venerdì 30 marzo 2012

le case di Neruda


 Chascona a Santiago, Sebastiana a Valparaìso, Isla Negra nell'omonima località. Non anonime dimore, hanno tutte tanto di nome forse perché non sono case qualunque, sono quelle di Pablo Neruda. Tutte diverse, naturalmente ognuna ha la sua personalità e un'ubicazione geografica particolare e in fondo tutte uguali per delle caratteristiche comuni che fanno da filo conduttore.

 Delle case-museo innanzitutto, perché Neruda era un collezionista bulimico: opere d'arte asiatica ed africana , stampe cinesi,   Buddha, bastoni da passeggio, bottiglie, quadri di amici, Roberto Matta in testa, fotografie, libri, ricordi di viaggio di quando era stato console cileno a Ceylon, a Giava, in Birmania, occhi di Fornasetti così in bilico tra realtà e finzione, brocche, bamboline di Marbella, statuette dell'Isola di Pasqua e si potrebbe continuare all'infinito. Case-barca per forma architettonica della costruzione, delle terrazze, delle finestre spesso come oblò o del giardino e per i contenuti, collezioni incredibili del mondo del mare, foto e quadri di navigatori, mappe, sestanti, bussole, vascelli in bottiglia, stupende polene.

 L'oceano è direttamente o indirettamente sempre presente, amato e temuto, sull'acqua Neruda non ci andava mai, voleva però vederla sempre. Case-case, vere, calde, accoglienti, non di rappresentanza, fatte per godersi i momenti di intimità familiare, per ricevere gli amici, per mangiare in compagnia intorno alle grandi tavole con l'imprescindibile e fornitissimo angolo bar foriero di chissà quante bevute. Case che raccontano quanto Neruda amasse la vita, eccome!

Così, ogni mattino
della mia vita
attingo dal sogno
un altro sogno
La Chascona si trova in un ombreggiato vicolo cieco ai piedi del cerro bohème di San Cristobal, il santo protettore dei navigatori. La Fundaciòn Neruda che tutela e valorizza le vecchie case del poeta, ha sede in questo edificio a forma di nave. Chascona è una parola cilena che sta a dire capelli ricci, rossi e ricci come quelli della terza moglie del poeta, Matilde Urrutia,  tenuta segreta per due anni perché allora c'era ancora in circolazione la seconda moglie; già, anche i sommi poeti sono maledettamente uomini.
Di Matilde c'è la copia di un quadro che la rappresenta del 1953 di Diego Rivera e poi una ceramica e un quadro di Fernand Léger che ha fatto le illustrazioni della prima edizione francese del Canto General. Sono tre piccole case abbarbiccate  sulla collina in mezzo ad una vegetazione lussureggiante, una per la vita sociale con il bar e la sala da pranzo, la stanza per gli ospiti, una per la vita privata, nella terza, la più alta con la bella vista sulla città, la biblioteca e lo studio di lavoro. Rigorosamente proibito fotografare gli interni.
La Chascona oggi non è esattamente originale come allora, durante il colpo di stato del '73 è stata profanata, saccheggiata, durante gli anni di Pinochet oggetti, ricordi e più di 7000 libri sono stati bruciati; è purtroppo una vecchia storia che sempre si ripete, il libero pensiero, la circolazione delle idee e la cultura fanno paura alle dittature e in case come queste tutto parla.

Su, su, come un faro a picco sugli scogli, alla sommità del cerro Bellavista, più alternativo e ruspante dei due cerri turistici Concepciòn e Alegre di Valparaìso, ci sta la Sebastiana da cui si gode di una tale vista mozzafiato che mette voglia di diventar poeta anche chi non lo è per tradurre in parole un simile spettacolo.
La mia casa è stata costruita anche come un giocattolo ed io ci gioco da mattina a sera. Qui ho riunito giocattoli piccoli e grandi senza i quali non potrei vivere. Non ricordo più chi l'ha detto che i poeti sono come i bambini, ma non serve altro, più esplicito di così si muore, girando per le stanze questa intuizione diventa palpabile. Vissuto, pieno di atmosfera, originale, è proprio l'antro  di una Sibilla curiosa che ha sete e fame di tutto.

