martedì 21 dicembre 2010

AUGURI PER IL 2011

 Accidenti, ci siamo quasi, è passato un altro anno, sempre in fretta, troppo in fretta. Cercavo un'idea per gli auguri, intensiva stimolazione neuronale con scarsi risultati quando giusto prima della partenza da Israele ho visto questa cartolina e mi è piaciuta. In fondo non è che faccia rivelazioni sensazionali, ma rammenta che le cose migliori nella vita non hanno bisogno del portafoglio aperto: gratuiti l'amore, l'amicizia, il sorriso, un complimento disinteressato e ....la poesia, mi è venuto in mente sui  puntini. Non mi sembra poco per il  2011!

mercoledì 15 dicembre 2010

dubbi e saluti

Domani me ne parto, torno in quel della Padania, chissà che freddo troverò, ma ho un dubbio amletico, cosa ne faccio delle ragazze? No, le ragazze non sono bionde o more, timide o ricce, insomma qui non si tratta di persone, "le ragazze" sono i miei fedeli ed amatissimi sandali da trekking. Li ho soprannominati affettuosamente così perché intrattengo  con loro un rapporto più che intimo, siamo sempre super comodamente inseparabili, cosa avrei fatto "senza" in tutti i miei ultimi viaggi? Le ragazze ormai sono conciatissime e mi interrogo sul loro futuro, lasciarle qui a Tel Aviv o di nuovo in valigia per un' ultima scorribanda insieme? Però non mi sembra giusto liquidare  in un qualunque cestino della spazzatura  chi ti ha servito fedelmente in tante avventure, che orrore una fine così anonima, per questo, incerta sul loro destino, intanto  le ho immortalate, non sono feticista, ma una foto se la meritano. 

Da europea, a Tel Aviv ci sono stata proprio bene, ma strada facendo ho capito che questa città non è rappresentativa della realtà israeliana come New York non lo è dell' America, o  meglio, è una realtà unica, solo una tessera del  complesso mosaico di un piccolissimo paese. Gerusalemme è proprio fuori di ogni schema, ma anche Tel Aviv, con i grattacieli e le case diroccate, i sushi bar ultima moda tutti vetrate e la sabbia del deserto che rispunta sempre all'ombra dei palazzi, con i suoi ritmi frenetici, i suoi caffé sempre pieni, un melting pot umano in giro a tutte le ore, "la città che non vuole invecchiare" la definisce non a caso la scrittrice Elena Loewenthal. Tanti contrasti e tante contraddizioni, c'è di buono che non si fa nulla per occultarli, tutto è alla luce del sole e questo mi piace.

 Parto mentre nel  paese infuria la polemica. Oltre alla fine atroce di 42 persone morte carbonizzate nell'autobus investito dalle fiamme, la tragedia di non so quanti ettari di Carmelo andati bruciati ( il verde qui è conquista durissima) e la ricerca delle cause che si teme  l'abbiano provocato, c'è un grandissimo sconcerto nell'opinione pubblica perché il paese si è mostrato totalmente impreparato ad affrontare l'emergenza. A parte qualche piccolo aeroplano dalla capacità d'acqua minima, Israele non possiede mezzi per spegnere il fuoco, c'è stato per fortuna l'aiuto di vari paesi  che hanno messo a disposizione i loro, ma nel frattempo le fiamme avanzavano. Com'è possibile, -si chiede comprensibilmente la gente-, un paese che investe tantissimo nella "difesa" e nella "sicurezza" rivela in un simile frangente disorganizzazione e pressapochismo? Dov'è la tanto decantata efficienza? Per tre giorni, quelli che non sono partiti a dare una mano ed erano molti, sono rimasti incollati giorno e notte davanti al televisore, uno di quei momenti in cui l'alto tasso di litigiosità politica sembra quasi scomparire, come succede nelle calamità gravi. Mi ha colpito per esempio mia cugina, che al telefono mi dice che appena possibile sarebbe andata con la famiglia a passare il fine settimana in un albergo della zona mezzo bruciato. Ma è tutto rovinato -le dico io- cosa ci vai a fare? Appunto- risponde- bisogna aiutarli e sostenerli per affrontare la ricostruzione.

