venerdì 23 ottobre 2009

Evviva gli imbecilli

Sono contenta, anche qui ci sono degli imbecilli assoluti. Per esempio Amna (così si chiama) dovrebbe fare la pulizia due volte alla settimana ed il buon senso suggerirebbe ogni 3-4 giorni, ma nossignore, l'operazione avviene il martedì ed il giovedì mattina, vani i miei tentativi di comunicazione in lingua indecifrabile per spostare più razionalmente i turni, l'imbecille ha le sue certezze. Normale pure indicare per strada una direzione che si ignora totalmente, invece di dire "non lo so", frequente, mi si racconta, l'arroganza di chi siede dietro la scrivania in un ufficio governativo e si sente un padreterno. Se approfondisco un pò il pensiero mi rendo conto che sostenere che gli ebrei sono intelligenti e magari pure ricchi, luoghi comuni non inusuali, lungi dal rappresentare un complimento (e difatti se ne sono viste delle belle) è in realtà un modo per catalogare "l'altro", farlo diventare un diverso, e il diverso, si sa, non piace. Decisamente mi sento rassicurata, anche qui ci sono clochards e poveri, gente che fa tanta fatica, mille contraddizioni, i bipedi sono uguali a tutte le latitudini, evviva gli imbecilli.

Questa osservazione non riguarda i giovani che parlano fra loro solo in ebraico, ma le persone della mia generazione ed oltre. Sono sola, dunque mi tocca star zitta e ascolto tanto. Che sia al caffè, in spiaggia o su un autobus non c'è una conversazione che finisca con la lingua con la quale è iniziata. Ebraico+ lingua d'origine+ qualche parolina o espressione qua e là del paese in cui magari si vive che non è necessariamente quello dove si è nati. Ne risulta una comunicazione molto colorita e un pò paranoica, proprio come le mie conversazioni col cugino Eldad.

Ho fatto indigestione di Hayim Nahman Bialik, ma ne valeva la pena, viene considerato il più grande poeta nazionale ed io non ne sapevo niente. Prima di tutto rehov Bialik, una stradina piccola, tutta alberata con stupendi edifici Bauhaus, depositaria in qualche modo della storia della città. In questa via ci sono infatti la casa-atelier-museo del famoso pittore Reuven Rubin (rumeno israeliano; i suoi quadri hanno il sapore di Chagall, il fauve-naif del Doganiere Rousseau ed i colori accesi di questa terra. Mi è piaciuta molto una sua frase:" sono un autodidatta, non ho imparato a dipingere, ma a colorare i miei sogni" ), la dimora appena restaurata del poeta e il vecchio municipio di Tel Aviv ora divenuto fondazione culturale. Nato in Russia, vissuto ad Odessa e Berlino, Bialik approda in Palestina solo nel 1924, a 51 anni, ma, e qui sta la sua particolarità, anche in diaspora ha sempre scritto e composto in ebraico, il primo scrittore a farlo. Viene dunque percepito come un lieder spirituale della sua generazione, colui che ha tolto la polvere all'antico ebraico biblico dando nuovo impulso alla lingua, un pilastro insomma della cultura ebraica moderna. Poichè non di sola arte vive l'uomo, era un formidabile goloso, e di lui ho letto le parole di Chagall, suo grande amico: " Ho visto raramente qualcuno divorare il cibo come Bialik. Cucchiaio, forchetta e coltello ruotano nelle sue mani come in trance". La sua casa, stupenda, tutta decorata ed arredata in puro art-déco ha rappresentato per anni un luogo di incontro privilegiato per l'intellighentzia locale.



sometimes the heart longs for the years
of peace and quiet that where before
when the world slept in silence and man
dozed, sated with peace, soft and asnore.

Pausa, naturalmente al rinomato caffè Bialik, all'angolo della strada, con un'insalata greca, pane arabo e spremuta di limone alle 3 de pomeriggio per digerire tutta stà cultura e poi chiudo il cerchio al vecchio cimitero in via Trumpeldor, poco distante, il Père Lachaise locale, dove è sepolto con altri grandi.

