lunedì 6 dicembre 2010

You are part of the story

Questa è la sinagoga  e  centro studi Jewish Heritage Center sponsorizzata dalla famiglia Cymbalista e progettata nel 1996 dal grande Mario Botta (suoi per esempio, il rinnovamento della Scala di Milano, il Mart di Rovereto). Non sono né architetto né addetto ai lavori, ma purezza e rigore formali (non a caso Botta ha collaborato a inizio carriera con Le Corbusier ) mi fanno dire che la trovo una realizzazione semplicemente straordinaria. All'interno come all'esterno ogni particolare è sobrio, essenziale eppure studiato in ogni suo minimo dettaglio e ricerca dei materiali. Le pareti della sinagoga sono in pietra dorata di Toscana e pietra dolomitica, l'Arca dell'Alleanza dove sono contenuti i Rotoli della Torah  in onice del Pakistan.

Questa assoluta meraviglia è ubicata all'Università di Tel Aviv e con la facoltà di Ingegneria di Louis Kahn (altro pezzo da novanta), sono le due uniche strutture del campus universitario a non essere progetti di architetti israeliani. Approfittando di una visita guidata gratuita, Arte e Architettura, che la città offre ai turisti fra altri itinerari, ci sono ritornata con Gastone, prima del suo ritorno nelle brume milanesi, il posto è troppo bello. Il giro doveva essere in inglese, ma c'eravamo solo noi e  la guida Francine è francese, oui, oui, ci è andata di lusso. Per cominciare racconto la sua storia, perché come per tutte le persone non di primo pelo che si trovano da queste parti, la sua vita è stata una grande avventura, e le avventure mi interessano sempre. I suoi genitori erano di Salonicco, costretti, emigrano a Parigi dove Francine nasce negli anni difficili, perciò in fuga prima a Marsiglia, allora Francia libera, poi Bilbao e l'Atlantico, per il sud America. Prima a Montevideo poi 32 anni a Buenos Aires come direttrice di una galleria d'arte  e qualche anno a Rio de Janeiro. E' approdata infine in Israele per riunirsi a figli e nipoti e tutti i lunedì mattina eccola come volontaria per il giro dell'Università. 

Ci spiega che l'Università di Tel Aviv ha circa 50 anni, 26.000 studenti e che è stata volutamente concepita come uno spazio aperto verso la città e le persone. Difatti ogni istituto ha una caffetteria, le biblioteche sono disponibili, nei parchi oltre agli studenti passeggiano mamme con carrozzine e nonni con nipoti.  
I vari istituti universitari sono rappresentativi dei cambiamenti, evoluzioni e tendenze in campo architettonico di questi ultimi cinque decenni. Si passa per esempio dal brutalismo della biblioteca centrale qui a fianco degli anni '60 (il termine viene dall'espressione francese "béton brut" utilizzata da Le Corbusier per indicare il cemento a vista e l'obbiettivo prioritario della funzionalità degli spazi; sopra la foto di persiane in cemento rigide orientate per filtrare la luce eccessiva) al postmodernismo anni '90 della facoltà di Lingue, espressione di grande libertà stilistica, si attinge alla lezione del passato, ma con rielaborazione più articolata e meno rigorosa.

  








Presenti all'Università anche edifici decostruttivisti, come la facoltà di Biotecnologie, la reazione di molti grandi architetti ( per esempio Frank Gehry con il Guggenheim di Bilbao, Zaha Hadid, Libeskind) al razionalismo architettonico. E' una geometria instabile con forme disarticolate e decomposte, persino i fuorvianti  edifici storti, una rivoluzione assoluta dei canoni estetici tradizionali. (Ho rivisto a questo proposito il centro congressi di Libeskind accanto all'Università religiosa di Bar Ilan nella periferia di Tel Aviv)

In giro sui prati del campo universitario anche tantissime sculture di artisti a me noti come Arnaldo Pomodoro o Arman o Micha Ullman e altre di autori che ignoro. Due però mi hanno colpito in particolare, "Happening" di Igael Tumarkin, così chiamata perché di fatto, con tutti i suoi angoli e anfratti ombrosi è un luogo di incontro dei giovani che diventano  essi stessi parte integrante dell'opera e questa scultura di Giò Pomodoro particolarmente valorizzata in questa ambientazione.

Per finire col campus universitario, Beit Hatfutsot, letteralmente La casa delle Dispersioni, tradotta  con  Museo della Diaspora, attraverso documenti, foto, film, pannelli didattici,  usi, costumi e vicissitudini di tutte le comunità ebraiche del mondo, per un ebreo o per chi si interessa alla loro storia un luogo veramente imperdibile. Ma non è dell'esposizione museale che vorrei parlare, non finirei più, ma dell'ingresso al pian terreno.
  Un ingresso tutto vuoto, tutto bianco, solo un gran pannello in mezzo all'atrio con su scritto: You are part of the story e sui tre schermi le immagini cambiano continuamente, tantissimi volti di tutti i tipi, età e colori, della serie "ma quale purezza della razza". Non più solo turista, mi sono sentita interpellata.
 



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