giovedì 15 marzo 2012

Cile: 'sta Minga

Trovo che la parola in lingua mapuche, fra gli autoctoni del sud cileno, abbia un suono che alle orecchie di un italiano, le mie per lo meno, assomiglia a una certa imprecazione sicula non proprio raffinatissima, ma  queste sono quisquilie giusto per amore di battuta, tornando seri "la minga" rappresenta un valore collettivo straordinario, utopisticamente da adottare di corsa anche da noi, arroccati come siamo nell'individualismo estremo e la solitudine di fronte alle difficoltà.
"La Minga", è un'originale momento di solidarietà comunitaria dei chiloti, gli abitanti dell'Isola Grande di Chiloè, un sistema di collaborazione trasversale ad altri paesi dell'America latina come per esempio il Perù e la Bolivia dove viene chiamata "Mingaco".

 (Non ho competenze etnologiche e antropologiche, ma a ben pensarci credo che con altre denominazioni, in altre circostanze e con diverse modalità, molte realtà tribali o  comunità rurali o  micro agglomerazioni umane adottino forme di lavoro e collaborazione solidali).
 A Chiloè, con l'inclemenza del tempo, i capricci drammatici di una natura estrema, può sorgere la necessità di cambiare casa, di spostare una chiesa (e le loro sono bellissime, dipinte e tutte di legno), si ricorre allora all'aiuto di tutti, parenti amici vicini, il villaggio intero, organizzando  "una minga", un lavoro di gruppo che finisce per diventare  una grande festa e, simbolicamente, un rito collettivo.
Mentre le donne preparano il curanto ( stufato di patate, carne, pesce, frutti di mare, verdure, il tutto posto in una cavità in terra, ricoperto da grandi foglie e cotto su pietre roventi), gli uomini attaccano la costruzione ai buoi per poterla trascinare e se "il trasloco" avverrà via mare, si aspetterà l'alta marea e una lancia dal motore robusto. Il promotore e organizzatore della "minga" ringrazierà i partecipanti alla faticaccia collettiva con vino, chochoca, di cui ho già parlato, e curanto, musica e balli finali assicurati.
 Chiloè, un arcipelago di isole, l'Isla Grande (la più grande del sud australe dopo la Terra del Fuoco) con la capitale Castro e una quarantina di altre più piccole intorno, ha sempre occupato un posto a parte in Cile per la sua specificità geografica, storica e culturale. Scoperta nel 1553 dai conquistadores spagnoli e rapidamente colonizzata dai gesuiti (dove non sono arrivati?), dopo la rivolta mapuche del 1598 sul continente, conosce un lungo periodo di isolamento, fino alla metà del XIX° secolo è rimasta fuori dalle rotte marittime e ci è voluto un altro secolo, il 900, prima di terminare la strada che la percorre tutta, da Ancud all'estremo nord dell'isola fino a Quellon, punta estrema del sud. Quella strada è la parte finale della  famosa Ruta 5, quella Carretera Panamericana che attraversa le due Americhe, dall'Alaska fino a Quellon.
 Legati alla Spagna che aveva sempre lasciato loro una grande autonomia escludendoli dall'influenza colonizzatrice così presente a Santiago e nel resto del paese, i chiloti rappresentano l'ultimo baluardo di resistenza e "fedeltà spagnola" durante la guerra d'indipendenza e verranno annessi per ultimi al Cile nel 1826.
 Chiloè è stata una terra povera fatta di emigranti, fino al penultimo decennio del '900 la destinazione per eccellenza era la Patagonia argentina,  vive tuttora di agricoltura, di pesca, di colture di crostacei e salmoni, immense  "salmonere" seconde nell'esportazione pare solo a quelle norvegesi, che inquinano e alterano drammaticamente l'equilibrio ambientale, ma che hanno dato una svolta all'economia dell'isola offrendo lavoro a tanta gente e dagli anni 90 è iniziato a svilupparsi il turismo.

 L'isolamento storico-geografico di Chiloè ha favorito lo sviluppo di usi, costumi e tradizioni specifici, una sentita religiosità cristiana ma anche una ricca cultura  fondata su una mitologia peculiare popolata da creature magiche, navi fantasma e gnomi della foresta, come El Trauco, deforme seduttore di donzelle o la Pincoya dea marina della fertilità di rara bellezza, una mitologia che plasma una certa visione del mondo e che si tramanda fieramente di generazione in  generazione. In fondo anche ora i chiloti non si riconoscono cileni e vorrebbero essere una regione autonoma, come i baschi in Spagna.
Queste informazioni e molte altre ancora sulla vita dell'isola, (tutt'altra cosa ascoltarle da una viva voce piuttosto che leggerle su libri e guide) accogliendoci nel suo studio presso il museo ce le dà con competenza e straordinaria disponibilità umana  Armando Bahamonde Vera, scrittore, ricercatore, storico,  ministro della cultura di Chiloè e conservatore  sull'isola Quinchao del museo etnologico che illustra varie caratteristiche e momenti di vita dei "chono" e di altri gruppi indigeni di Chiloè.
Il Professore Bahamonde Vera è soddisfatto perchè finalmente è stato istituito un Ministero della Cultura che prima non esisteva e dipendeva da quello dell'Educazione Nazionale, ma anche indignato perché nel paese solo l'1% dei fondi viene destinato alla cultura.
 Suo progetto di studio e di lavoro è lo scrivere una nuova storia, quella degli uomini e delle genti, delle difficoltà di integrazione, del patrimonio di riti , usanze e tradizioni, di una cultura ricca e articolata e non quella  finora  raccontata fatta solo di  latifondisti, politici e militari, a parte statue di Gabriela Mistral e Neruda, i due premi Nobel di poesia, per le piazze di tutto il Cile in effetti ci sono solo monumenti e busti di conquistadores, militari, presidenti, condottieri, generali con medaglie appuntate al petto. Grazie Armando Bahamonde Vera per questo incontro, è stato molto interessante!

Chiloè con le sue variopinte palafitte sull'acqua, dove i sacchi di patate sono più belli e vari di un bouquet di fiori, dove al mercato i colori delle lane e delle bancarelle di frutta e verdura sembrano voler compensare quel cielo sempre grigio di nuvole e le ragazze ai banchi sfornano torte come in una cucina di casa con i profumi che si diffondono nell'aria in compagnia dell''affumicato del pesce, dove quando muori al cimitero ti fanno una casetta con tutte le cose che hai amato come se fossi un faraone d'Egitto.
 Chiloè, dove è nato il massimo scrittore cileno Francisco Coloane, infaticabile cantore della sua terra e che possiamo conoscere in italiano grazie alle traduzioni di Luìs Sepulveda, Chiloè, "celebre per il nero dei suoi temporali e della sua terra, per le sue chiese gesuite e per le mani d'oro dei suoi scultori in legno" come scriveva Chatwin.




PS: sulla "Minga" ho trovato questo filmato e lo propongo con un grazie al suo autore:

1 commento:

  1. sempre nell sud freddo? cuando va al norte caldo?
    Il Londinense

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