lunedì 27 aprile 2009

Vino, canali, campagna e castelli

Venerdì 24 aprile ho preso il treno alla gare de Bercy, direzione Digione, scendo 2 ore dopo alla stazione di Tonnerre, 200 kilometri da Parigi, 100 kilometri da Digione. Mi aspetta l'amica Marie-José con Dorine ( il nome della cameriera del Tartufo di Molière), una splendida cucciola goldenretriver di 4 mesi, regalatagli dagli amici per distrarla. Vive da sola a Pacy sur Armeçon, uno dei tantissimi paesini della splendida Borgogna, ha curato ed accompagnato in modo esemplare il marito malato per 3 lunghi e difficilissimi anni, ora è rimasta vedova. Abbiamo vissuto a Nizza nello stesso periodo, suo figlio David, ora a Pechino, era amicissimo di Marco ed anche noi lo siamo diventate. Avevo voglia di ascoltarla ed abbracciarla e poi glielo dovevo.

Pacy sur Armeçon è un borgo medioevale, 220 anime e sta morendo; niente più giovani, niente più bambini, niente più panettiere, niente più bar, più niente di niente, per gli anziani del villaggio che non si spostano passano in settimana vari camion ambulanti con verdura, pane, carne; anche qui la vita di campagna è molto dura, resistono soltanto le grandi tenute. Da lei è bellissimo, molti anni fa ha ereditato il rudere di una vecchia casa di pietra del XVI secolo che ha rimesso a posto nel tempo con gusto e passione, mobili di famiglia e cianfrusaglie bric a brac dei mercatini della regione setacciati sistematicamente. Venerdì pomeriggio quando arrivo c'è il sole, passeggiata di tre ore lungo il canale di Borgogna (Dorine contenta, ma stravolta), sabato e domenica invece pioviggina, ma si va a zonzo lo stesso; sabato Chateau de Tanley, Ancy le Franc, Noyers sur Serein, tutti borghi medioevali, proprietà, parchi e giardini curatissimi, fiumi e canali con stupendi scorci paesaggistici e nei campi, ovunque, il giallo pregnante dei fiori di colza, spettacolari in questa stagione come la fioritura di lavanda in Provenza. Domenica era giorno di mercato a Chablis, piccola cittadina dal vino famoso, bancarelle di leccornie suine non proprio casher, mille formaggi, mazzetti di mughetti profumati e peonie così grandi e così belle da sembrare finte, c'è pure la rue des juifs (giusto per non ghettizzare) con la sinagoga restaurata del XVI secolo. Capisco perchè parigini e turisti arrivino a frotte, la Borgogna è proprio bella ed i suoi patrimoni molto valorizzati. Mi ha colpito però la grande austerità: strade e case minerali, pietre vecchie nel silenzio, non un fiore ai davanzali o nelle piazze, nessuna bellezza superflua in qualche modo. Prima di prendere il treno delle 3 e tornare, mi faccio con l'amica un ristorantino di quelli giusti, è per affrontare meglio i rigori spartani che mi aspettano nella casa parigina.

Toujours Paris!


Liberté, Fraternité, Egalité- Con fraternité ed égalité non so bene come sia andata a finire, ma a vedere da una parte le periferie che bruciano, i metro stipati di sera in direzione dei quartieri dormitorio, le frotte di SDF ( sans domicile fixe) e dall'altra l'opulenza dei templi del lusso, qualcosa non deve aver funzionato. Ma con liberté, si, a Parigi questa parola la respiro proprio e mi piace un sacco. Odore di libertà laica che sembra refrattaria a qualunque condizionamento religioso, a qualunque Imposizione Ideologica con doppia "i" maiuscola. Per strada mi sento una vera provinciale, guardo tutti e tutto, ma il parigino no, lui non guarda niente e nessuno, il diverso da se fa parte del suo quotidiano e non merita particolare attenzione, il suo paese ha una lunga tradizione di terra d'asilo (anche i brigatisti rossi, purtroppo hanno aperto qui ristorantini). Persino i clochards non suscitano in me compassione vibrante, per molti di loro mi sembra una scelta consapevole, semplicemente diversa. Sento aleggiare nell'aria questa libertà al cimitero di Montparnasse, dove faccio impazzire Francesco per trovare le tombe degli uni e degli altri. Se qui si vive come si vuole, così si può anche morire, diversi, ma insieme. Nessuna distinzione fra le varie religioni, non ci sono campi separati, tutte le tombe una accanto all'altra, stelle di Davide, Crocefissi ed un bel niente. Anche i monumenti esprimono la più grande autonomia di gusto e di pensiero. Pomposi e tradizionali, ma anche praticelli senza nome, tombe-scultura di artisti importanti come Henri Laurens, Brancusi, Zadkine, Caesar, Roland Topor, la discrezione anonima di Marguerite Duras, Sartre e la Beauvoir.
Non vorrei dire un'eresia, ma anche i matti a Parigi mi sembrano più liberi, non hanno dovuto aspettare la legge Basaglia per riversarsi a frotte fra la gente e per le strade, di "originali" ne circolano veramente tanti.


Se si ama, se si crede nell'amore, se si crede nell'amicizia, non si possono disertare MAI i quai lungo Senna, la punta estrema dell'Ile de la Cité in particolare, berci il the, cin cin con bicchieri di vetro e bottiglia di vino o champagne o picnicare (dal panino veloce, alla tovaglia bianca e tutto il resto). I bateaux-mouches passano, le foglie del salice solitario ondeggiano, certi tramonti impazzano, qualcuno suona sempre qualcosa, ci credo che Henry Cartier- Bresson ha fatto foto stupende con un materiale così.