Ho assistito ad una manifestazione per i Diritti Umani (organizzata per il secondo anno) nella piazza dove è stato assassinato Rabin, presenti delegazioni di 130 diverse organizzazioni. Prima un minuto di silenzio per i morti del Carmel, poi i discorsi sul palco, saluti in inglesi ai rifugiati presenti che non parlano l'ebraico, testimonianze varie di beduini, sudanesi, drusi, le comunità che più soffrono, lo scrittore Sami Michael, presidente dell'associazione per i Diritti Civili, con i suoi scritti come altri intellettuali in prima linea per l'integrazione, per la pace, per un mondo più giusto. Riuscivo a capire le prime parole più volte scandite: siamo qui perché..... . non terremo la bocca chiusa perché....il resto me lo traduceva a grandi spanne in inglese una signora accanto a me;... che lo Stato faccia scelte di apertura e dialogo, che sappia veramente proteggere tutti i suoi cittadini non come ha fatto col fuoco.

 E' vero che "del doman non v'è certezza" come scriveva Lorenzo de Medici, ma spero di tornarci ancora, magari l'anno prossimo nello stesso periodo, per un supplemento d'estate. Torno a casa con un minimo di conversazione basic, grazie alla pazienza della mia deliziosa "prof." Lory, una giovane italo-israeliana che alle mie castronerie linguistiche regalava sempre un incoraggiante ed immeritato "kol hakavod", cioè complimenti, molto bene. Siamo diventate amiche. Le mie due  prime parole imparate con determinazione sono state "americano natul", per forza, nel mio binomio sigaretta-caffè, a partire dal terzo deve essere decaffeinato, sennò schizzo.

 Mi porto anche via le immagini bellissime di certi tramonti, dei cani che corrono liberi sulla battigia e poi quella di un airone, mi piace pensare che fosse sempre lo stesso. Tutti i giorni si presentava in spiaggia alla stessa ora, verso le due del pomeriggio. Proprio sulla riva, incurante della gente, tranquillo su e giù scrutando l'acqua e qualche pesce imprevidente per il pasto. Il malcapitato, scintillante di riflessi argentei per il suo dimenarsi, glielo vedevi poi nel becco. 

 Forse per la prima volta qui ho sentito il senso del Sabato, ne ho avuto perlomeno l'intuizione, laica impenitente qual sono. Certo, il mondo cristiano ha la domenica come sacro giorno del riposo, ma il fatto è che per la tradizione ebraica il giorno finisce al tramonto e al tramonto inizia quello nuovo. Se il passaggio dall'attività al riposo avviene di notte, in qualche modo non lo vedi, anzi, il sabato apertura fino a tardi per shopping sfrenato e poi ti svegli la domenica mattina e la città dorme. Qui, e non siamo certamente nella religiosa Gerusalemme,  verso le tre del pomeriggio del venerdì  la città comincia lentamente ad addormentarsi per il sabato che sta per arrivare, come un palcoscenico che spegne le sue luci, i bar raccolgono le sedie sulle terrazze, i negozi tirano giù le saracinesche, la gente si affretta a fare gli ultimi acquisti, sembra un  prepararsi alla buonanotte quando è ancora giorno e ugualmente assisti al progressivo risveglio l'indomani pomeriggio, il traffico che si intensifica, le strade che si animano. Torno anche con una doppia nazionalità, si, adesso oltre all'italiano ho  il passaporto israeliano. L'ho creduto un atto puramente formale e burocratico per non avere più problemi  all'aeroporto, ma non è stato così. Quando me l'hanno consegnato, l'emozione è stata forte e sono scoppiata a piangere. Come una sorta di outing identitario per il quale ho impiegato una vita ad acquisire consapevolezza, mi ero creduta senza storia, un semplice cittadino del mondo.

Termino queste note israeliane  con la sabbia, la pietra e  le parole:
 "A Tel Aviv la sabbia è dappertutto. Scalza il cemento dai marciapiedi. Disegna l'orizzonte. Assesta le fondamenta delle case. Basta grattare il suolo di cui è fatta la città, e la sabbia sta lì.....Tel Aviv è stata costruita sulla sabbia. Materia quasi inconsistente, all'apparenza fragile; è incapace di fermare alcunché.....E sopra la sabbia si muove la città. Così è la città: instabile tanto nel tempo quanto nello spazio. Tel Aviv è davvero il contrario di Gerusalemme. Questa è l'ombelico del mondo, qui il tempo non scherza; tutto è chiaro. Gerusalemme è il luogo del principio e dell'eternità, dove la creazione ha udito il la. A Gerusalemme comanda la pietra: un materiale solido, immobile". (da "Tel Aviv" di Elena Loewenthal)

martedì 14 dicembre 2010

usi e costumi

Copio spudoratamente un'idea del geniale Bruno Munari che ne aveva fatto un libro, si chiamava " Il Dizionario dei gesti italiani", se non vado errata e ne segnalo modestamente tre in voga fra la mia tribù in Israele, la grande ricchezza gestuale non è appannaggio esclusivo  degli italiani. Oggi è l'ultima lezione di conversazione con la mia prof. Lory,  preferisco bigiare, niente numeri impossibili da ricordare, nomi, verbi, aggettivi, espressioni idiomatiche astruse, fotografo le sue mani  e quell'alfabeto, diverso in ogni paese, che comunica sinteticamente senza parole.