Alla Galleria ShenArt ho conosciuto l'artista Stéphane Zerbib (algerino, vissuto in Danimarca, da pochi anni approdato in Israele) e la sua compagna scultrice di Bruxelles. Ero entrata perchè dalla vetrina mi avevano colpito i suoi quadri e ci sono rimasta due ore e mezza. Si è parlato di un sacco di cose in francese, esperienze di vita, la tecnica del suo lavoro, la difficoltà per i troppi artisti locali di sbarcare il lunario senza nessun aiuto statale, l'imprescindibile sostegno economico degli ebrei americani, il coraggio e la follia di rivoluzionare la propria vita, sogni ed illusioni prima dell'arrivo e le difficoltà della realtà al quotidiano. Incontro fecondo, bello il confronto quando si parla lo stesso alfabeto.

Su suggerimento della Lonley Planet visito Beth Hatefutsoth, il museo della Diaspora, che si trova in uno dei migliori campus universitari di Israele a Ramat Aviv, la periferia bene di Tel Aviv. Il museo, a parte maquette di sinagoghe soprattutto antiche di tutto il mondo ( anche una bellissima moderna a New Port, Elkins Park in Pennsylvania disegnata nel 1959 da Frank Lloyd Wright) ha un impianto didattico con pannelli, grafici, filmati, testimonianze di vita e di costumi delle varie comunità nel mondo. Scopro per esempio che dallo Yemen con l'operazione "Magic Carpet" sono approdati qui negli anni 50 in 48.000, che Kai Feng Fu è stata l'unica comunità ebraico-cinese, disintegratasi nel XVIII secolo, da una fedele ricostruzione, com'era fatta la stanza di studio di Rashi di Troyes (forse il più grande commentatore dei testi sacri) a Worms dove aveva soggiornato in gioventù. C'è anche copia dell'editto di espulsione del 1492, pietra miliare per la dispersione sefardita nel bacino mediterraneo e Torquemada, l'inquisitore più terribile ed ottuso che non ne ha azzeccata una, oltre ad interrompere drammaticamente secoli di pacifica e prolifica convivenza ed integrazione culturale nella Sepharad felix ( la Spagna di allora), ha anche sostenuto che gli indios delle Americhe non avevano un'anima; che andasse in cerca della sua piuttosto). Dalla visita al museo, ho ricavato l'impressione che c'è sempre molto forte la spinta a creare un orgoglio nazionale di appartenenza, nonostante e grazie alle differenze e specificità delle singole comunità. Bellissimo il campus, tanti istituti di varie facoltà dalle svariate architetture, giardini con sculture, luogo di studio molto ambito dai giovani delle future élite.

Tutte le mattine Avi mi insegna qualche parola di ebraico e mi fa una spremuta fresca di limoni e pompelmi rosa. Ha un minuscolo chiosco a pochi metri da casa. Certe piccole abitudini sono il sale della vita e con la vitamina B sono a posto per la giornata.

I cugini mi portano un giorno fuori Tel Aviv, a vedere il lungomare di Bat Yam e Ashdod, due cittadine verso sud. A Bat Yam densità abitativa fittissima, tanti alberi e verde, le varie altezze delle costruzioni testimoniano del tempo che passa, basso prima, alto ora, i miei genitori non riconoscerebbero. Ashdod praticamente 30 anni fa non esisteva, adesso è con Haifa porto di grande traffico. Palazzoni della stessa pietra rosa di Gerusalemme, interi quartieri nuovi di pacca spuntati come funghi, l'impressione che tutto sia un immenso cantiere in trasformazione eppure....... proprio davanti ai mega building c'è la sabbia, qualche cespuglietto striminzito, delle dune di deserto.

Domattina arrivano i miei "gioielli". Ho preparato il cuore, sul tavolo uva, dolci col papavero e frutta secca in segno di benvenuto. Inizia una nuova avventura.

martedì 20 ottobre 2009

Storia di un libro




La bambina chiede alla mamma: Mamma, come nacque la razza umana?
La madre risponde: Dio creò Adamo ed Eva e loro ebbero dei figli. Così nacque la razza umana.

