sabato 26 dicembre 2015

e per il 2016? AUGURI PRECARI

Per una volta non ho dovuto spaccarmi la testa per gli auguri del 2016 dietro l'angolo, l'urgenza di una riflessione sulla precarietà mi è apparsa evidente. Non è che non conoscessi la parola, ma per anni raro, rarissimo il suo impiego nel mio linguaggio quotidiano, ho vissuto a lungo in beate sicurezze sia perché i tempi socialmente- economicamente- politicamente lo consentivano, sia perché negli anni giovanili il dubbio non è di casa e tanto meno la preoccupazione per la caducità delle umane cose, poca esperienza e tante idee con la sfrontata immaturità di ritenerle sempre giuste.



Certo non sono mai mancati i filosofi che per fortuna sfrucugliano la mente e poi l'arte e la letteratura, fonti inesauribili di riflessione, hanno fatto il resto. Penso per esempio al "Mestiere di vivere" di Pavese, alle riflessioni del Caligola di Camus o alla commovente tenace ricerca  artistica di un Giacometti e alle sue sculture eternamente in cammino in un precario equilibrio; sue queste parole: " Ho sempre la sensazione della fragilità degli esseri viventi. Ho la percezione che ad ogni istante debbano contare su un'energia formidabile per stare in piedi, istante dopo istante, sempre con la minaccia di crollare. Questo ogni volta che lavoro dal vero."

L'abbiamo studiato sui banchi del liceo quel Lorenzo  de' Medici che poetava "...chi vuol esser lieto sia, del doman non c'è certezza..." poesie, pensieri, saggi, romanzi, aforismi, materiale a iosa, ma tutte riflessioni intellettuali in fondo, esercizi della mente che non  coinvolgono emotivamente. Per essere toccati dentro, per misurarsi davvero nel profondo con la precarietà serve l'esperienza diretta, qualcosa che come uno tsunami spazza in un battibaleno ogni certezza sbattendoti in faccia l'esile consistenza di quel sottilissimo filo che è la vita, un'improvvisa malattia, la perdita di una persona cara, il posto di lavoro che salta e c'è la famiglia da mantenere, ancora il mutuo da pagare, la gente che muore assurdamente a un concerto rock o a una partita allo stadio e chi spara gratuitamente all'impazzata nelle scuole, negli ospedali, per strada, poco importa dove..

"Si sta come/ d'autunno/ sugli alberi/ le foglie": Ungaretti concentra la precarietà della vita del soldato in pochissime illuminanti parole e anche ai giovani parigini hanno sparato come a dei soldati, solo che loro non erano né in guerra né in trincea, ascoltavano semplicemente della musica. Il sociologo Baumann ci fa galleggiare, nuotare o affogare in un mondo divenuto ormai, secondo lui, totalmente liquido e noi ci ritroviamo ad essere dei "punti instabili" disorientati da quel processo di liquefazione che investirebbe tutti gli ambiti del nostra vivere, lavoro, vita sociale, bombardamento di notizie, solitudine. Del trio Dio, Patria e Famiglia se n'è fatto in passato un pessimo uso e appare in difficoltà, tramontati anche per fortuna gli "...ismi" del '900, se ne affaccia uno nuovo nel terzo millennio, l'integralismo e la sua ideologia mortifera con cui dobbiamo fare i conti, ma la nostra modernità liquida stenta a trovare nuove sponde sicure, dove e a cosa ancorarsi se niente è solido, se neppure la vita viene considerata sacra e preziosa, se tutto si squaglia come neve al sole?

Segnato dalla malattia, Terzani definisce l'ultimo tratto di vita che gli è dato da vivere come "un altro giro di giostra" e l'immagine mi piace, come il  carosello di un circo dove tutto può ancora succedere fino all'ultimo istante. Sulla scena si alternano giocolieri, acrobati, clown,  proprio come in quel bellissimo circo di Calder fatto di un sottile filo di ferro che l'artista trasforma nelle più straordinarie creature. La fragilità come nostro imprescindibile appannaggio, la giostra come metafora della vita umana in un continuo alternarsi di incontri e situazioni, di gioie e difficoltà, colori e ombre; gira la ruota e noi insieme a lei.