questo gesto me lo fanno quando chiedo un'informazione per strada.
Qui non significa "ma cosa diavolo vuoi?"
Ma: "stai calmo", "abbi pazienza", "aspetta un momento e te lo dico"


"fra virgolette": noi lo diciamo solitamente a voce, qui sono pratici, meglio andare sul sicuro e lo fanno vedere con le mani per sottolineare una parola o un'idea





questo gesto non solo per allontanare una persona, "gira al largo", l'israeliano lo riferisce anche a una cosa, a una situazione, "lascia perdere", "non farlo".





Non mi sono documentata sul dito medio puntato verso l'alto, ma temo sia internazionale.

venerdì 10 dicembre 2010

Ron Arad a Holon

Miriam mi regala un suo venerdì e ce ne andiamo in avanscoperta. La nostra meta è il Museo del Design progettato da Ron Arad a Holon, una cittadina della cintura della grande Tel Aviv. Il museo è recentissimo, ha aperto i battenti nel marzo di quest'anno, così l'amica prende due piccioni con una fava, mi scorrazza generosamente in macchina, ma vede anche lei una nuova realizzazione che ancora non conosceva.


 Di Holon mi raccontano meraviglie, non perché sia particolarmente bella, in fondo si assomigliano tutte queste aree urbane spuntate dalla sabbia nei sobborghi di Tel Aviv, una cementificazione non indifferente ( rimangono tuttavia delle dune originarie con la loro flora e fauna caratteristiche),  ma per il suo sindaco. Già, è  in carica da circa 10 anni perché è onestissimo, incorruttibile (anche a queste latitudini quanto a scandali politici non scherzano), ma soprattutto ama la sua città e la cultura, su cui ha investito ed investe tantissimo.  Evidentemente la città dispone di risorse finanziarie perché pare essere la seconda area più industrializzata di Israele dopo Haifa, ma quanti fondi in giro per il mondo sono canalizzati male o  finiscono in chissà quali tasche e non  per la gente e per le opere per le quali sono stati destinati?
Morale della favola, a Holon, 200.000 abitanti circa, ci sono un festival annuale dedicato alle donne di musica e canzoni, un campo estivo di musica organizzato nientemeno che da Daniel Barenboim, un Carnevale con carri durante la festività ebraica di Purim, tanto verde con parchi e giardini, un Museo per i bambini (foto)  ed una Mediateca per i giovani ( foto), un Istituto Universitario  prestigioso di Tecnologia (vi si studia tecnologia applicata, dunque anche design) e adesso l'ultimo nato, il Museo del Design. Se questo sindaco viene a Milano, lo voto.
 Cinque  bande irregolarmente circolari e di vario colore costituiscono la spina dorsale dell'edificio, struttura architettonica  particolarissima e di grande effetto; in ogni punto sia la prospettiva esterna che quella interna cambiano e naturalmente gli scorci della città intorno, sensazione francamente coinvolgente; prenderci poi un succulento israeli breakfast con tanto di croissants e marmellatine in quella scalinata da Wanda Osiris super moderna è stato veramente gratificante. C'era una mostra di 12 grandi designer internazionali su moda e materiali del futuro "Mechanical Couture", la macchina come parte integrante del processo creativo e del prodotto finale stesso, per esempio una scarpa con le dita dei piedi incorporate, reggiseni trasparenti in silicone (così magari nel 2032 non ci sarà più bisogno di farsi le tette finte) vestiti su manichini robotici costruiti con parti di aspirapolvere con tanto di cane al guinzaglio e ciotola d'acqua robotici pure loro di  Issey Miyake (exhibition XXI Century Man). No comment, il giapponese sarà anche un grosso nome, ma eravamo sconcertate.

Sulla via del ritorno poi, a Tel Aviv, sosta al parco Wolfson, e per questa dritta devo ringraziare la scrittrice Elena Loewenthal e il suo avvincente testo "Tel Aviv" (ed. Traveller Feltrinelli). Nessuna guida di viaggio ne parla e nessuno me l'aveva segnalato, ma  sull'intera copertina del libro c'è una stupenda foto di questo paesaggio metafisico e fa venire proprio voglia di andarlo a visitare.