Due giorni dopo, la bimba fà la stessa domanda al papà.
Il padre risponde: Molti secoli fa esistevano le scimmie. Con il passare degli anni si svilupparono e si trasformarono in uomini. E' così che nacque la razza umana.

Molto confusa, la piccolina, si rivolge alla mamma e le chiede: Mamma, come mai tu mi dici che la razza umana fu creata da Dio e papà mi dice che proveniamo dalla scimmia?
Tesoro, le risponde la mamma, io ti ho parlato della mia famiglia e papà della sua.

E' una barzelletta, ma pone in realtà un grosso problema, come conciliare cioè fede e scienza circa la creazione del mondo. Per gli ebrei siamo nell'anno 5770 , pochini rispetto alla teoria del bing bang. I credenti scavano da sempre nei meandri più segreti della Bibbia alla ricerca di teorie e conferme scientifiche sottese al Testo Sacro. Personalmente mi convince una frase del filosofo Levinas: " Il n'y a pas de physique en métaphysique", sono cioè due mondi diversi e non vanno mescolati; la Thorà ( Il Pentateuco) è un invito alla riflessione sull'uomo, la sua essenza, il suo rapporto col trascendente, e trova la sua dimensione sacrale nella metafisica, gli scienziati invece lavorino di fisica in santa pace nei laboratori e nelle università.

Giovedì sera, la vecchia compagna di gioventù ritrovata, Miriam, mi invita ad un vernissage dove espone un'amica. Ceniamo prima a Neve Tzedek, il più antico quartiere ebraico di Tel Aviv, fondato nel 1887, quartiere malfamato e all'abbandono per anni, oggi completamente restaurato e di charme. Interessante il Centro Suzanne Dellal, ex-scuola divenuta centro culturale per festival, esposizioni e manifestazioni varie.
Il vernissage si svolge invece nella sede dell'associazione di architettura a Jaffa, le opere esposte del resto sono tutte di architetti che fanno anche gli artisti. Col suo porticciolo vecchio di 4000 anni (importantissimo nell'antichità), i caffè all'aperto, le gallerie d'arte, il mercatino delle pulci, le case di pietra che si inerpicano per vicoli tortuosi e un atmosfera molto easy, Jaffa è un borgo bellissimo alla periferia di Tel Aviv. La foto di questa pagina è un albero- scultura sospeso in una piazzetta della città vecchia.



Prendo l'autobus numero 4, scendo in Kikar Magen David (piazza stella di Davide) e visito rehov (via) Sheinkin, la strada più trandy della città, il shuk Carmel (un vero mercato orientale per colori, odori e sapori) nel quartiere yemenita e la pedonale Nahalat Benjamin che il martedì ed il venerdì accoglie tante bancarelle di artigianato locale, ceramica e bigiotteria d'argento in particolare. Fiumane di persone e artisti di strada completano il quadro. Sull'autobus la signora dietro a me mi mette in mano dei soldi; ci metto un pò a capire che qui nessuno paga quando sale per non far perdere tempo all'autista. Ci si siede e poi i soldi passano di mano in mano fino a quando arrivano a destinazione dal conduttore. Mi sono circolati per le mani per lo meno 15 biglietti.


Mi sono svegliata alle 6 del mattino e mezz'ora più tardi vado in spiaggia pensando di trovare un deserto umano: errore colossale, più affollato che a mezzogiorno, forse perchè c'è hamsim, il vento caldo del deserto che ti stronca, meglio circolare nelle ore più fresche. Gli israeliani sono dei grandi mangioni, (chiamano persino "strudel" la chiocciola dell'indirizzo e-mail), ma anche dei grandi sportivi. Sulla spiaggia ci sono delle aree piene di attrezzi ginnici e a tutte le età corrono, camminano, fanno streetching, rimpolpano i muscoli; con questo caldo, una faticaccia immane!

Sul lungomare, interminabile, a un certo punto c'è una zona tutta chiusa, le palizzate divisorie si spingono lateralmente molto avanti, fino a dentro l'acqua. Credevo ci fossero dei lavori in corso, ma un gran cartello dice ben altro: " The separated beach" . E' l'angolo degli ultra ortodossi. Per le donne domenica, martedì e giovedì, per gli uomini lunedì, mercoledì e venerdì, il sabato riposo per tutti, anche per il vecchio mar Mediterraneo.