In rue de la Huchette nel quartiere latino, bisogna andarci. C'è il teatro de la Huchette che dal 16 febbraio 1957 ha dato 16.500 rappresentazioni, senza soluzione di continuità e sempre le stesse, la Cantatrice Calva e la Lezione di Jonesco. C'è le Caveau de la Huchette, un antichissimo caffè sottoterra dove si riunivano segretamente i rivoluzionari, poi i massoni, dove quasi due secoli più tardi è arrivato il jazz. Di qui sono passati Lionel Hampton e Count Basie; l'altra sera un omaggio al grande Louis Amstrong, tromba, batteria, basso e pianoforte. Davanti alla pedana dei musicisti, una pista da ballo, afecionados di tutte le età e provenienza si lanciano nei vortici del boogie boogie e del dixieland, alcuni bravissimi, altri totalmente ridicoli, ma li invidio da morire, loro se ne fregano e si divertono, io con i miei vecchi complessi da tappezzeria di gioventù sto solo a guardare. Bella serata, potere taumaturgico della musica.

Finalmente sono andata all'Ile de la grande Jatte, lo sognavo da sempre, primo perchè adoro le isole, se piccole ancora meglio, si lasciano possedere, secondo perchè penso a quel bellissimo quadro del divisionista Seurat che ho avuto il privilegio di vedere dal vivo alla Fondazione Barnes di Philadelphia. Pomeriggio di sole, l'isola fa due kilometri di lunghezza, ad inizio secolo c'erano cantieri e capannoni industriali, adesso tutta giardini e moderne case residenziali che però se cammini lungo gli argini intravedi appena (pare ci abitasse Sarkozy prima di fare il presidente con la Carlà nazionale). Sul fiume dalla parte sinistra sono parcheggiate chiatte-casa vecchiotte ma megagalattiche con giardinetti, terrazzini e panni stesi, sull'altro lato hai di fronte la modernità con il quartiere della Défense e la grande Arche. Stupendo il contrasto, cammini accanto all'acqua, in una natura rigogliosa che ti fa pensare a foreste isolate ed invece sei nel cuore di una metropoli europea. Attraversi un ponte e ti ritrovi sull' altra isola, quella di Puteaux, c'è uno stadio e di nuovo tanto verde mirabilmente curato ed acqua, dei giovani in canoa si fanno i muscoli remando. La bellissima gita ha offerto anche l'occasione per visitare il limitrofo quartiere di Neuilly, periferia superchic dell'alta borghesia tradizionale parigina. Sull'avenue de la Grande Armée, tra giardini e fontane, vedi da una parte l'Arco di Trionfo, dall'altro la Grande Arca, niente male, (i parigini rispettano il loro passato e tentano un altrettanto glorioso futuro) e percorrendo la centrale rue du Roule, cuore di Neuilly, passi davanti al magnifico municipio ed arrivi, gambe in spalla, fino a place de l'Etoile.

A Saint Germain de Près sono riuscita a trascinare Francesco alla Grande Epicérie du Bon Marché, un Peck locale moltiplicato per 1000, ha storto il naso, ma ci è venuto. Lui in compenso mi ha invitata a bere una cioccolata calda chez George, in rue Canette, locale con muri scrostati, sapore di vecchio e trascurato, atmosfera e frequentazione da intellighentzia post-rivoluzionaria, ma che si metta tranquillo, con la sua aria del tempo che fu, quello è un posto supersnob.

domenica 26 aprile 2009

Parigi....oh cara!!!

