare, quello di Tikyt vicino a Laikaw e quello di Inn Dein dal nome dell'omonimo villaggio sul fiume nella parte terminale del lago Inle.
Non mi vergogno di raccontare che a Tikyt avevo le lacrime agli occhi per la commozione, troppo bello, mi sono veramente sentita una fortunata proiettata su un altro pianeta, coloratissimo, autentico, incontaminato, sereno.

 Le donne dell'etnia pao con i loro copricapo rossi in testa, tutti, proprio tutti, in costume tradizionale, il longyi, un semplice rettangolo di stoffa legato intorno alla vita, un giro in più o in meno di tessuto a seconda della taglia. La sua praticità, l'isolamento del paese e la diffusa povertà ne hanno decretato il successo, non viene indossato solo dai militari e da qualche abitante di città. E' un capo magicamente polifunzionale, anche qui il bisogno aguzza l'ingegno, in crociera una sera ce ne hanno dato dimostrazione: può diventare coperta, tovaglia, tracolla per portare oggetti, culla per bambini, cinghia di sicurezza per salire sulle palme da cocco, costume da bagno,asciugamano, copricapo, lungo o corto, dipende semplicemente da come lo pieghi e dall'uso che abbisogna. Mio figlio Francesco, minimalista com'è, ne sarebbe entusiasta, ma a Parigi non so se è indicato.Sorprendente anche l'altro mercato, ma per una differente ragione, aveva il casinò. Già, il casinò. In fondo in fondo nascosto dietro miriadi di bancarelle una folla di persone in piedi o ammassata per terra  a grappoli a guardare e puntare davanti ai due giochi: Gon Game, tre grossi dadi rudimentali invece della roulette con su tartaruga, gambero, pesce, tigre, elefante e pavone e Le Kong, una specie di trottola dado multicolore. Purtroppo non ho potuto fotografare, come in tutte le sale da gioco del mondo che si rispettino, anche in questa straordinaria bisca campagnola sotto un cielo assolato era strettamente proibito.

Grazie Myanmar, grazie Alex, questo viaggio "unico" è stato ricco di emozioni, di gioia, di riflessioni e di stupore, me lo porterò sempre nel cuore e non è una frase tanto per dire. Ho iniziato il primo post del mio diario birmano parlando del sorriso e lo termino con il sorriso di questo vecchio che in fondo mi sembra riassumere lo spirito del  paese: seduto per terra fra le colonne della bella pagoda Shwe Inn Dein  propone un profumatissimo ramo di mughetti intrecciati che non è da tenere per se, l'offerta deve circolare, e se un turista del mondo nel suo pensiero lo destina a qualcun' altro, sono sicura che il Venerabile Maestro nella sua grande saggezza non se ne avrà a male e capirà.

martedì 14 giugno 2011

però, festaioli e superstiziosi questi birmani!