Il 16 ottobre 1943 c'è stato a Roma da parte dei nazisti il più grande rastrellamento di ebrei della storia italiana, 2000 persone, meno di una decina hanno fatto ritorno. In questo giorno, da 5 anni a questa parte, gli ebrei italiani residenti in Israele organizzano una commemorazione della deportazione dal nostro paese a Yad Vashem, il museo dell'Olocausto di Gerusalemme, spazio imprescindibile nella realtà ebraica del mondo intero. Ho la preziosa occasione di poter partecipare. Per gli insondabili sentieri della vita e dei suoi accadimenti, viene ufficialmente consegnato alla madre di Miriam, una giovanetta di 88 anni, un libro di preghiere datato 1934, a Fiume e col nome del proprietario, il fratello Guido, morto nei campi. Questo libro, non si sa dopo quali peripezie è finito tra le mani di Mirella Nissim, un'amica di Miriam, molto attiva nella comunità italiana locale. Cerimonia profondamente toccante, abbiamo ascoltato il direttore di Yad Vashem, l'ambasciatore italiano, un testimone della strage di Ferrara e la storia di questo libro ritornato "misteriosamente a casa" 75 anni dopo.

mercoledì 14 ottobre 2009

Tra santità e peccato


La globalizzazione avrà certo i suoi buchi neri, ma è fantastico pensare che alle 6 del mattino ho preso il Malpensa Express in piazza Cadorna ed alle 15,30 ero in Rehov Ben Yehuda al 121, seduta sul divano del mio nuovo appartamentino sorseggiando una tazza di nescafè calda, sigarettina in bocca, of course, e una fettina di strudel portatomi da mia cugina Tami in segno di benvenuto.

Gerusalemme è unica, città magica, spirituale, mistica, bellissima, e nei mesi torridi dell'estate più fresca e vivibile perche situata sulle alture, ma nello scegliere la mia base non ho esitato un attimo, Tel Aviv alla grande. "Gerusalemme prega e Tel Aviv si diverte", recita non a caso un vecchio detto. Come si fa a vivere dove la religione spunta da ogni pietra, (anzi, 3 religioni) l'aspirazione alla santità rende tutto e tutti più austeri, per non dire intolleranti. A Tel Aviv, secolare, godereccia, irrequieta, irriverente, si può invece peccare in santa pace, lo fanno tutti, ho visto certi wurstel di Francoforte rosolare sulle griglie e di sabato, il sacro giorno del riposo, qui le spiagge sono affollate mentre a soli 80 kilometri si sta tutto il tempo davanti al Muro del Pianto e poi ho ancora un sacco di problemi da risolvere nell'al di qua, figuriamoci se mi cimento anche con l'al di là.