Stamani c'era un cielo che più blu non si può, sole splendente a tutto tondo, raggi caldi entrano nella stanza ed illuminano tutto. Nel silenzio di una domenica mattina oziosa improvvisamente dei suoni indistinti arrivano da lontano, appena percettibili prima, poi sempre più precisi e forti. Spalanco la finestra e mi affaccio, un artista di strada appoggiato ad un lampione sveglia con la sua tromba la strada sonnecchiosa e pigra e la musica poco a poco invade tutto come i fiocchi bianchi e timidi di una nevicata improvvisa, come le primule appena fiorite che sembrano dire,- eccoci qua, è arrivata la primavera-. Le note di Besame mucho, la vie en rose, tea for two si disperdono nell'aria, entrano dalle finestre aperte, dalle fessure di quelle chiuse, dalle intercapedini dei muri, circolano per i cortili, si poggiano su sedie, divani e libri, si infilano ovunque e volano leggere. Che meraviglia-ho pensato- sono proprio a Parigi, quella delle foto di Cartier-Bresson, di Prévert e di Brassens, quella di Gérard Philippe e Marcel Carné.
La casetta nuova di Francesco " parva sed apta mihi" è stata una bellissima sorpresa, sembra finalmente una spazio umano e non più la grotta di un bonzo himalayano in procinto di dissolversi nel nirvana. C'è una saletta, una minuscola camera da letto, un corridoio, un bagno solo per magri (soprattutto per usufruire del water dovrò perdere qualche chilo) e un angolo cucina, 32 metri quadri, ma tagliati benissimo.Se penso al suo antro dell'epoca di Normale Sup, al casino imperante di Tegucigalpa, all'anonimato di Madrid, alle possibili piattole del monolocale precedente di Parigi (poltrona raccattata per strada che aveva molte avventure da raccontare), qui, veramente, mi sembra di essere in un 5 stelle extralusso, ma soprattutto sa finalmente di casa. Il proprietario precedente gli ha lasciato in eredità un sacco di cose: 8 piatti di cui 3 uguali, due tazzone bianche per il caffè con una terza uguale senza manico, il bollitore per l'acqua, televisione ( subito regalata all'indiano che pulisce l'immobile), stoviglie a volontà, pentole basic, 4 sedie (due all'indiano), un microonde-forno (sono in trattativa per farglielo tenere ), un letto con materasso comodissimo. La Slide ha fatto il resto, due tavoli, tre sedie, libreria, insomma, mangiamo seduti a tavola, una conquista non indifferente. Per prendermi in giro ho trovato al mio arrivo scatole di pasta e di muesli con fiori di cartone ritagliati messe sui ripiani a mò di decorazione, cosa non fà un figlio per quietare una terribile madre ebrea!!!! Filiamo d'amore e d'accordo e camminiamo per strada mano nella mano, una vera delizia, come gli innamorati di Peynet. Francesco non dice nulla se mi accendo l'ennesima sigaretta ( posso perfino fumare in casa, un vero privilegio), se guardo una vetrina ed entro in un negozio, se compro l'insalata già lavata nel sacchetto, se non mangio fave, ceci, fagioli, piselli secchi che lui da buon vegetariano consuma a quantità industriali; da parte mia, accetto di mangiare sempre in casa invece che nei ristorantini come mi piacerebbe, non gli ho comprato il portasapone, una tovaglia per il tavolo, la centrifuga per l'insalata, i tovaglioli di carta, uno stend-ibiancheria (appendo mutande e calze lavate dove capita), utilizzo con consumata disinvoltura l'unico strofinaccio quasi reperto archeologico;insomma c'è uno sforzo reciproco di accettazione e non invasione, la base per andare d'accordo, volersi bene non basta (ci abbiamo messo del tempo per capirlo, ma alla fine ci siamo arrivati). La posizione è eccezziunale veramente, place de la Bastille, possiamo fare tutto a piedi: il Marais attaccato, al Louvre in venti minuti, ile saint Louis o della Cité, rive gauche con Montparnasse, quartiere latino e Saint Germain de Prés in mezz'ora e poi è al quinto piano (luminosissimo) con ascensore, proprio non male per le vecchie case parigine. Dalla finestra in rue de la Roquette, animatissima notte e giorno, si vedono una miriade di tetti, il teatro Opéra-Bastille e la parte terminale della Colonna di luglio di place de la Bastille con un angelo tutto dorato in cima.
C'è la Parigi sfavillante delle vie del lusso, case di moda, gastronomia e boutique mirabolanti, quella monumentale dei palazzi del potere e della storia, quella culturale di università, teatri, musei ed istituzioni, quella verde di parchi e giardini che non finiscono di stupire per la cura e la ricchezza floreale, quella frenetica che corre a mille all'ora al ritmo di una metropoli mondiale, ma non ne parlerò, molti la conoscono o potranno comunque scoprirla da soli. Parlerò invece di una Parigi vista dal buco della serratura, microstorie o microimmagini rivelatrici però di uno dei mille mondi che fanno unica la ville lumière.
Nel XII c'è il marché d'Aligre, uno dei più economici della capitale, bancarelle di frutta e verdura a profusione. Nella sua parte coperta, Francesco ha scoperto il posto associativo la Commune libre d'Aligre, un luogo d'incontro del quartiere che funziona così: chi vuole si propone per cucinare una serata una cena completa, antipasto,piatto, dessert per tutti, 25-30 persone in settimana, una cinquantina il week-end. Il pasto non deve costare più di 3 euro, massimo 3 euro e cinquanta che ti vengono rimborsati, puoi portarti amici o famiglia ad aiutarti oppure l'associazione ti trova qualcuno, se poi suoni o fai uno spettacolino sei superbenvenuto. L'ho trovato geniale, conosci gente, dai vita al quartiere, valorizzi delle risorse che magari non sai di avere. Antipasto di mozzarella (il filone da pizza che costa di meno) e pomodori, pasta con cavolfiore pinoli ed uva passa, pere al vino, il menù proposta che potrei lanciare se abitassi qui, dovrei starci dentro coi costi.
Nel 10ème arrondissement ci sono la rue Saint Denis e rue du Faubourg Saint Denis. Naturalmente non sono chic per niente, sennò Francesco non mi ci avrebbe portato. Caos e sporcizia presenti, ma sotto controllo, molte signore e signorine sembrano disponibili per il mestiere più antico del mondo, certe facce d'uomo francamente non vorrei incontrarle a mezzanotte. Sfilano tutte le razze ed i colori, si va dal giallo al nero intenso con tutte le gradazioni intermedie, occhi a mandorla, all'insù ed all'ingiù, zigomi sporgenti, in dentro in fuori, pronunciati e non, repertorio infinito di nasi. Ho visto perfino un tuareg, i mitici uomini blu del deserto, tutto inturbanato di blu come Lawrence d'Arabia, spuntavano solo gli occhi, due carboni ardenti, jallabà lunga fino ai piedi. Ho cercato al suo fianco l'inseparabile cammello, ma non c'era, per inoltrarsi nel deserto metropolitano servono altri mezzi. Un'amica di Francesco che abita da quelle parti mi ha detto che alla demografia della strada manca un esquimese, ha ragione, non l'ho visto neanch'io. Ci sono due passages (Parigi ne offre tantissimi e molto belli) le Passage du Prado e le Passage Brady, assolutamente all'altezza come eterogeneità alle strade cui appartengono.