Questo parco per me di  dechirichiana memoria è una creazione dell'artista Dani Karavan. Scultore israeliano uscito dal prestigioso Istituto Betzalel di Gerusalemme e formatosi anche in Italia e Francia, difatti vive a Parigi, l'Unesco gli ha conferito il titolo di "Artist of Peace" per il significato simbolico delle sue opere ed è grazie ai suoi studi sull'architettura Bauhaus di Tel Aviv che si è iniziato in anni relativamente recenti il restauro e la rivalorizzazione di tanti edifici della "città bianca" e la conseguente nomina a Patrimonio dell'Umanità. Nel deserto del Neghev, poco distante da Beer- Sheva e dal confine con l'Egitto avevo visto 3 anni fa  una sua scultura che mi aveva molto colpito e che avevo pubblicato nel post "Neghev, kibbutz e Eilat".  - Come un ponte fra due  mondi- l'avevo percepita, senza conoscerlo e senza sapere che è proprio la sua cifra artistica quella di creazioni monumentali che  si fondono nel paesaggio e vogliono essere portatrici di riflessione e dialogo.

martedì 7 dicembre 2010

è uno di quei giorni che.......

Per i viaggi succede come per le foto. Se sfogli gli album di famiglia pazientemente costruiti negli anni sfilano davanti agli occhi solo belle immagini: gite, compleanni, feste, pranzi, cene, amici, allegria,  occasioni liete, istanti magici bloccati nel tempo. Giri le pagine e pensi : - ma quanti momenti belli, come sono stata fortunata, la mia vita sembra una carrellata di gioie senza soluzione di continuità-. Non è così, non c'è mai niente di tutto tondo, tra una foto e l'altra, per me come per tutti, magari sono passati giorni e mesi ed anni con il loro carico di preoccupazioni, difficoltà, malattie, dolori, solo che quelli non sono stati fotografati, non si usa. Anche scegliere di partire da sola per un lungo periodo, per rimettersi alla prova, per spingersi più in là, alla ricerca di quella certa autonomia interiore che ti permetta di trovare un tuo posto dovunque, non è sempre una passeggiata. Posti nuovi, musei, il confronto con altro, esperienze stimolanti, un grande privilegio certamente, ma non solo.

Certi giorni macini chilometri per strade anonime e senza ricordi e ti si secca la lingua in gola perché non hai con chi parlare, meno male che ci sono cani e gatti di quartiere in giro, qualche parolina e una carezza ci scappa sempre. Ti mancano il cinemino con le amiche, il burraco tra una chiacchiera e l'altra, le lasagne della Marina che le fa così buone, il  telefono che squilla, tuo figlio che si autoinvita a cena con tre amici all'ultimo momento, il buongiorno sempre col sorriso del portinaio Benjamin; arrivi a pensare con tenerezza persino alle nebbie di casa tua con l'orrido cavalcavia di via Monteceneri compreso. Credo si tratti di nostalgia.


La solitudine offre molto tempo per pensare. Certi giorni rimpiangi l'agenda super piena e correre trafelata come allora, genitori anziani da accudire, bambini, casa, lavoro e bisognava far tutto di corsa. Che fatica  a volte questa libertà, così difficile da conquistare, così difficile da riempire di un nuovo senso. 

Credo che scrivere sia un piacere, un'occasione di condivisione, ma anche un'esigenza del profondo, riempie dei vuoti. Non c'è niente da fare, puoi fare dieci volte il giro del mondo, ma ti porti sempre con te. Forse era molto saggio Montaigne, lui non si è mai mosso dalla sua stanza, ha pensato che non serviva, il viaggio l'ha sempre fatto solo all'interno di se stesso.




Come faceva quella canzone di Ornella Vanoni? E' uno di quei giorni in cui  ti prende la malinconia e fino a sera non ti lascia più........domani è un altro giorno, si vedrà!

lunedì 6 dicembre 2010

You are part of the story

Questa è la sinagoga  e  centro studi Jewish Heritage Center sponsorizzata dalla famiglia Cymbalista e progettata nel 1996 dal grande Mario Botta (suoi per esempio, il rinnovamento della Scala di Milano, il Mart di Rovereto). Non sono né architetto né addetto ai lavori, ma purezza e rigore formali (non a caso Botta ha collaborato a inizio carriera con Le Corbusier ) mi fanno dire che la trovo una realizzazione semplicemente straordinaria. All'interno come all'esterno ogni particolare è sobrio, essenziale eppure studiato in ogni suo minimo dettaglio e ricerca dei materiali. Le pareti della sinagoga sono in pietra dorata di Toscana e pietra dolomitica, l'Arca dell'Alleanza dove sono contenuti i Rotoli della Torah  in onice del Pakistan.