Il mio residence, Ben Yehuda Apartments, è formato da due stabili di quattro piani, a parte i nuovi grattacieli, tutta l'architettura della città è piuttosto bassa. Uno è stato restaurato ed è chicchissimo con prezzi corrispondenti, l'altro è di mattoni rossi, delabré e un pò malconcio, sto naturalmente in quest'ultimo. Certo, non abbastanza raffinato per la mia amica Thea, quando dopo i ragazzi verrà a trovarmi, ma ideale per Francesco, trappista notorio; pensavo anzi che prima del suo arrivo potrei stracciare un pò la moquette e fare qualche macchia unta sui muri, risulterà così ancora più autentico, come piace a lui. Spartano e in miniatura, nell'appartamentino c'è tutto: miniangolo cucina con bollitore, piastra elettrica, microonde, piatti e bicchieri perfettamente sparigliati, vasca da bagno moderatamente sbeccata, salottino con divano letto, tele, tavolo per 4, il mio pc milanese sempre in funzione, camera da letto con mega armadio. Purtroppo sulle ante c 'è anche un grande specchio, scomodo memento dei chili di troppo, ma pazienza, se tutto deve scorrere, come dicono i saggi di ogni latitudine, lasciamo fluire anche la ciccia. La posizione è eccezziunale veramente, sette minuti a piedi dal mare e quattro dal centro, centrissimo, la Dizengoff street, grande arteria alberata come i boulevard parigini, cuore pulsante della città per movimento, caffè, negozi. Neanche disfatta la valigia, ci sono andata subito ieri pomeriggio, perchè purtroppo alle 6 il sole se ne era già andato, troppo tardi per la spiaggia. Caffè e terrazze all'aperto super affollate, gioventù vivace e bella, molti cani senza guinzaglio, come piace a me, gatti immensi e gioviali che passeggiano indisturbati. Mi ha colpito in particolare il numero di boutique con abiti da sposa e da sera, ma qui si sposano sempre? fanno festa sempre? e poi devo scrivere dei negozi di pedicure e manicure; d'apprima ne ho visto uno, da una parte fila di banchetti con mani, unghie e smalti a profusione, dall'altra le donne gambe in aria, le ragazze chine a lavorarci sopra, un'orgia di alluci e talloni . Credevo fosse un nuovo istituto estetico studiato così dall'ultimo architetto di grido, ma poi in giro per le strade ne ho visti altri di negozi concepiti uguale, merce e clienti dietro grandi vetrate totalmente a vista, assenza assoluta di privacy. Dalla strada, naso appiccicato alla vetrina, ho fatto ok con la mano ad una futura kamikaze della vita a due che si provava un vestito bianco con strascico che le stava benissimo, ma mi domando: nel mio girovagare, mi capiterà di vedere anche una visita ginecologica in diretta? Oltretutto di solito nei paesi caldi, le architetture prevedono finestre piccole, per proteggere dal sole e dal caldo, qui invece il contrario, anche nelle case prevalgono sempre vetri e vetrate di grandi dimensioni rispetto alla muratura.

In questi primi giorni non ho voglia di fare troppo la turista, preferisco lasciarmi vivere, andare in giro a caso, dimenticare la Lonley Planet, osservare la gente nei suoi movimenti quotidiani. Scoperto il bellissimo parco sul fiume Yarkon, rematori in canoa sotto un cielo colorato di rosso tramonto, sembrava di essere sulla Senna, in una piazza mercatino delle pulci, Gastone, ti ci porterò senz'altro, lunghissima passeggiata sul lungomare bello e semplice, rivestito solo di legno. Cena a base di omlette con patate e cipolle e insalata araba, pomodori sbucciati e tagliati piccoli piccoli con cetrioli, insieme è d'obbligo un cosiddetto capuccino tutto latte, molta schiuma e quasi niente caffè. Questo menù non l'ho scelto io, è esattamente quello delle mie due vicine di tavolo. La lista era tutta scritta in ebraico, come fare? ho guardato a fianco, ho puntato l'indice ed ho detto:" the same".

C'è sempre qualcuno che mi chiede se venire in Israele è pericoloso. Non credo proprio, la gente vive normalmente, c'è ora atmosfera serena nell'aria; francamente credo sia molto più rischioso prendere la metropolitana a Milano, fare una passeggiata con possibilità stupro a Roma, circolare di sera nella zona pedonale di Nizza, con un altissimo tasso di microcriminalità. Certo, quando entri in uno spazio pubblico, in un grande magazzino, in una stazione, ti controllano all'ingresso la borsa, questione di abitudine, può succedere che nella sacca c'è chi mette una bomba invece che le patate.