A Porte de la Chapelle c'è il quartiere indiano, sari, ristorantini, stoffe colorate, attori sorridenti di Bolliwood, gioielli e bigiotteria improbabile, Ganesh di tutte le dimensioni, odore inebriante d'incenso; francamente mi chiedo che cosa sono andata a fare fino in Kerala, l'India è qui, vicinissima, con uno spaccato completo e credibile.

Al limite del Marais, in rue de Bretagne, l'interessante Marché des Enfants Rouges: tanti chioschi, specialità di ogni paese, la possibilità di portar via o mangiare sul posto. Infine vicino a boulevard Barbès, il quartiere più sgarrupato di Parigi, per i coraggiosi c'è da visitare Chateau Rouge, tutto rigorosamente africano, pelle bianca rara, circolazione notturna a proprio rischio e pericolo. Francesco ha qui i suoi fornitori abituali di manioca, dentro il negozio una puzza di pesce affumicato.... no comment!
Due librerie da non perdere: Shakespeare and Company sul quai attaccato a Notre-Dame. Vecchia storica libreria inglese, grande fascino, un appartemento pieno di stanze e grondante di libri, poltrone squinternate per chi vuole leggere sul posto. Fino a pochi anni fa il viaggiatore di passaggio sprovvisto di giaciglio trovava ospitalità. E' stato il luogo parigino per eccellenza della mitica beat generation, da Ginsberg a Corso e Borroughs, ma ci andavano anche Hemingway, Ezra Pound, Gertrude Stein. I mostri sacri della ribellione poetica erano visibili anche al Relais Hotel Vieux Paris ed alla libreria, entrambi in rue Git le Coeur, quest'ultima uno spazio talmente saturo di libri che l'accesso è un'ardua impresa.

Consiglio d'amica: trovare sempre il tempo per prendere un the alla menta alla Grande Moschea di Parigi, accanto al Jardin des Plantes.

Povero Baudelaire, il poeta più grande (secondo me, s'intende). Al cimitero di Montparnasse è in una modestissima tomba con madre e patrigno. Sulla lapide per l'odiato ed odioso patrigno, il generale Aupick, 7 righe di titoli ed onoreficenze, per il gigantesco poeta solo "figliastro del generale, età e data di morte". Così va il mondo.


Ho pensato però che il mio spleen è molto fortunato, non sta chiuso fra le 4 mura di una stanza o nel bistrot sottocasa, non vede sempre quel "ciel bas et lourd", io lo faccio viaggiare, lo porto in giro per il mondo.

venerdì 3 aprile 2009

Ultima tappa: Varkala e il bagno a cielo aperto

Varkala, a un'ora e mezza dall'aeroporto di Trivandrum, e' la nostra ultima tappa. Un taxi verra' a prenderci alle 8 di stasera, passeremo la notte in aeroporto giocando a burraco e alle quattro spiccheremo il volo. Abbiamo cominciato il nostro viaggio con l'oceano, volevamo finirlo con l'oceano, questione di chiudere sempre i cerchi.

Varkala, turistica, ma paesaggisticamente bellissima " vaut le voyage", come recitano le guide.
Immaginatevi un lunghissimo strapiombo alto circa 100 m a picco sul mare, fatto di rocce argillose che mutano la gradazione dei rossi con il girare delle lancette dell'orologio. Una passeggiata larga circa tre metri in terra o acciottolato si snoda tortuosa al limitare dello strapiombo, da una parte l'oceano, dall'altra una miriade di negozietti, ristoranti, bungalows e resorts senza soluzione di continuita'. Ci sono due spiagge, una di sabbia bianca e una di sabbia nera, ma quella nera, la famosa Black Beach di formazione vulcanica, chi l'ha vista? E' normale, pare, in questa stagione, se l'e' divorata l'oceano, ricomparira' fra due mesi, quando Nettuno vorra' cambiare menù e inghiottira' la spiaggia bianca per qualche mese.

