martedì 29 ottobre 2013

Le Corbusier: la casa del matto

8 ottobre 2013: dal treno in direzione Marsiglia un'occhiata al mare e a chi con coraggio si sta facendo una bella nuotata come se fosse ancora luglio, una sosta veloce alla splendida terrazza della stazione Saint Charles per ammirare la vista panoramica di tutta la città e poi di corsa fra metro e autobus 21 fermata Le Corbusier al 280 di Boulevard Michelet, dove ci aspettano gli amici dell'associazione http://eileengray-etoiledemer-lecorbusier.org  per sei intensissimi giorni di scoperta di Marsiglia e dintorni. So già che sarà una sfacchinata, con lei non si spreca mai un minuto, ma gli itinerari preparati da Magda per il gruppo, un viaggio all'anno, sono sempre di qualità e non me li perdo neanche morta.






In Bd Michelet ci sta la "Cité Radieuse" o " l'Unité d'Habitation", due nomi per uno stesso posto, ma la chiamavano anche "La maison du fada", ovvero "la casa del matto". Già perché l'immobile concepito da Le Corbusier e costruito dal ministero della Ricostruzione e dell'Urbanismo fra il 1947 e il 1952 nel quadro della ricostruzione dopo la seconda guerra mondiale per offrire una nuova collocazione ai sinistrati che avevano perduto la loro casa durante i bombardamenti, dal 1986 è nella lista de Monumenti Storici e repertoriata come Patrimonio del XX secolo, ma all'epoca ai marsigliesi non piaceva proprio, suscitò grande scandalo, nessuno voleva andarci ad abitare, si fece addirittura una petizione per abbatterla.

Per fortuna non tutti la pensavano così, certo non Picasso e Einstein che vengono subito a vedere e apprezzano quel che sta combinando l'architetto modernista nella città focese, una vera rivoluzione architettonica.

Ci abiteranno poi funzionari di vari servizi di stato e nel 1954 l'insieme dell'immobile viene diviso in lotti e venduto, si costituisce così la coproprietà. Altro che sfollati, poveri cristi e anonimi funzionari degli inizi, vengono da tutto il mondo a vedere la casa del matto, adesso fa molto chic abitare lì, sulle targhe all'ingresso si vedono studi di architettura,  medici, avvocati e psicanalisti, professionisti insomma di tutti i tipi. 
La Cité Radieuse è concepita come un villaggio verticale perfettamente autonomo poco distante dal centro città, 337 appartamenti (attualmente ci vivono all'incirca 1200 persone) corridoi larghi e grandi chiamati "strade" per una circolazione fluida, negozi, asilo, scuola,  un favoloso tetto-terrazza dalle molteplici funzioni ricreative, un giardino con anche il campo da tennis. 
Nella III° via "commerciale", Le Corbusier aveva voluto creare un vero centro commerciale per gli abitanti del complesso, ma i clienti venivano anche dai dintorni. C'erano un salone di parrucchiere, uno spaccio che vendeva di tutto, il macellaio; con i supermarket vicini anche qui è successo come altrove, molti negozi dell'Unité d'Habitation hanno dovuto chiudere i battenti, resistono una panetteria-pasticceria, una libreria-galleria, l'albergo che ci ha ospitati e un fior di ristorante dal nome azzeccatissimo nel contesto,  "il ventre dell'architetto".
Con l'amica Marina e un'altra coppia ci hanno sistemato  nell'appartamento privato del gestore o proprietario dell'albergo, non so con precisione, forse non c'erano abbastanza stanze per tutti e mi è andata benissimo così perché era un po'obsoleto e malandato, ma conservava tutto il suo "jus d'origine" il sapore dell'epoca,  come dicono i francesi e se la cabina doccia sembrava quella di una barca a vela per me non c'è problema, tanto sono piccola. Secondo lo statuto della comproprietà comunque tutti gli appartamenti possono essere ristrutturati solo rispettando certi canoni della concezione iniziale. 
Il tetto al nono piano è in assoluto il posto più strepitoso e ha veramente del visionario che un architetto abbia potuto "osare" un luogo del genere negli anni '50. A parte la vista a 360° gradi, è corte di ricreazione per i bimbi dell'asilo del piano sottostante, per loro anche una piscina dall'acqua bassa, è spazio aperto di riposo e solario per gli inquilini dello stabile e poi  c'è l'atelier, un tempo palestra sportiva caduta progressivamente in disuso e ora, grazie all'intervento del designer marsigliese Ora-Ïto, divenuta il MaMo, un nuovo centro di arte contemporanea.