Per finire una storiella che il giornalista Lorenzo Cremonesi ha scritto ieri sul Corriere della Sera, la dice lunga sul modo di pensare da queste parti: un rabbino, particolarmente intraprendente è solo in mezzo a un'isola deserta. Ma presto si organizza per pescare, raccogliere acqua piovana, coltiva persino la terra. Alla fine costruisce due sinagoghe. -Come mai due?- gli chiederanno incuriositi i salvatori, anni dopo. Risposta: " Perchè nella seconda io non metterò mai piede".

martedì 13 ottobre 2009

In volo verso la terra promessa


Uuuaaaahooo, incredibile, ma vero. SONO DIVENTATA TECNOLOGICA. Sono in volo e sto scrivendo al computer, proprio come fanno "les grandes personnes", direbbe il Piccolo Principe. Aveva ragione, secondo lui non era certo una bella cosa appartenere al mondo di certi adulti che, poveri, non sanno più sognare, ma ho sempre guardato con ammirazione coloro che con nonchalance usano il computer a due passi dal cielo, se poi sei seduta accanto al finestrino e guardi fuori, un oceano di nembi e cirri a pecorella, volta celeste blu alla volare di Modugno, sole a tutto tondo, le cime delle montagne innevate, insomma, sensazione stupenda, mi sento una donna bionica fra le nuvole.

Che emozione partire, ogni volta si rinnova, un grande punto di domanda ti si apre dentro e ti sembra che tutto diventi possibile.

Ottobre 2009, sto andando in Israele, una volta ancora, ma è sempre diverso, perché la vita cambia, perché noi cambiamo, perche il mondo intorno a noi cambia. Ora non penso alla mia venuta dell'ottobre 2007 con Eldad nel Negev, ma a quella dell'ottobre 1999; ero in Israele con la mia famiglia, allora composta di 4 persone; era stato un mio grandissimo desiderio, esaudito, quello di festeggiare il cinquantesimo compleanno nel mio paese natale e farlo conoscere ai miei cari. Gerusalemme, Tel- Aviv, Safed, Akko, la Galilea, il lago di Tiberiade, Capharneum, il mar Morto, Masada, avevamo girato niente male, avevamo naturalmente incontrato zii e cugini di mia madre e di mio padre, quel che resta di una tipica famiglia ebrea dopo la tragedia della guerra e sparsa per il mondo, visitato la tomba del nonno paterno, la casa dove sono nata. 10 anni dopo, francamente, farei volentieri a meno del compleanno, e chi cazzo ha voglia di invecchiare, ma almeno una cosa buona i prossimi 60 anni ce l'hanno, quella di rappresentare un'occasione perché i miei ragazzi mi regalino con delicatezza, amore e sensibilità veramente commoventi, una settimana del loro tempo e della loro vita, una settimana tutta per me e con me, semplicemente fantastico. Per i gourmand-gourmet ( golosi-buongustai)francesi "i gioielli di famiglia" sono i testicoli di toro rosolati a fuoco lento in padella, (credo, non li ho mai mangiati) con un trito di aglio e prezzemolo, ma per una mamma, di quelle della peggior specie cui appartengo, "i gioielli" sono sempre i ragazzi, i figli, i pezzi e' core, anche se hanno trent'anni per gamba e i problemi di prostata in agguato. Fra 11 giorni voleranno da me entrambi, Francesco da Parigi e Marco da Milano e staremo finalmente un po' insieme, capita così di rado ed è così importante ritrovarsi.

Quest' anno non ho proprio voglia del freddo, le ossicine invecchiano e lo patiscono molto. Stagione fortunata, non ho ancora messo il collant, domenica scorsa nuotavo nel lago di Garda, acqua freddina, ma tonificante e adesso che i metereologi annunciano in Italia l'arrivo dei venti siberiani, taglio la corda, a Tel-Aviv ci sono 30 gradi e il mare è a 5 minuti a piedi dall'appartamentino che mi sono presa in affitto. Dai Sara, non contiamo palle, cosa cerchi questa volta nella terra stillante latte miele, la terra promessa di Canaan, secondo la biblica profezia? Chissà, forse un qualche riferimento in più cui potersi attaccare, forse un altro pezzettino di radici, come mi ha augurato la mia amica Marina.