Varkala e' fricchettona ed indolente, atmosfera da hippies giovani e non; non sono mai stata a Goa, ma da quanto letto e sentito, dovrebbe avere la stessa frequentazione. Bambini biondi nudi con genitori rasta scorazzano per la spiaggia, zaini immensi sulle spalle di adolescenti ed arzilli "anta", odore di canna. Deve essere anche una localita' cara ai gay, perche' di coppie etero se ne vedono pochine. I negozietti non sono tenuti da indiani, ma da tibetani, khasmiri e laddaki, anche la mercanzia e' diversa. Come mai? Ci hanno spiegato che a Cochin e a Kovalam (spiaggia piu' famosa) i mercanti locali non li lasciano entrare e poi gli affitti costano piu' cari. Il loro modo di interagire con il turista e' molto piu' composto e serio, rispettosi e non invasivi, percio' con Gastone sciambola, ci spendiamo allegramente gli ultimi soldi.
Si', di soldini ce ne sono rimasti peche' abbiamo risparmiato sull'alloggio. Avevo preventivato di finire gli ultimi tre giorni indiani alla grande, in mega resort, ma poi come resistere al fascino del Kerala Bamboo House a 7 Euro a testa col suo bungalow tutto in bambu', canne orizzontali dipinte di giallo, interno buissimo come l'antro della Sibilla Cumana, ma con le pareti in legno e fondo letto istoriati, bacche polverose e tarlate fissate alle pareti dentro quadrati di reti metalliche a mo' di sculture, zanzariera in lurida stoffa sintetica, ma gialla tono su tono, e soprattutto LUI, IL BAGNO A CIELO APERTO. Si', il vero protagonista di Varkala e' LUI, il cesso sotto le stelle, semplicemente UNICO. La mia propensione scatologica ormai e' nota, ma qui anche la liftatissima scrittrice cerca-uomini ed ispirazione narrativa di Cochin troverebbe materia per un romanzo. Dalla buia spelonca tramite orribile porta a doghe di plastica si accede al sancta sanctorum. Tre pareti dipinte a foresta tropicale, di verde smeraldo, canne di bambu' giganti e supergialle, foglie rigogliose, pietre incastonate nelle pareti che forse dovrebbero rappresentare dei frutti esotici, sembra davvero un quadro del Doganiere Rousseau. E il soffitto? Il soffitto e' il cielo, proprio il cielo con il sole, la luna, le stelle, altissime palme sovrastanti piene di cocchi che Gastone teme le cadano in testa mentre sta seduta sul trono. Un bagno cosi' non era neanche sognabile, e chi lo sapeva che potesse esistere? Presenta poi innumerevoli vantaggi perche' ci puoi fare di tutto, svuotare gli orifizi e contemporaneamente abbronzarti, farti un fumino indisturbata, cercare un po' di frescura la notte quando nella spelonca fa troppo caldo, risparmiare ecologicamente l'acqua del rubinetto facendoti una doccia naturale quando improvvisamente diluvia, sentire la voce in diretta dei mille abitatori del cielo, osservare dal vivo il mutare delle stagioni. Ma vi rendete conto? Perche' i mega-architetti nostrani non ci hanno mai pensato?

Fa molto caldo, il tasso di umidita' e' salito alle stelle, la stagione a Varkala volge alla fine, pochissimi turisti, i negozietti stanno cominciando a chiudere, imballano casse e casse di cianfrusaglie e i proprietari se ne tornano alle fresche montagne del nord, se ne riparla fra qualche mese, alla fine della stagione delle piogge. C'e' quell'atmosfera un po' dolce e nostalgica di fine vacanza e anche per noi e' ora di fare le valige e tornare a casa. Gastone e' stata una compagna di viaggio superba e la ringrazio con tutto il cuore, la sua fortuna sfacciata e' stata operativa fino all'ultimo, regalandoci ieri sera festa religiosa, tripudio di musica e colori nel tempio locale.
Mi sento profondamente europea, ma l'India ha generosamente riempito la mia bisaccia e me la terro' cara per i momenti freddi, atmosferici e del cuore.

Ringrazio gli amici che mi hanno seguita in questo girovagare, il loro affettuoso sostegno e-mail mi ha trasmesso la voglia di scrivere e condividere emozioni, avventure, pensieri.
Grazie, a prestissimo a casa.

giovedì 2 aprile 2009

grazie Backwaters, un istante di eternita'

900 km di acque interne che costeggiano il litorale e penetrano nell'entroterra, il Kerala offre al mondo un dono sublime, le Backwaters. Questi corsi d'acqua prima della costruzione delle strade servivano da vie di comunicazione ed ancora oggi gli abitanti dei villaggi usano le canoe come mezzo di trasporto per la fibra di cocco, gli anacardi, materiali da costruzione e il raccolto delle sterminate risaie. Le imbarcazioni attraversano laghi poco profondi, orlati di palme e disseminati di reti a pesca, percorrono stretti ed ombreggiati canali. Lungo il loro tragitto incontrano piccoli villaggi con moschee, chiese, templi e scuole, minuscoli agglomerati di case su stretti argini bonificati. Fatico a trovare le parole per descrivere e condividere con gli amici tanta bellezza, sono profondamente commossa.

In macchina le piantagioni di the scorrevano veloci, riempivano l'occhio ed il cuore e scivolavano via; sull'acqua e per due giorni il ritmo del tempo acquista un'altra dimensione, funziona al rallentatore, si ferma quasi, lo sguardo non e' mai sazio e la meraviglia intorno continua a nutrirlo. La vita degli uomini lungo i corsi d'acqua e' una delle storie piu' antiche del mondo; le donne lavano i panni lungo gli argini, gesti antichi che si rinnovano da sempre, i bambini si rincorrono scarmigliati e giocano con il nulla, un pezzetto di legno o il tappo di una bottiglia, risate nell'acqua dei piu' piccoli in braccio a mamme e nonne, schiene colorate chine al lavoro sui campi di riso, minuscole canoe di legno piene e vuote di tutto, l'uomo ha in testa un cappellino ad ombrello per ripararsi da un potentissimo dio sole, penso ad immagini sognate e mai viste del Mekong.