In fondo a un lungo corridoio rosso, è in corso attualmente l'esposizione "Résidence secondaire" che mostra le creazioni di giovani talenti laureati in arte contemporanea e design del programma "Audi talents awards". 

" La réalisation de l'Unité d'habitation de Marseille aura apporté à l'architecture contemporaine la certitude d'une splendeur possible du béton armé mis en oeuvre comme matériau brut au même titre que la pierre, le bois ou la terre cuite. L'expérience est d'importance" scrive Le Corbusier. Ed è stata veramente un'esperienza singolare vivere dal di dentro in un luogo così. Anche ai non "esperti" come la sottoscritta risulta chiaro come l'opera di Le Corbusier si sia articolata nel doppio segno dell'idealismo e del razionalismo, dove essenzialità e rigore formale sembrano essere la risposta a un progetto di vita. Non è forse utopico creare negli anni 50 una "città" verticale comprensiva di tutto, abitazioni, scuola, negozi, giardino, strutture sportive, una proposta per la collettività che tenta di rispondere ai principali bisogno dell'uomo? Non so se oggi vorrei vivere lì, nella sensibilità attuale è cambiata la nozione degli spazi, ma è certo che l'architetto non si limita ad essere architetto, propone di fatto anche una filosofia del vivere. Termino con queste poetiche parole dedicate a Marsiglia scritte da Le Corbusier su una cartolina postale del 1915 al collega e maestro Auguste Perret:  "Et Marseille? Ville de vie, de toute vie grouillante, masques, navires, flots, coquillages et poissons aux écailles de rêve. Ville de forteresse, et ville de peuple."  


sabato 26 ottobre 2013

via Brera 15


Alzi la mano chi abita a Milano e non è passato migliaia di volte davanti a Palazzo Cusani   in via Brera al 15, proprio di fronte alla Pinacoteca. E' un luogo abitualmente off limits per il pubblico, sede dell'esercito e della Nato, come indicano ingresso e targa in via del Carmine.  

Grazie alla Fondazione Nicola Trussardi, dal 22 ottobre e fino al 24 novembre Palazzo Cusani è ora gratuitamente accessibile al pubblico, occasione da cogliere al volo per conoscere una chicca della nostra Milano nascosta.  Il pretesto è "Fault Lines" la prima grande mostra personale in un'istituzione italiana  della coppia di artisti americani Allora & Calzadilla che lavora insieme dal 1995 e che, secondo la presentazione del prospetto informativo, rappresenta una delle voci più impegnate del panorama artistico internazionale.

Testa di Fanciulla di Charpentier
Con l'arte contemporanea ho qualche difficoltà, ho già avuto modo di scriverlo, ne so pochissimo e ne capisco ancora meno, perciò il nome della coppia mi giunge nuovo, ma leggo che i loro video, le loro installazioni, sculture e performance sono stati al centro di importanti mostre nei musei più prestigiosi del mondo e che alla Biennale di Venezia Allora & Calzadilla nel 2011 hanno rappresentato gli Stati Uniti. Questa mostra, concepita espressamente per Palazzo Cusani, presenta una cospicua selezione dei lavori recenti dei due artisti. In effetti, in ogni magnifica sala del Palazzo, accanto a dipinti ottocenteschi dell'Accademia di Brera, c'erano quadri, sculture, video della coppia americana e soprattutto delle performance da loro ideate.

Performance e video in particolare risultavano arcani all'occhio ignaro, ma l'enigma si scioglie con le spiegazioni del giovane personale molto disponibile e con la lettura dell'esauriente prospetto. Mi ha particolarmente colpito l'opera del 2008 Stop, Repair, Prepare: Variations of "Ode to Joy" for a Prepared Piano. Non è che capita tutti i giorni di vedere suonare in un maestoso salone delle feste, che non a caso si chiama Radetzky e il generale ha avuto qui ai tempi il suo quartier generale, l'Inno alla Gioia di Beethoven da un pianista sistemato all'interno di un pianoforte a coda che strimpella da dietro la tastiera e se ne va in giro per la sala.


Un ultimo sguardo al cortile di Palazzo Cusani, scambio di ipotesi, impressioni e perplessità con l'amica Vittoria sui mezzi d'espressione dell'arte contemporanea e passeggiata meno impegnativa nella bellissima via Ciovasso, una delle mie preferite della vecchia Milano di Brera. Cortili interni insospettati, negozi coloratissimi, cappelli, pelli di coccodrillo e certi mobili moderni che forse sono arte anche loro.