Non volo El-Al , ma Alitalia, non fa alcuna differenza, quando c'è la mia tribù è un casino comunque; lo stewart invita grossomodo ogni 10 minuti con scarsissimo successo le persone a restare sedute, stamani siamo partiti con 15 minuti di ritardo semplicemente perché la gente tra chiacchere, preghiere, valige colossali, non prendeva posto, la hostess ha chiesto aiuto ai colleghi, non sapeva più come fare. Non so se la mancanza di disciplina, se l'anarchia eretta a sistema, se l'individualismo più sfrenato sono dell'ebreo tout court o dell'israeliano in particolare, ci devo pensare. Ma se si vuole avere uno spaccato autentico di Israele, vedere le sue molteplici facce, integralismo religioso doc e menefreghismo secolare, non serve venire fino a qui, basta fermarsi all'aeroporto davanti al gate di imbarco o osservare cosa succede in aereo: un gruppo di preti recitava in circolo il rosario, mosconi purtroppo sempre più numerosi (definisco così gli ebrei ortodossi perchè sono vestiti con palandrane tutte nere, cappelli compresi) pregavano rivolti verso Gerusalemme ( la Mecca locale) che nell'area portuale era giusto sotto il cartello delle toilette, a fianco giovani totalmente secolarizzati piedi al vento e scarpe da tennis odorose a fianco smanettavano col computer, ragazze ombelico in esposizione ondeggiavano alla musica di minuscoli ipod attaccati alla cintura, pargoli mangiavano, dormivano o piangevano, uomini d'affari invece in giacca e cravatta discutevano dei prossimi business. L'aereo era super pieno, un sacco di gente di ritorno dalla visita alla famiglia americana dopo il periodo delle grandi feste ebraiche, nell'aria tutte le lingue della mitica torre di Babele, all'atterraggio, 3 ore e mezza più tardi, quasi tutti in piedi ad applaudire.

Lo affermo con determinazione, per divertirsi non serve andare al cinema, basta guardarsi un volo destinazione Tel-Aviv, scalo Ben Gurion.
Malgrado tutte queste considerazioni sono felice di essere qui, in fondo sono anch'io un esemplare bipede di questo pot pourri. Shalom, shalom, pace a tutti!!
sara

martedì 6 ottobre 2009

la limonaia del Signor Gandossi

la limonaia del Signor Gandossi
Capita, girovagando tra il minuscolo porticciolo della frazione Villa ed i vicoli di Gargnano o addentrandosi nel dedalo dei viottoli serrati tra i muraglioni delle limonaie, di cogliere la peculiare atmosfera di questo paese del lago di Garda sulla sponda bresciana. Si, si odora un genio loci che sa di silenzio, di calma, un rispetto antico della natura, fedeltà ( parola stupenda ormai divenuta reazionaria) a tempi e modi rallentati, gli stessi fissati sulle foto di un secolo fa. Architetture e paesaggi della Belle Epoque sono presenza vivissima sul lago di Garda, ma se sono la terrazza del Casinò e il Grand Hotel ad occupare la scena di Gardone, il Vittoriale di D'annunzio a Salò, sono invece i pilastri ed i gradoni a terrazza delle limonaie che si insinuano fra le case e restituiscono l'immagine di Gargnano. Gargnano, paese dove per secoli a partire dal XIII, c'era la più grande concentrazione di coltivatori di limoni, fitto tessuto di serre di grande pregio architettonico e testimonianza della miracolosa simbiosi del lavoro dell'uomo con la ricca offerta della natura.

Ospite per la seconda volta di un gioiellino a picco sul lago di Franca, buon dì contessa Bice di vederla son felice, alle 10 del mattino di sabato ho appuntamento col Signor Giuseppe Gandossi, proprietario e infaticabile difensore di una delle pochissime limonaie ancora attive e produttive (ce n'erano 450 sul posto) per una visita ricca di storia, di sapere e naturalmente gratuita, come l'amore e la passione impongono. Il Signor Gandossi viveva a Brescia e faceva il rappresentante di tessuti, di limoni non ne sapeva proprio niente, ma nel 1970 cerca casa in quel di Gargnano perchè la moglie ha lì una merceria. Trova quel che gli piace, una vecchia dimora di pietra che però ha annessa una limonaia, abbandonata e pressochè distrutta dagli anni e dall'incuria.
Succede che si rimbocca le maniche e si appassiona, fa il contadino, il falegname, il carpentiere, il muratore, l'idraulico, perchè la struttura richiede tutte queste competenze e studia, si informa, guarda con rispetto e voglia di imparare a secoli di tradizione locale e.....fa rivivere la limonaia. E' giustamente fiero di poter dire che la sua creatura è storicamente integra, il solo cambiamento, l'unica concessione alla modernità è l'aver sostituito il riscaldamento con stufe ad olio invece dei falò pericolosi e fumosi che si accendevano d'inverno per riscaldare la serra. Andiamo su e giù per le cole (le terrazze piantumate, si usava dare una cola in dote alla signorina da marito) e lui racconta, come mille altre volte, mostrando arnesi, gerle di varie grandezze, tutti gli attrezzi del mestiere, testimonianza viva di un lavoro che non finisce mai.