Un tuctuc e' venuto a prenderci alle 10 nella capanna dello zio Tom in mezzo alla foresta di Alepey, il villaggione eufemisticamente soprannominato la Venezia del Kerala, luogo di partenza piu' frequente per le crociere lungo i canali. Eravamo arrivate nel pomeriggio precedente, dopo una tappa intermedia a Kumarakom, altro villaggio delle Backwaters, dove abbiamo fatto una splendida passeggiata mattuttina in un Bird Sanctuary con pipistrelli testa all'ingiu' a ciondoloni dai rami, aironi e molti altri volatili a me ignoti. Abbiamo viaggiato per due ore su un'Ambassador scassatissima senza aria condizionata, ovaie in gola ad ogni asperita' della strada. Sul porticciolo, a tre km di distanza, una lunga fila di houseboats , queste case galleggianti belle e confortevoli come i caicchi turchi, ma di forme e materiali totalmente diversi, legno e rivestimenti in foglia di cocco: Somajyothi, cosi' si chiama il nostro angolo di cielo. E' piccolo e tutto per noi, un enorme patio davanti con quattro poltrone in vimini, tavolo per 4 con tovaglia bianca e rossa a quadretti tipo Stube tirolese, un ritratto di Gesu' dal volto per fortuna contento appesoalla parete. Dentro due camere, piccole e molto spartane, ma con zanzariera coloniale (Gastone alle stelle), una per noi, l'altra per il personale. In fondo alla barca la cucina per i piatti sopraffini (non piccanti, su misura per per me; finalmente, e per due giorni, metto Cita, la scimmia che alberga in me, a riposo, niente riso ne' banana!) .
A prua, tenetevi forte, ci aspettano Tjtti, Akku e Gjgj, che non sono le tre gemelline siamesi, ma i nostri "boys" (ricordate Wanda Osiris?) . Tjtti porta lo stesso nome del canarino giallo amico-nemico del gatto Silvestro, ma questo e' nero nero, baffo compreso, con sulla fronte tettoia di capelli a banana in puro stile keralese che verosimilmente lo protegge dai raggi del sole e dagli sguardi indiscreti. Sta al timone. Akku e' il nostro cuoco, giovanissimo (21 anni), sguardo vivace ed intelligente, denti Dash che piu' bianco non si puo', reali abilita' culinarie. Su Gjgj regna il mistero, non sappiamo ancora quale sia la sua funzione (forse si alternera' al timone), ma l'ho soprannominato il " rescator", perche' come Robert Hossein nella serie di Angelica ha una grande cicatrice sulla guancia . Che le malelingue tacciano, del mio idolo purtroppo ha veramente solo la cicatrice.

Sono le 4 del pomeriggio, sono seduta al tavolo tirolese con merendina di divine banane fritte e Masala the, guardo intorno e scrivo, mentre la barca accarezza soave l'acqua; a sinistra, a destra, tutt'intorno un vero e assoluto Eden, questo posto e' magico. Per la prima volta dopo tanto, tanto tempo scoppio a piangere, ma di felicita'!!! Grazie Backwaters.

flash dell'ultimo istante: sull'acqua appare all'improvviso un'immensa chiazza grigio-marrone sospinta da due pescatori in canoa; Non capiamo, ma poi la macchia si avvicina, e' un gregge di anatre, tenute insieme dalla golosita' per i minuscoli pesciolini che i pescatori-pastori lanciano loro, mentre sospingono e tengono raccolto il gregge acquatico. Tjtti ci spega che stanno andando ad una fattoria vicina e finiranno sulle tavole imbandite per la prossima Pasqua. Incredibile, ma vero!

Secondo flash: dopocena ci mettiamo a giocare a burraco, arrivano i boys e guardano; hanno lo stesso gioco, qui si chiama meyna, come il nostro panettone, ma con la piu' esotica "y".
Il finale e' scontato, li invitiamo al tavolo e si gioca Tytti e Gjgj contro Gastone e la sottoscritta. E' sicuramente una giocata parlata, loro in malayam, noi tra frizzi e lazzi italiani, ma no problem, tanto nessuno capisce un cazzo. La prima sera vincono le italiane, e sono donne, insopportabile! La seconda sera gli indiani sono agguerritissimi e vincono loro. Gastone sostiene che si erano allenati nottetempo, un'altra sconfitta sarebbe stata mortale.



Gastone, lo shopping e le otto regole d'oro
1. Non si entra mai dove ti invitano insistentemente, ma solo dove puoi avvicinarti indisturbata
2. Fingere sempre totale indifferenza, anzi, piu' l'oggetto in questione ti piace e piu' l'espressione del volto si deve atteggiare a disgusto
3. "only two minuts, just to have a look" e' una frase pericolosissima, foriera di una permanenza nel negozio di almeno 3/4 d'ora anche se non compri niente, con chai bollente che ustiona la lingua e bagno turco assicurato per il caldo asfissiante
4. Anche se non interessa rigorosamente NIENTE, si guarda rigorosamente TUTTO, dall'anellino a 3 Euro di tolla alle collane"antiche" , imitazione dei gioielli della corona della regina d'Inghilterra in oro massiccio, dalle statuette delle numerosissime divinita' locali alle tovagliette per la prima colazione fantasia Kashmir
5. Come nella commedia dell'arte, anche la sceneggiata napoletana che e' la trattativa segue un canovaccio ben preciso. Gastone a un certo punto chiede il supporto della spalla e domanda:- Sara cosa ne pensi? (ricordo Walter Chiari quando diceva a Tognazzi "vieni avanti cretino!") La spalla, edotta dalle svariate lezioni e ripetizioni in camera dovrebbe dire:- mmmmm, niente di speciale e prezzo assurdo-; invece per dabbenaggine, incapacita', avariata eredita' giudaica, puntalmente esclama: - e' stupendo-. Strali di fuoco e di disprezzo fuoriescono dalle pupille incandescenti di Gastone
6. Si discute all'ultimo sangue , anche e soprattutto per un euro (alias 60 rupie). A Cochin, alle 11 di sera ho visto con i miei occhi un indiano frastornato e stremato cedere quelle benedette 60 rupie per sfinimento ed ammirazione nei confronti dell'avversario. Di fronte alla iena bionda che, calcolatrice in mano, controlla budgets infinitesimali, aveva riconosciuto un maestro.
7. Di fronte al malcapitato ed ignaro indiano che dopo aver enunciato il suo prezzo invita alla controproposta, Gastone, con consumata nonchalance e smagliante sorriso più falso di Giuda, pronuncia la fatidica frase:" mi vergogno, e' troppo diverso dal tuo, ti dico solo cosa lo pagherei in Italia". Altro che vergognarsi, Gastone vorrebbe fare intendere che in Italia un solitario di Cartier costa all'incirca 10 euro.
8. Mentre la spalla, stufa marcia, aspetta fuori fumando l'ennesima sigaretta, Gastone esce trionfalmente dal negozio, il capo cinto di alloro, sembra Cesare di ritorno dalla conquista delle Gallie.

