mercoledì 15 dicembre 2010

dubbi e saluti

Domani me ne parto, torno in quel della Padania, chissà che freddo troverò, ma ho un dubbio amletico, cosa ne faccio delle ragazze? No, le ragazze non sono bionde o more, timide o ricce, insomma qui non si tratta di persone, "le ragazze" sono i miei fedeli ed amatissimi sandali da trekking. Li ho soprannominati affettuosamente così perché intrattengo  con loro un rapporto più che intimo, siamo sempre super comodamente inseparabili, cosa avrei fatto "senza" in tutti i miei ultimi viaggi? Le ragazze ormai sono conciatissime e mi interrogo sul loro futuro, lasciarle qui a Tel Aviv o di nuovo in valigia per un' ultima scorribanda insieme? Però non mi sembra giusto liquidare  in un qualunque cestino della spazzatura  chi ti ha servito fedelmente in tante avventure, che orrore una fine così anonima, per questo, incerta sul loro destino, intanto  le ho immortalate, non sono feticista, ma una foto se la meritano. 

Da europea, a Tel Aviv ci sono stata proprio bene, ma strada facendo ho capito che questa città non è rappresentativa della realtà israeliana come New York non lo è dell' America, o  meglio, è una realtà unica, solo una tessera del  complesso mosaico di un piccolissimo paese. Gerusalemme è proprio fuori di ogni schema, ma anche Tel Aviv, con i grattacieli e le case diroccate, i sushi bar ultima moda tutti vetrate e la sabbia del deserto che rispunta sempre all'ombra dei palazzi, con i suoi ritmi frenetici, i suoi caffé sempre pieni, un melting pot umano in giro a tutte le ore, "la città che non vuole invecchiare" la definisce non a caso la scrittrice Elena Loewenthal. Tanti contrasti e tante contraddizioni, c'è di buono che non si fa nulla per occultarli, tutto è alla luce del sole e questo mi piace.

 Parto mentre nel  paese infuria la polemica. Oltre alla fine atroce di 42 persone morte carbonizzate nell'autobus investito dalle fiamme, la tragedia di non so quanti ettari di Carmelo andati bruciati ( il verde qui è conquista durissima) e la ricerca delle cause che si teme  l'abbiano provocato, c'è un grandissimo sconcerto nell'opinione pubblica perché il paese si è mostrato totalmente impreparato ad affrontare l'emergenza. A parte qualche piccolo aeroplano dalla capacità d'acqua minima, Israele non possiede mezzi per spegnere il fuoco, c'è stato per fortuna l'aiuto di vari paesi  che hanno messo a disposizione i loro, ma nel frattempo le fiamme avanzavano. Com'è possibile, -si chiede comprensibilmente la gente-, un paese che investe tantissimo nella "difesa" e nella "sicurezza" rivela in un simile frangente disorganizzazione e pressapochismo? Dov'è la tanto decantata efficienza? Per tre giorni, quelli che non sono partiti a dare una mano ed erano molti, sono rimasti incollati giorno e notte davanti al televisore, uno di quei momenti in cui l'alto tasso di litigiosità politica sembra quasi scomparire, come succede nelle calamità gravi. Mi ha colpito per esempio mia cugina, che al telefono mi dice che appena possibile sarebbe andata con la famiglia a passare il fine settimana in un albergo della zona mezzo bruciato. Ma è tutto rovinato -le dico io- cosa ci vai a fare? Appunto- risponde- bisogna aiutarli e sostenerli per affrontare la ricostruzione.

Ho assistito ad una manifestazione per i Diritti Umani (organizzata per il secondo anno) nella piazza dove è stato assassinato Rabin, presenti delegazioni di 130 diverse organizzazioni. Prima un minuto di silenzio per i morti del Carmel, poi i discorsi sul palco, saluti in inglesi ai rifugiati presenti che non parlano l'ebraico, testimonianze varie di beduini, sudanesi, drusi, le comunità che più soffrono, lo scrittore Sami Michael, presidente dell'associazione per i Diritti Civili, con i suoi scritti come altri intellettuali in prima linea per l'integrazione, per la pace, per un mondo più giusto. Riuscivo a capire le prime parole più volte scandite: siamo qui perché..... . non terremo la bocca chiusa perché....il resto me lo traduceva a grandi spanne in inglese una signora accanto a me;... che lo Stato faccia scelte di apertura e dialogo, che sappia veramente proteggere tutti i suoi cittadini non come ha fatto col fuoco.