" Le grand courage, c'est encore de tenir les yeux ouverts sur la lumière comme sur la mort" scriveva quel grande umanista di Camus ne "L'envers et l'endroit". Il sole, il mare, le vette innevate, l'amore, l'amicizia, c'è di tutto su questa nostra bella terra, ma la scienza e l'etica ci dicono che va tenuta riguardata, non è per sempre, fragile e bisognosa di attenzione pure lei. Già, avere il coraggio di tenere gli occhi aperti, integrare nel nostro vivere quotidiano la consapevolezza della precarietà, questo sembrano dire i tempi correnti. Il coloratissimo tendone del circo di Calder risplende nella notte stellata, entriamoci malgrado tutto con fiducia e gioia e facciamoci gli auguri. Auguri precari s'intende!  
  


mercoledì 16 dicembre 2015

Bordeaux: fra uova sode finte e cannelés veri

Non sorprendo certo scrivendo che appena tornata da Israele mi sono subito fiondata una settimanella in quel di Bordeaux per abbracciare il mio Noam. Il volo diretto andata e ritorno preso con largo anticipo  è costato 35 euro con Easyjet, incredibile, e poi per lui sono ufficialmente  "la ninna", come si fa a non avere una crisi d'astinenza ogni due mesi? Insieme parliamo una lingua strana, miscuglio di italiano con qualche parolaccia e francese, senza, perché le imprecazioni d'oltralpe non le uso, ma l'importante è comunicare e noi ci riusciamo alla grande. Cielo grigio costante e stavolta anche un po' di pioggia, tempo ideale per visitare musei durante le sua lunghe penniche del pomeriggio.
 
La prima visita è stata al Museo delle Arti Decorative perché adoro curiosare fra mobili e arredamenti e vedere come viveva la gente nelle varie epoche. L' Hôtel de Lalande di fine '700, sede del museo, viene descritto come un esempio fra i più belli degli antichi edifici di Bordeaux, rappresentativo degli "hôtel particulier", queste lussuose dimore indipendenti per una sola famiglia ma in pieno centro città, organizzate intorno a una corte d'onore nel fronte e al giardino nel retro come a Parigi l'Hôtel Salé nel Marais che ospita il museo Picasso o l'Hôtel de Camondo (oggi prestigiosa scuola d'arte) al parco Monceau.
E' un certo Pierre de Raymond de Lalande, ben due particelle nobiliari, aristocratico parlamentare del XVIII° secolo ( busto a sinistra) che si è fatto costruire  questa magnifica dimora.  ma mobili, oggetti e collezioni varie, dalle ceramiche alle porcellane, dai vetri all'argenteria non sono appartenute solo a lui, ma a più famiglie dell'aristocrazia e della ricca borghesia della città. Missione del Museo delle Arti Decorative è quella di offrire al visitatore l'atmosfera di una casa privata, certamente di prestigio, della Bordeaux del XVIII° secolo ed è per questo che il museo dell'Hôtel de Lalande ha acquisito e riunito materiale di diverse provenienze e proprietà (anche del XIX° secolo), esemplificativo del patrimonio, dei talenti artigianali e del gusto locale in materia di arredamento e decori.
A quell'eclettismo della seconda metà dell'800 teso a recuperare e imitare seppur con nuova sensibilità stili e tendenze del passato, (si pensi ai neo classico, neo-gotico o neo-rinascimentale in architettura e arte) si aggiunge il gusto per i paesi lontani, dall'Africa all'estremo oriente,  Cina e soprattutto  Giappone che aveva trionfato all'Esposizione Universale di Parigi del 1878. La  manifattura di ceramiche di Bordeaux " Jules Vieillard et Cie" arricchisce e varia subito la sua produzione per soddisfare le nuove curiosità di esotismo e poi non mancano naturalmente tutti gli oggetti che i mercanti collezionano e riportano a casa dai loro viaggi d'affari per il mondo.   
Collezioni splendide testimonianza di grande opulenza, ma non va dimenticato che oltre al commercio di vino che fin dal medioevo viene esportato dall'Aquitania verso Inghilterra, Olanda e i paesi del Baltico, nel '700 si aggiunge il commercio con le Antille. 15.000 sono i coloni bordolesi che si trasferiscono nelle isole atlantiche e molti sono i commercianti che si lanciano in grandi investimenti, a Santo Domingo in particolare, che diventa il primo produttore mondiale di zucchero e di caffé. Anche il nostro Monsieur de Lalande era proprietario di vasti possedimenti a Santo Domingo. Purtroppo le grandi ricchezze di Bordeaux accumulate nei secoli non sono solo frutto di un porto fiorente, di commerci e scambi manifatturieri e agricoli, ma anche della tratta degli schiavi. Dopo Nantes, Bordeaux è il secondo porto negriero di Francia: dai 120.000 ai 150.000 uomini transitano in questo lasso di tempo dall'Africa alle Antille su navi bordolesi,  480 spedizioni recensite fra il 1672 e il 1837 e circa 180 gli armatori e i negozianti di Bordeaux che  hanno praticato questa ignominia. (Tornerò su questo argomento in modo più approfondito e documentato dopo aver visitato una prossima volta il Museo d'Aquitania che pare dedichi più sale a questa grande macchia nera della storia della città). 
Interessante all'ultimo piano del museo "la sala blu" che si dedica ai primi decenni del '900 con la produzione bordolese di Art Déco. Dopo i fasti talvolta eccessivi dell'Art Nouveau di fine '800 e lasciato dietro le spalle il caos della prima guerra mondiale, gli anni '20 e '30 del secolo appena finito, annunciano un ritorno all'ordine e il bisogno di forme più semplici e epurate; come sempre la casa, l'arredamento e la produzione artistica rappresentano una spia per cogliere l'air du temps.   
Fra le ceramiche mi sono piaciuti molto due pezzi trompe-l'oeil, una verza e un bel piatto di uova sode e olive; qui siamo ancora nel campo di una splendida imitazione artistico-artigianale, ma basta uscire dal museo e girovagare  per incontrare tutta una sfilata di leccornie e i cannelés, specialità locale, spiccano ovunque, veri per davvero.  