mercoledì 1 aprile 2009

Cochin e' bella e lo sa

Prima di lasciare il resort paradisiaco di Cherai Beach, ci facciamo una lunga camminata sulla spiaggia strettissima e senza fine.
Per la prima volta l'oceano e' generoso, lascia particolari conchiglie a torciglione sulla rena. Raggiungiamo finalmente Cochin a 35 km e prendiamo poi il traghetto per Fort Cochin, cuore storico di questa antichissima citta' mercantile. La situazione geografica e' molto particolare: c'è Ernakulam sulla terra ferma, la parte moderna (orribile, more solito, dove facciamo pero' un po' di shopping nei negozi statali a prezzo fisso), alcune isole, e poi Fort Cochin e Mattancherry, con il vecchio quartiere ebraico, entrambe su un'isola divenuta penisola, ci sono ora due ponti di collegamento; una situazione lagunare insomma di grande fascino. Cochin, che ha attirato viaggiatori e mercanti per oltre sei secoli, e' un omaggio vivente e dinamico al suo passato coloniale, come testimoniano le gigantesche reti da pesca cinesi, una sinagoga del sedicesimo secolo, antiche moschee, case portoghesi costruite mezzo millennio fa e il cadente palazzo del suo maraja'. Si riconoscono le influenze portoghesi, olandesi ed inglesi, trapiantate su questa costa, la mitica costa orientale di Malabar.
Qui e' morto il grande navigatore portoghese Vasco de Gama, vorra' pur dire qualcosa!
Fort Cochin e Matancherry sono belle, e lo sanno, come una vecchia signora solcata di rughe e di avventure, consapevole pero' del proprio fascino. Il business turistico sta certamente cambiando l'anima dei luoghi, ristorantini sul mare, stupendi hangars di antiquariato nei docks restaurati, quantita' indicibile di negozietti acchiappa-allocchi come nelle nostre citta' d'arte, ma anche piu' benessere, pulizia, lo sforzo di progredire invece di accettare fatalisticamente lo status quo.

Visitiamo il mercato delle spezie con un grande cortile rettangolare interno dal suolo ricoperto di zenzero steso ad asciugare, il Dutch museum, passata residenza della famiglia reale ( abituale stupenda architettura keralese), nuda di arredi a parte tre bellissime portantine, una di avorio tutta intagliata. A qualche chilometro c'è un'altra residenza reale con giardino maestoso tipo Versailles e dentro niente. Non capisco e mi chiedo : - ma dove sono finiti tutti gli splendidi interni di questi palazzi rimasti nudi come vermi? Nei musei di Londra, New York e Parigi, con le loro incredibili collezioni? E agli Indiani, delle cose loro non e' rimasto proprio niente? Nada de nada? Chissa' , voglio sperare, magari c'e' qualcosa a Bombay o New Delhi?-.

Un giovane molto simpatico col tuctuc ( non è suo, l'ha affittato per un giorno) ci porta in un tempio jainista, gli interpreti piu' austeri dell'induismo, contrari allo strapotere dei brahmini. Il loro tempio mi e' piaciuto, molto piu' semplice e sobrio di quelli induisti, un rapporto meno mercantile con la preghiera. I sacerdoti pulivano gli oggetti rituali in ottone con la bocca coperta. Nessuna creatura vivente deve essere offesa e percio' garza davanti alla bocca, per salvaguardare i moscerini, pur essi manifestazioni del creato. Poi alla 11 la cerimonia del piccione, con tutto il rispetto, non saprei definirla altrimenti. Arrivano in 5 o 6, con ciotolone piene di riso, li seguiamo in cortile, girano in cerchio gettando grani ad ogni passo, preghiere cantilenanti a voce alta a gogo', concentrazione di volatili superiore a piazza del Duomo, escrementi compresi.