 E' vero che "del doman non v'è certezza" come scriveva Lorenzo de Medici, ma spero di tornarci ancora, magari l'anno prossimo nello stesso periodo, per un supplemento d'estate. Torno a casa con un minimo di conversazione basic, grazie alla pazienza della mia deliziosa "prof." Lory, una giovane italo-israeliana che alle mie castronerie linguistiche regalava sempre un incoraggiante ed immeritato "kol hakavod", cioè complimenti, molto bene. Siamo diventate amiche. Le mie due  prime parole imparate con determinazione sono state "americano natul", per forza, nel mio binomio sigaretta-caffè, a partire dal terzo deve essere decaffeinato, sennò schizzo.

 Mi porto anche via le immagini bellissime di certi tramonti, dei cani che corrono liberi sulla battigia e poi quella di un airone, mi piace pensare che fosse sempre lo stesso. Tutti i giorni si presentava in spiaggia alla stessa ora, verso le due del pomeriggio. Proprio sulla riva, incurante della gente, tranquillo su e giù scrutando l'acqua e qualche pesce imprevidente per il pasto. Il malcapitato, scintillante di riflessi argentei per il suo dimenarsi, glielo vedevi poi nel becco. 

 Forse per la prima volta qui ho sentito il senso del Sabato, ne ho avuto perlomeno l'intuizione, laica impenitente qual sono. Certo, il mondo cristiano ha la domenica come sacro giorno del riposo, ma il fatto è che per la tradizione ebraica il giorno finisce al tramonto e al tramonto inizia quello nuovo. Se il passaggio dall'attività al riposo avviene di notte, in qualche modo non lo vedi, anzi, il sabato apertura fino a tardi per shopping sfrenato e poi ti svegli la domenica mattina e la città dorme. Qui, e non siamo certamente nella religiosa Gerusalemme,  verso le tre del pomeriggio del venerdì  la città comincia lentamente ad addormentarsi per il sabato che sta per arrivare, come un palcoscenico che spegne le sue luci, i bar raccolgono le sedie sulle terrazze, i negozi tirano giù le saracinesche, la gente si affretta a fare gli ultimi acquisti, sembra un  prepararsi alla buonanotte quando è ancora giorno e ugualmente assisti al progressivo risveglio l'indomani pomeriggio, il traffico che si intensifica, le strade che si animano. Torno anche con una doppia nazionalità, si, adesso oltre all'italiano ho  il passaporto israeliano. L'ho creduto un atto puramente formale e burocratico per non avere più problemi  all'aeroporto, ma non è stato così. Quando me l'hanno consegnato, l'emozione è stata forte e sono scoppiata a piangere. Come una sorta di outing identitario per il quale ho impiegato una vita ad acquisire consapevolezza, mi ero creduta senza storia, un semplice cittadino del mondo.

Termino queste note israeliane  con la sabbia, la pietra e  le parole:
 "A Tel Aviv la sabbia è dappertutto. Scalza il cemento dai marciapiedi. Disegna l'orizzonte. Assesta le fondamenta delle case. Basta grattare il suolo di cui è fatta la città, e la sabbia sta lì.....Tel Aviv è stata costruita sulla sabbia. Materia quasi inconsistente, all'apparenza fragile; è incapace di fermare alcunché.....E sopra la sabbia si muove la città. Così è la città: instabile tanto nel tempo quanto nello spazio. Tel Aviv è davvero il contrario di Gerusalemme. Questa è l'ombelico del mondo, qui il tempo non scherza; tutto è chiaro. Gerusalemme è il luogo del principio e dell'eternità, dove la creazione ha udito il la. A Gerusalemme comanda la pietra: un materiale solido, immobile". (da "Tel Aviv" di Elena Loewenthal)

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