martedì 8 dicembre 2015

solo di passaggio come le cicogne

E poi come ogni anno arriva il momento di ripartire, va già bene quando pensi che sono solo degli arrivederci e non degli addii. "A' la prochaine" come dicono i francesi alla mia amata Tel Aviv, non mi stanco mai di guardare il suo mare, i suoi tramonti, la gente che il sabato mattina balla sulla battigia, certe banalissime finestre che regalano insospettati angoli pieni di poesia.
Non so cucire e non ricamo da anni immemorabili, ma in Nachalat Benjamin ho scoperto una merceria che è la fine del mondo, boa variopinti, passamanerie, fili, nastri, fettucce, bottoni, fodere, di tutto di più in un festival di colori che sembrava d'essere in India, ci vorrei proprio ritornare.  
Rassicurante poi constatare che da queste parti i gatti mangiano ancora i pesci, un modestissimo segno di obsoleta normalità in un paese che troppo "normale " non è. Se guardo tutti gli animali domestici dei miei amici, non conosco più un gatto che mangi pesce, polmone o fegato, non vedo cani con pasti a base di riso bollito e carne trita  come si usava un tempo, ormai anche per i nostri amici a quattro zampe solo diete "calibrate" perbacco, scatolette, crocchette, bastoncini liofilizzati, palline soffiate e altre diavolerie da astronauti nello spazio. Ho provato una certa soddisfazione nel vedere sul prato accanto al lungomare un gatto alle prese con un pesce appena offertogli da un pescatore!
Arrivederci a Cesarea, anche ai sarcofagi dalla testa di Gorgone e alle sue splendide rovine che ho rivisitato con Eldad in una mattinata di sole. Davvero di buon gusto Erode a impadronirsi di questo antichissimo insediamento fenicio e a trasformarlo nella sede del suo palazzo di governo e in una fiorente città così chiamata perché in onore del primo imperatore romano Cesare Ottaviano Augusto. In fondo la globalizzazione era già iniziata duemila anni fa perché leggo che le pietre di costruzione provengono dalla Grecia, dalla Turchia e dall'Egitto.
Se avessi ascoltato i consigli che, per affetto s'intende, mi volevano dissuadere da questo viaggio in Israele e me ne fossi andata come tante altre volte a Parigi, nessuno avrebbe avuto niente da obbiettare, anzi, gli amici sarebbero stati rassicurati. E invece  a Parigi è successa la tragedia che tutti sappiamo mentre in Isrele mi sono sentita relativamente sicura forse perché da sempre si è abituati ai controlli e il pericolo improvviso e inaspettato fa parte della locale "normalità" fra virgolette. Il mondo occidentale dell'ultimo secolo non conosceva questa brutta sensazione della precarietà del vivere, ma da queste parti, non so se per fatalismo o per coraggio, è stata integrata nella quotidianità della gente. La realtà non è mai semplice e non fa certo eccezione quella di Israele: sui giornali locali è apparsa la foto di questa sorridente vecchietta con un mazzo di fiori in mano perché ha tentato di investire con la macchina un giovane israeliano e nella sua borsa invece della spesa è stato trovato un lungo coltello. Per fortuna sui giornali è stata pubblicata anche la foto della giovane giornalista araba mussulmana Lucy Aharish che ha fatto ben altre scelte e che ne parla con coraggio  in questo articolo che propongo alla lettura (http://www.israele.net/araba-musulmana-giornalista-della-tv-israeliana-sopravvissuta-al-terrorismo )
Mentre Eldad mi accompagnava all'areoporto per il ritorno, su un campo è apparsa all'improvviso una lunga sottile striscia  bianca. "Sono delle cicogne-mi ha detto- volano verso l'Africa per svernare; passano sempre di qui in questa stagione e fanno una sosta per riposare". Ho aperto l'obbiettivo al massimo e aveva ragione. Non solo le cicogne, in fondo anche noi siamo solo di passaggio.