Yo establecì la casa./ La hice primero de aire/ Luego subì en el aire la bandera/ y la dejé colgada/ del firmamento, de la estrella, de/ la claridad y de la oscuridad....  (la Sebastiana)
Festa memorabile per l'inaugurazione  quel 18 settembre del 1961. Il poeta amava passare l'ultimo dell'anno alla Sebastiana per ammirare con gli amici i fuochi d'artificio sul porto dal suo terrazzo così privilegiato. Il bar tutto rosa era il luogo sacro dove preparare un cocktail di sua invenzione, bottiglie e bicchieri colorati perchè fin da bambino aveva scoperto che l'acqua là dentro aveva un sapore migliore. 


E poi l'ultima, la più amata, quella di Isla Negra, quella dove ha scritto la maggior parte delle sue poesie, quella che gli consentiva lunghe passeggiate sulla spiaggia alla ricerca dei doni dell'oceano come quel vecchio asse di legno che gli fungeva da scrittoio."Questa casa è la mia barca ancorata sulla terra" soleva dire e qui, semplicemente davanti all'oceano  voleva essere seppellito. E' stato accontentato, la sua Matilde gli è accanto.
Ci si arriva percorrendo un lungo sentiero in terra battuta fra il verde di alberi e cespugli, un sole accecante, la voce grossa e inarrestabile dell'oceano, la brezza del vento e va bene così, la camminata favorisce il silenzio ed il raccoglimento di fronte a una natura così prepotentemente protagonista.

Agli inizi, nel 1938 la casa era un vecchio rudere, il poeta lo ha restaurato, ingrandito, aggiunto qualcosa anno dopo anno. Il suo battello ancorato sulla terra Neruda l'ha lasciato l'11 settembre 1973, un altro 11 settembre da brivido, il giorno del colpo di stato del generale Pinochet; insultato dai militari, sfinito dalla chemio contro il cancro che lo divorava, morirà pochi giorni dopo a Santiago. Lasciata in eredità al partito comunista, l'Isla Negra, come le altre dimore, è stata confiscata e chiusa dal regime per anni e riaperta come fondazione-casa-museo nel '90 col ripristino della democrazia nel paese. Così nel '92 il poeta potrà finalmente ritornarci e riposare in pace.
 " Compagni miei, seppellitemi a Isla Negra, di fronte al mare che conosco, di fronte alle aspre superfici di pietre e di onde che i miei occhi smarriti non rivedranno mai ".

Lo diceva lui stesso: " Non sono un navigatore che a parole, preferisco avere i piedi per terra" e allora eccola la sua barca saldamente ancorata in giardino davanti a flutti non solcati , Neruda ci  saliva a "navigare" tutti i giorni per prenderci l'aperitivo. 

A un operaio della casa che alla vista sulla parete di un grande ritratto di Walt Whitman chiede al poeta se si tratta del padre, Neruda pare abbia risposto che "si, padre en la poesia". E mi ha dato grande gioia vedere a  Isla Negra sul suo tavolo di lavoro un ritratto di Baudelaire. Whitman, Rimbaud e Baudelaire, i tre grandi maestri del poeta e, mi permetto di aggiungere, l'oceano davanti alla finestra.

Chi muore (Ode alla Vita)
Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine, ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,chi non cambia la marcia, chi non rischia e non cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce.
Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su bianco e i puntini sulle "i", piuttosto che un insieme di emozioni, proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso,quelle che fanno battere il cuore davanti all'errore e ai sentimenti.
Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul lavoro, chi non rischia la certezza per l'incertezza, per inseguire un sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli sensati.
Lentamente muore chi non legge, chi non viaggia, chi non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso.
Muore lentamente chi distrugge l'amor proprio, chi non si lascia aiutare, chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.
Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.
Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare.
Soltanto l'ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicità...