Questa assoluta meraviglia è ubicata all'Università di Tel Aviv e con la facoltà di Ingegneria di Louis Kahn (altro pezzo da novanta), sono le due uniche strutture del campus universitario a non essere progetti di architetti israeliani. Approfittando di una visita guidata gratuita, Arte e Architettura, che la città offre ai turisti fra altri itinerari, ci sono ritornata con Gastone, prima del suo ritorno nelle brume milanesi, il posto è troppo bello. Il giro doveva essere in inglese, ma c'eravamo solo noi e  la guida Francine è francese, oui, oui, ci è andata di lusso. Per cominciare racconto la sua storia, perché come per tutte le persone non di primo pelo che si trovano da queste parti, la sua vita è stata una grande avventura, e le avventure mi interessano sempre. I suoi genitori erano di Salonicco, costretti, emigrano a Parigi dove Francine nasce negli anni difficili, perciò in fuga prima a Marsiglia, allora Francia libera, poi Bilbao e l'Atlantico, per il sud America. Prima a Montevideo poi 32 anni a Buenos Aires come direttrice di una galleria d'arte  e qualche anno a Rio de Janeiro. E' approdata infine in Israele per riunirsi a figli e nipoti e tutti i lunedì mattina eccola come volontaria per il giro dell'Università. 

Ci spiega che l'Università di Tel Aviv ha circa 50 anni, 26.000 studenti e che è stata volutamente concepita come uno spazio aperto verso la città e le persone. Difatti ogni istituto ha una caffetteria, le biblioteche sono disponibili, nei parchi oltre agli studenti passeggiano mamme con carrozzine e nonni con nipoti.  
I vari istituti universitari sono rappresentativi dei cambiamenti, evoluzioni e tendenze in campo architettonico di questi ultimi cinque decenni. Si passa per esempio dal brutalismo della biblioteca centrale qui a fianco degli anni '60 (il termine viene dall'espressione francese "béton brut" utilizzata da Le Corbusier per indicare il cemento a vista e l'obbiettivo prioritario della funzionalità degli spazi; sopra la foto di persiane in cemento rigide orientate per filtrare la luce eccessiva) al postmodernismo anni '90 della facoltà di Lingue, espressione di grande libertà stilistica, si attinge alla lezione del passato, ma con rielaborazione più articolata e meno rigorosa.

  








Presenti all'Università anche edifici decostruttivisti, come la facoltà di Biotecnologie, la reazione di molti grandi architetti ( per esempio Frank Gehry con il Guggenheim di Bilbao, Zaha Hadid, Libeskind) al razionalismo architettonico. E' una geometria instabile con forme disarticolate e decomposte, persino i fuorvianti  edifici storti, una rivoluzione assoluta dei canoni estetici tradizionali. (Ho rivisto a questo proposito il centro congressi di Libeskind accanto all'Università religiosa di Bar Ilan nella periferia di Tel Aviv)

In giro sui prati del campo universitario anche tantissime sculture di artisti a me noti come Arnaldo Pomodoro o Arman o Micha Ullman e altre di autori che ignoro. Due però mi hanno colpito in particolare, "Happening" di Igael Tumarkin, così chiamata perché di fatto, con tutti i suoi angoli e anfratti ombrosi è un luogo di incontro dei giovani che diventano  essi stessi parte integrante dell'opera e questa scultura di Giò Pomodoro particolarmente valorizzata in questa ambientazione.

Per finire col campus universitario, Beit Hatfutsot, letteralmente La casa delle Dispersioni, tradotta  con  Museo della Diaspora, attraverso documenti, foto, film, pannelli didattici,  usi, costumi e vicissitudini di tutte le comunità ebraiche del mondo, per un ebreo o per chi si interessa alla loro storia un luogo veramente imperdibile. Ma non è dell'esposizione museale che vorrei parlare, non finirei più, ma dell'ingresso al pian terreno.
  Un ingresso tutto vuoto, tutto bianco, solo un gran pannello in mezzo all'atrio con su scritto: You are part of the story e sui tre schermi le immagini cambiano continuamente, tantissimi volti di tutti i tipi, età e colori, della serie "ma quale purezza della razza". Non più solo turista, mi sono sentita interpellata.