Il giovane del tuctuc ci prega di entrare per qualche minuto in certi negozietti, senza comprare, ma lui ricevera' gratis un litro di benzina(altro che Napoli, qui e' tutta una combinazione). Come fare a dire di no di fronte finalmente a un po' di sincerita' " strappa o' core"?
Tre negozi"just to have a look" e tre litri di carburante per lui, mamma come siamo buone....
Sedute alla sera al ristorante all'aperto aspettando in nostro pesce alla griglia (il primo l'hanno carbonizzato davanti ai nostri occhi, e dunque si ricomincia) vediamo a pochi metri da noi due giovani bufali a passeggio. Tipo self-service, si servono direttamente dai vasi di fiori dei negozietti antistanti. Non male, no so se vorrei fare l'indiano nelle metropoli del subcontinente, ma il bufalo per i vicoli di Cochin senz'altro.
Nel primo pomeriggio del secondo giorno a Cochin ci congediamo da Ravi, sono finiti i dieci giorni pattuiti, ci facciamo promesse reciproche da marinaio di futuri itinerari insieme.
Finalmente sole e incustodite sfoghiamo senza ritegno i desideri piu' occulti: battere a tappeto tutti i negozietti di antiquariato, lasciare il B&B di Fort Cochin, modesto ma con un'immensa e piacevolissima cucina dove facendo colazione al mattino chiaccheriamo con una liftatissima scrittrice inglese in giro da sola per l'India da sei mesi alla ricerca di nuove ispirazioni(e secondo Gastone e la sottoscritta anche di emozioni tantriche) e trasferirci a Caza Maria. E' una residenza privata di Mattancherry nel cuore del quartiere ebraico che ha solo due stanze ma di 30 m2 l'una, arredate da maraja con letto a baldacchino alto un metro e mezzo, decadente e fascinosa da morire, una vera chicca della guida (che non ha fatto cenno pero' al milione di mosquitos). Il trasloco avviene in tuctuc, ci sentiamo veramente delle donne avventurose.

La sinagoga e' del 1536, sobria all'esterno, ma ricca dentro, l'armadio santo con i rotoli della legge e' in legno dorato, i soffitti dipinti, antiche lampade in cristallo offerte dai fedeli fanno bella mostra di se'. Si intuisce che qui ha battuto il cuore di una fervente comunita' , ora scioltasi, molti sono emigrati, soprattutto in Israele, e i pochi rimasti (8000 circa) vivono a Bombay. La cosa piu' divertente e' che anche qui è attivo il solito sincretismo indiano, non si chiede agli uomini di mettere la kippa' (la papalina) in testa, ma di togliersi le scarpe. Poi finalmente un'orgia di visite agli antiquari, ma "Gastone e lo shopping" merita un capitolo a se', e questa e' un'altra storia.


RAVI ovvero l'epopea di un driver indiano in balia di due turiste anomale.
All'inizio, con la mia arroganza europea l'avevo soprannominato "il pirla" o "il bestione", secondo i casi, perche' non capiva niente, non proponeva mai niente, non spiegava niente, ruttava tanto e non diceva mai grazie ( l'abbiamo invitato a pranzo con noi praticamente tutti i giorni ed a volte in posti sicuramente impossibili per le sue tasche). Tutte queste sue caratteristiche hanno in verita' perdurato fino alla fine, ruttare qui e' normale, non dire grazie prego per favore altrettanto, ma poi ci si conosce, si crea un rapporto e si vedono le cose con altri occhi.Ravi e' un uomo del sud, un vero macho; esattamente come il siciliano Giuseppe che vedeva tutto anche con gli occhi chiusi, anche per il keralese Ravi la situazione deve essere sempre sotto controllo. Ci segue da lontano se facciamo la passeggiata in spiaggia, ci aspetta all'ingresso del mercato se ci perdiamo fra le bancarelle, ci dice di guardare e non comprare se entriamo in un certo negozietto, " no good, no security", meglio non passare la notte in un bungalow Robinson Crosue' a Peryar che ci solleticava. Insomma, Ravi in realta' con discrezione ci protegge, vuole che vada tutto bene e che noi siamo contente, e' una gran bella cosa e lui ci sembra proprio una brava persona. Ha 3 figli, due ragazze di 12 e 10 anni ( una bella fregatura perche' lavori e metti da parte tutta la vita per la dote delle tue ragazze e paga sempre tutto la famiglia delle femmine) e un maschio di 8 anni ( ha tentato il colpo per un maschio e ce l'ha fatta). Sua moglie non aveva nessuna dote, ma se l'e' sposata perche' lui pure era povero in canna, ci si sposa sempre e solo ad uguali condizioni sociali ed economiche. I primi giorni pranzava con la forchetta, poi credo si sia sentito a suo agio ed ha mangiato all'indiana, usando tutte 5 le dita della mano destra con cui mescola rigorosamente riso, pesce e salsine, giorno dopo giorno sempre uguale e senza mai usare il tovagliolo ( ho pensato a Francesco); nei ristoranti c'e' sempre vicino un lavandino.
Durante la contrattazione iniziale per alzare il prezzo ci aveva detto fieramente che avrebbe dovuto pagarsi le camere d'albergo, perche' "Lui non dormiva in macchina", palle romane, quando mai? come tutti i driver indiani ha sempre dormito nella sua bottega anche quando in certi B&B mettevano a disposizione uno stanzone gratuito per i driver (mosquitos in camera era la scusa). Credo ci abbia considerato un po' "crazy", sicuramente atipiche rispetto ai turisti abituali che scorazza in giro mordi e fuggi da un tempio all'altro, da un mega albergo allo shopping, e ce lo ha detto. I posti in culo al mondo, le mille domande cui non sapeva rispondere e soprattutto l'alternanza fra resort stupendi (25 euro a cranio a notte) e topaie o bungalow di fascino ( a 4 euro) devono averlo frastornato.
Ciao Ravi, a Cochin ti lasciamo, ormai siamo esperte e ce la sentiamo di continuare da sole. Goffamente, ma abbiamo comunicato, grazie!!!