PABLO NERUDA   

lunedì 26 marzo 2012

con la frangetta

Ma come si fa a costruire su una collina centrale della magica Castro un gigantesco mall? Come si fa a sporcare la poesia di quelle casette colorate di legno con un centro commerciale spropositato? Ma i chiloti non si considerano fieramente "l'isla al fin del mundo"? E sull'isola alla fine del mondo permettono questo scempio?
 E' solo in questa direzione, innalzando mostri di cemento, che si muovono crescita e sviluppo? Meno male che non penso ritornerò per vedere l'orrida realizzazione terminata, ci sono talmente tanti luoghi ancora da scoprire. 
Spero di sbagliarmi, che siano riflessioni superficiali immeritatamente critiche di una turista ignara della realtà del paese, ma me ne sono tornata a casa con l'impressione negativa  che qui tutto sia possibile, che uno possa costruire ville, case, stamberghe e palazzi come e dove vuole. Su uno scoglio davanti all'oceano? Sul cucuzzolo di  una collina? In mezzo a una valle? Alle falde di montagne incontaminate? Sull'isola deserta? E perchè no? Alta, bassa, moderna, antica, eclettica, stupenda, orribile? E perchè no?
Di spazio ce n'è tanto, i gusti non si discutono e a chi non piace una bella vista o l'angolo esclusivo? Generosamente sembra che tutti vengano accontentati, immagino  si tratti solo di pagare e mettersi d'accordo.
 La Serena è l'unica città che sembra avere un piano regolatore. Alcuni edifici sono originali dell'epoca coloniale,  per la maggior parte si tratta di architettura neocoloniale, frutto del "Plan Serena" voluto alla fine degli anni '40 dal presidente Gabriel Gonzàles Videla, originario della città. Stile e rifacimenti possono piacere o meno, ma almeno c'è una coerenza architettonica, un'omogeneità urbana.

Certo chiamandola libertà creativa e non anarchia, la prospettiva cambia e ci sono delle belle sorprese; per esempio, nell'animata Puerto Varas base imprescindibile per visitare i dintorni, la casa museo Pablo Fierro, gambe e sacco di Babbo Natale che fuoriescono dal camino tigrato, finestre senza vetri come quadri,  un bric a brac incredibile di vecchi oggetti, foto, lito, articoli di giornale.

Apparentemente è un gran casino polveroso, ma trasuda poesia  da tutti i pori e funge da memoria storica di cose e storie del passato raccattate di qua e di là. Pablo Fierro è pittore e un instancabile raccoglitore; al suolo, inserito nel parquet, c'è il fornello di una vecchia stufa e lui ci tiene nascoste le caramelle da offrire ai bambini.
Altra sorpresa a Frutillar, il mastodontico centro culturale che offende il lago Llanquihue e il vulcano Osorno, ma che permette di godersi lo spettacolo di hip- hop di un gruppo di giovani ballerini  scatenati sulla magnifica piattaforma sospesa sull'acqua.
Per finire, lungo la costa davanti all'oceano, le case che ho preferito in assoluto, quelle con la frangetta.  Di tetti ricoperti di paglia o stoppie ne ho visti un sacco in giro per il mondo, è una tecnica molto usata, ma così con la frangia lunga francamente mai. Alfonso mi ha spiegato che si chiama "coiron", un'erba lacustre che viene fatta essicare e che ha grandi proprietà isolanti.

Avevo pensato a dei bobtail e poi, quando si dice le coincidenze, mi hanno fatto incontrare sulla spiaggia di Papudo il qui presente. Non so come si chiami  la sua razza, ma mi piace immaginare che abbia  funto da musa ispiratrice per le case, le case con la frangetta.