Per cominciare un bel cono gelato rosa shocking all'uscita della pagoda dopo la foto di gruppo. Che siano profondamente religiosi  non occorre sottolinearlo ulteriormente, per quantità di paya, di monaci e pratiche  devozionali in qualche modo il paese può risultare perfino monotematico; se per caso il materialismo dialettico avesse ragione a considerare la religione come l'oppio dei popoli, qui la situazione risulterebbe altamente "drogata". I birmani, buon per loro, sono intensamente festaioli e nella grande tolleranza che insegna il buddhismo c'è spazio per tutte le religioni con relative feste e beninteso anche per quelle laiche che, per non fare torto a nessuno, si celebrano tutte. Cominciamo con le feste più significative dell'anno che evocano momenti salienti della vita del Venerabile Maestro ( per esempio nascita, illuminazione, l'inizio del sangha); seguono tutte quelle che scandiscono la vita di un uomo (nascita, gravidanza, attribuzione del nome, ingresso in monastero, matrimonio etc.). Ci sono poi le feste animiste, quelle cristiane (a Natale dieci giorni di vacanza per tutti, ci dice la guida Alex) e quelle mussulmane, per finire le ricorrenze legate a tradizioni locali e quelle dello stato, politiche e militari.
Per quanto concerne il matrimonio e per quel poco che ho visto e capito, mi pare siano organizzati benissimo. Dai il tuo regalo e un'offerta, non so se libera o fissa, a due signore belle sistemate con il loro banchetto davanti all'ingresso del locale e ricevi in cambio un ventaglio con il nome ed altri dati della coppia nuziale. Foto di gruppo di sposi e famiglia e poi tutti al locale pubblico dove s'intende è imbandito il mega banchetto. E' un giorno speciale e si offre a tutti (capita che partecipino anche duemila persone) perché con la generosità si guadagnano meriti per la vita futura. Fieramente Alex ci informa che al suo matrimonio si sono consumati cinque maiali e tre mucche. La cosa che mi ha lasciata molto perplessa nel frammento di cerimonia a cui abbiamo potuto assistere era la serietà per non dire tristezza o paura sui volti dei novelli compagni e famiglia. Rispetto per la solennità del momento? Pudore dei sentimenti? Matrimonio combinato senza amore? Preoccupazione per la salassata economica? La risposta resta misteriosa. Comunque per gli amanti delle cose semplici  ho letto che presso l'etnia degli Akha gli anziani offrono da mangiare ai futuri sposi un uovo sodo ed un pollo bollito e così diventano marito e moglie. Siedono poi sotto l'altare degli antenati ed i familiari versano loro addosso del riso cotto augurando prosperità e fortuna.
Un popolo che è festaiolo ed ama divertirsi non può non divenire conseguentemente creatore di  musica, danza, teatro, momenti imprescindibili per stare in allegria. La cultura birmana che veniva prodotta nelle corti, non ha avuto vita facile dopo il crollo dell'ultimo regno, sono venuti a mancare i mecenati storici, architettura ed arte erano attività che senza il sostegno del re si sono arenate. Ma sempre ben viva invece la cultura di strada, il pwe, ovvero lo spettacolo. Il pwe è il teatro quotidiano della vita: una festa religiosa, un matrimonio, un funerale, una celebrazione, l'ordinazione di un monaco, un evento sportivo, si trova sempre l'occasione per organizzare un pwe, per fare festa. I generi sono vari, dal teatro serio a quello comico, la danza ( gli studiosi di danza birmana pare abbiano catalogato oltre 2000 movimenti) in cui le ballerine indossano costumi con un lungo strascico che viene lanciato in aria con i calcagni durante i movimenti delle gambe e la musica accompagna sempre, incredibile e bellissimo a proposito questo strumento musicale.
Abbiamo assistito a diversi pwe, in crociera, a Mandalay, ma lo spettacolo più straordinario ( amato dai turisti e meno seguito dai birmani) sono state le marionette a Bagan, personaggi variopinti che arrivano fino ad un metro di altezza e  60 fili che li tirano, anche uno per sopracciglio.  Il repertorio classico di un  maestro burattinaio richiede una dotazione di 28 marionette fra cui naturalmente re, regina, il buono, il cattivo, un alchimista, un eremita, un astrologo, una scimmia.
Data la mia ignoranza di un mondo complesso e culturalmente molto lontano, mi è difficile comprendere dove finisce la ritualità religiosa ed ha inizio la tradizione e quale sia la sottile linea di demarcazione che dagli usi e costumi sconfina nella superstizione, certo è che nella vita di un birmano nulla sembra essere lasciato al caso o ad una scelta individuale, tutto è codificato, ritualizzato e risponde ad una sua logica. La data, il giorno e l'ora in cui si nasce condizioneranno molti eventi, tenuti in grande considerazione e regolarmente consultati gli astrologi che con i loro calcoli consigliano o sconsigliano quando fissare la data di un matrimonio o di una qualunque altra ricorrenza, venerato soprattutto il numero 9 che si ritiene possieda un valore mistico. Un  rito abituale cui abbiamo più volte assistito consiste nel versare dei bicchieri d'acqua corrispondenti alla propria età più un bicchiere supplementare come auspicio per lunga vita futura sopra l'effigie di un Buddha. Ad ogni pietra preziosa e semi-preziosa, di cui il Myanmar è ricchissimo, è legato un significato ed un giorno della settimana: lo zaffiro per esempio serve alla salute e per il  successo nel business, la madreperla è la pietra del lunedì, mentre il corallo quella per i nati di mercoledì. Altrettanto importante la simbologia dei colori, il verde pare sia indice di cattivo carattere.
E' in questo articolato coacervo di riti, tradizioni e credenze che si inserisce l'onnipresente e vivissimo culto dei nat che ha nel Monte Popa e nell'area intorno a Bagan  il suo centro propulsore. Il buddhismo si innesta infatti storicamente sul preesistente culto dei nat, una forma di animismo che venerava gli elementi naturali, personaggi storici realmente esistiti o leggendari  e deva e Asura ( in sanscrito divinità e demoni della tradizione vedica che assistono l'umanità). 111 il numero totale dei nat, 37 detti superiori, 37 legati al mondo della natura e 37 inferiori. Nella credenza birmana i nat sono degli spiriti, delle entità dotate  di poteri sovrannaturali, capaci di essere vendicativi o generosi, gelosi o tolleranti, (mi vengono in mente i tradimenti di Giove e le vendette di Giunone nell'Olimpo greco) per questo vengono pregati  ed onorati  affinché esercitino in positivo il loro potere  in ogni frangente della vita senza interferire negativamente come alcuni di loro sanno fare, non a caso ci sono monaci specializzati in esorcismi dai nat. In ogni dimora birmana c'è il nat protettore della casa (anche davanti a certe Paya) che riceve quotidianamente le offerte dalle persone che vi abitano. Malgrado la comprensibile disapprovazione dei più rigorosi monaci buddhisti, il culto dei nat è praticato in tutto il paese, sincretismo birmano che segue l'insegnamento del venerabile Maestro e chiede nel frattempo ai nat aiuto e protezione nella vita corrente.
Con Gastone siamo rimaste molto impressionate da una cerimonia di nat pwe cui abbiamo assistito in una pagoda di Bago. Il fedele in questione, soddisfatto di essere stata esaudito nelle sue richieste, ringraziava con questa cerimonia gli spiriti. Due medium (tradizionalmente donne o uomini travestiti come in questo caso) con canti, danze particolari e la musica assordante di 4 suonatori invitavano i nat interpellati a partecipare materializzandosi nei loro corpi, come in una possessione spiritica.
C'è di buono che in ogni situazione e per ogni frangente i birmani  organizzano subito una bella festa e ringraziano sempre, con la riconoscenza non hanno alcuna difficoltà e mi sembra un buon insegnamento. In sintonia con l'argomento trattato in questo post termino con un regalo virtuale ai miei lettori: un portafortuna locale. 
    

   .