lunedì 4 aprile 2011

monache e monaci


Il problema delle crisi di vocazione in Birmania mi sembra veramente assente. Saranno decine e decine di  migliaia  e li incontri dappertutto, per le affollate strade di città e nelle lande più sperdute, da soli o in gruppo, nel silenzio dei monasteri e nel brulicare dei mercati, in solitaria meditazione o a dormire nel patio ombrato di una pagoda, nelle cerimonie religiose o mentre lavano i piatti. Sono completamente inseriti ed integrati nel tessuto sociale, anzi, parte fondante del Sangha, la comunità dei fedeli.

 Vecchi, giovani e bambini, nel tipico rosso scuro i maschi, rosa chiaro per le femmine, in mano gli arnesi del mestiere, le uniche cose che possiedono, la "schiscetta"  per la questua quotidiana del loro sostentamento, riso e verdure, un ventaglio, l'ombrello rigorosamente sempre marrone (non si porta mai durante il giro per il cibo), una ciotola per le offerte, ai piedi le infradito, ma non è detto, molti sono a piedi nudi.

 Ogni birmano fa in genere almeno una volta nella vita un'esperienza monacale, in media due settimane, in fondo come da noi  una volta il servizio militare, ( ma non è esattamente la stessa cosa). C'è una cerimonia molto bella e rappresentativa per questa esperienza fondamentale nella vita di una persona e abbiamo avuto la fortuna di vederne due, ne riparlerò in seguito. In parte credo si diventi monaci per le stesse ragioni che un secolo fa in un paese povero come l'Italia spingevano i giovani a varcare le soglie della chiesa o ad abbracciare la carriera militare.
Si imparerà a meditare, si imparerà a leggere e a scrivere (in Myanmar la scuola non è obbligatoria e non è gratuita), si acquisterà cultura studiando in pali i 38 testi sacri del canone buddhista e il pasto sarà sempre assicurato. Ma soprattutto c'è il prestigio, il grande prestigio di cui godranno presso tutti gli strati della popolazione in un paese così religioso. Il pongyi ( monaco) è visto infatti dai fedeli come il continuatore della missione iniziata dal Buddha. Non è un sacerdote, non celebra alcuna funzione, ma diventa un maestro che con l'esempio della sua vita e con la parola insegna la liberazione dalle passioni terrene.

Al pari dei monaci, anche le monache conducono una vita dedita alla meditazione e allo studio del Dharma (la dottrina, l'insegnamento del Buddha), le due pratiche che costituiscono il perno della vita monastica. Si radono i capelli (niente da fare, ogni religione vuole eliminare o coprire questo attributo femminile), non compiono cerimonie a favore dei laici e devono seguire molte meno delle 227 regole dei maschi ( ho pensato che gli ebrei sono i soliti esagerati perché di precetti  ne hanno 613 e concernono tutti, religiosi e non, ma anche per le donne della Bibbia va un po' meglio). Le donne non fanno il giro della questua tutti i giorni poiché ricevono le offerte di cibo crudo che si cucineranno poi nel monastero. Dipendere dal prossimo per il proprio sostentamento credo sia una costante lezione di umiltà per i monaci e di responsabilità per i laici, forse è una buona  base per apprendere la solidarietà.

A Sagaing, importante centro religioso che ospita decine di monasteri ed anche un importante ospedale monastico abbiamo visitato un monastero femminile ed a Amarapura, con Sagaing, Mingun ed Ava, altra storica capitale del passato, abbiamo assistito alla cerimonia del pasto (solo due al giorno, alle 4 del mattino e alle 12)  al monastero di Mahagandayong, il più grande del paese, seminario per 1200 giovani monaci. Pieno zeppo di turisti e tutti fotografavamo come matti, ma la cerimonia, nel silenzio più assoluto, era veramente particolare.
Sarà che questo seminario è famoso, sarà che studiare qui è prestigioso, sarà che in questo luogo piovono offerte anche da altri paesi, per esempio quel giorno il pasto veniva completamente offerto da una delegazione coreana, sarà che il monaco sotto osservazione magari è uno importante, ma non c'è paragone con certi monasteri poverissimi isolati sui cucuzzoli delle montagne e nulla a che vedere con la striminzita ciotola di riso e verdurina che ho visto di solito. Sulla tavola del rubicondo e pasciuto  pongyi ho contato ben 11 portate diverse. Ho anche scoperto che non è obbligatorio mangiare vegetariano e guardate quella anziana monaca qui sopra, più che una sigaretta, si sta sparando un cannone. Meno male, mi tranquillizzo, ci sono buongustai e fumatori anche fra i maestri, nessuno è perfetto, il Nirvana è ancora lontano.


                                                                

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