Le limonaie sono bellissime, forse dico una cazzata ma per le proporzioni e l'essenzialità sembrano uscite dal tecnigrafo di Le Corbusier; sono costituite da muraglioni perimetrali altissimi (8-10 metri) che le chiudono su tre lati e da pilastri di pietra di pari dimensioni, legati tra loro da un'orditura di travi di castagno ( legno duttile e presente sul territorio) che li sormonta. Da novembre a marzo le limonaie venivano chiuse con grandi pareti mobili di legno e ampie vetrate e poi coperte da tetti di assi di legno. Tutti questi elementi, lavorati rigorosamente a mano venivano montati e smontati con estrema cura ogni anno e custoditi d'estate in magazzini in pietra ( i cosiddetti caselli) adiacenti alle limonaie stesse; il Signor Gandossi naturalmente tutto questo lavoro lo fa ancora oggi e probabilmente è l'unico. L'albero del limone (può raggiungere i 200 anni, ma produce bene a partire da 35) così protetto ed accompagnato nella crescita raggiunge incredibili altezze e produttività. Mi ha commosso ascoltare dalla voce del Signor Gandossi come ogni dettaglio, anche quello apparentemente più insignificante, abbia una sua precisa ragione d'essere. Quelle asticelle di legno a punta e leggermente incurvate, per esempio, che chiudono le vetriate, son così fatte per scivolar via con una semplice martellata a fine inverno, o quell'erba matta che si infila lungo le fessure per otturare gli spifferi di aria fredda. -Dev'essere colta con le radici- dice il Gandossi, -perchè?- faccio io. - perchè le radici le tengono unite alla base impedendo la dispersione dei filamenti col vento. Quel che si dice l'importanza di un dettaglio, l'esperienza di un sapere antico costruitosi in secoli e secoli! Mi ha fatto venire in mente una regola dell'ermeneutica biblica che dice che ogni nuova scintilla interpretativa si deve aggiungere al patrimonio dei saggi e degli studiosi della tradizione, arricchirlo, ma mai negarlo o essere in contraddizione; si tentano nuove strade, ma senza buttar via nulla di quanto è già stato fatto.

Le limonaie hanno fatto prosperare per secoli l'economia di Gargnano, il XVIII quello di massimo splendore, poi a metà ottocento ecco il treno e con lui la concorrenza delle arance di Sicilia e del meridione in generale, si è scoperta la formula per ottenere chimicamente l'acido citrico e soprattutto è arrivata la gommosi, malattia terribile per le piante, coltivare agrumi così a nord non è stato più redditizio.
L'ultima storia regalo del Signor Gandossi è .....il cedro. Già, mi racconta che in tempi remoti venivano ebrei da tutta l'Europa dell'est, Russia Polonia, Germania, dalle città di Breslavia e Nurimberga in particolare per scegliere personalmente e comprare i cedri per la festa di Sukkot e non badavano a spese. Il cedro è buono e bello, frutto simbolico imprescindibile per la festa ebraica delle capanne. Nella seconda metà dell'800 e fino alla vigilia della seconda guerra mondiale Trieste è stata il maggiore emporio per la distribuzione dei "cedri degli ebrei" come venivano chiamati. Il Signor Gandossi è rammaricato, ne ha piantati tre alberi, ma ha scoperto che non vanno bene per la mia tribù perchè li ha innestati e con l'ibridazione, l'integrità della cultura è andata a farsi friggere.