martedì 10 maggio 2011

i tesori dimenticati


La domenica mattina, con un freddo barbino ed una pioggia torrenziale che ha continuato implacabile per cinque ore, fra dedali di vicoli, un vero labirinto a cielo aperto, entriamo nel Mellah, circondato da mura, di solito vi si accede da porte fortificate che come nei ghetti europei possono essere chiuse la sera; il primo quartiere ebraico è sorto a Fès nel 1438, Mellah il suo nome in tutto il Marocco tranne a Tétouan, dove viene adottato il termine spagnolo Juderia. Fès, in passato capitale culturale e spirituale dell'ebraismo in Marocco, Fès dove ha vissuto il grande filosofo Maimonide. La presenza ebraica in questo paese è veramente antichissima, risalirebbe addirittura ai tempi di re Salomone, tremila anni fa.
cimitero ebraico
" Allora prevedete delle stelle gialle anche per la famiglia reale" avrebbe detto il Sovrano Mohammed V durante la seconda guerra mondiale alle autorità coloniali francesi che intendevano applicare in Marocco la politica antisemita del regime di Vichy. La famiglia reale si è sempre schierata ed impegnata per il rispetto della comunità ebraica nel paese. Malgrado le saltuarie esplosioni di violenza dei nazionalisti marocchini, ebrei e mussulmani hanno convissuto proficuamente per secoli, in Marocco si stava bene,  relativamente ad altri paesi dell'area il tasso di conflittualità nei confronti degli ebrei è sempre stato basso.

Non è un caso se prima del massiccio esodo della seconda metà del secolo scorso (meno traumatico comunque che da altri paesi mussulmani) soprattutto verso il nuovo stato di Israele appena costituito, la comunità ebraica in Marocco era la più grande di uno stato arabo. Nel 1956, anno dell'Indipendenza del Marocco qui vivevano circa 350.000 ebrei, in parte discendenti da berberi convertiti, in parte dalla comunità espulsa dalla Spagna nel 1492; nella sola Marrakech se ne contavano 40.000, ( quanti più o meno ora in tutta Italia).

 Ne sono rimasti all'incirca 3000 che vivono soprattutto a Casablanca (proprio lì  gli attentati del 2003 e del 2007); a Marrakech rimangono 170 persone e tutte anziane come mi racconta sconsolato un vecchio della bellissima sinagoga bianca e blu che visitiamo, due famiglie vivono al primo piano, altri nella città nuova fuori le mura. Gli ebrei marocchini hanno comunque mantenuto un forte legame con la terra d'origine, vi ritornano spesso, mi è capitato di sentir parlare ebraico fra i vari gruppi di turisti che visitavano i siti.

Nel mellah si trovano le uniche case con balcone e verande sulle facciate esterne e sono  le più alte della medina. In quanto spazio circoscritto e chiuso il quartiere non aveva altra possibilità di espandersi se non in altezza. Quando Marrakech fu fondata, gli ebrei non avevano il permesso di restare in città, vi commerciavano durante il giorno e la sera ripartivano. E' intorno al 1557 la creazione di questo quartiere isolato e separato all'interno della medina con due porte, verso la casba e l'esterno della città.
La casba, la cittadella fortificata all'interno delle mura, essa stessa racchiusa da un doppia cinta muraria, praticamente come le scatole cinesi, una dentro l'altra. Qui risiedeva il sultano e tutta l'amministrazione reale, penso ai vari "kremlini" delle città russe. La casba, a metà del XVIII secolo quando Marrakech non era più capitale, era un ammasso di rovine, ma gli edifici principali sono sempre stati la moschea al Mansur, i palazzi reali e il Mellah.
Ai piedi della moschea, sotto un portico che immette in uno stretto passaggio fra mura di mattoni merlati e tetti dalle tegole smaltate di verde, si accede, come sempre inaspettatamente, alle Tombe Saadiane, stupendo esempio di stile ispano-moresco, che conservano le spoglie della famiglia imperiale omonima, costruite verso la fine del XVI° secolo. Due distinti mausolei per i vari sultani, un tappeto esterno di mosaici colorati per le tombe delle principesse e nobili donne. 
  Molto interessante in una bella dimora signorile  la visita al museo etnografico Dar Tiskivin fondato sulla collezione privata dell' olandese Bert Flint appassionato della storia della Spagna mussulmana, della civiltà di Al Andalous e dell'incontro fra il Mediterraneo ed il Sahara.  Capolavori di arte popolare come tappeti, capi di abbigliamento, oggetti di uso domestico, vasellame, gioielli, monili sfilano in bacheche o in ambientazioni secondo un viaggio immaginario in dieci tappe attraverso il Sahara e le regioni limitrofe, un percorso sulle tracce delle  carovane che passavano da Agadez e Timbuctu. Il Sahara non è quel deserto vuoto che si immagina, focolai attivi di cultura e d'arte lo testimoniano, ma la desertificazione ha spinto molte genti ad emigrare influenzando costumi e modi di vivere dei berberi autoctoni del Marocco. Risulta che i popoli della diaspora sahariana nei paesi del Sahel e del Maghreb, fra cui berberi al nord e tuareg a sud del deserto,  sono rimasti comunque molto legati alla grande tradizione del deserto in campo artistico e dell'ornamento corporale. L'arredamento degli ambienti e soprattutto l'addobbo ricco e raffinatissimo delle persone in cerimonie e feste collettive è l'occasione preziosa per esibire e confermare la propria identità ed il proprio gruppo di appartenenza.
                         Il Musée de l'Art de vivre invece, un tempo dimora del poeta maghrebino Ben Omar, segnalato dal blog di Paolo e che effettivamente non appare ancora sulle guide, propone arredamenti tradizionali e moderni e una mostra sul caffettano, il più significativo vestito locale. Donne mussulmane ed ebree portavano la stessa tunica tranne che durante occasioni particolari come i matrimoni in cui le signore ebree indossavano caffettani a due pezzi (gilet e gonna svasata) con ricchi ricami di fili d'oro. L'uso di questo indumento risalirebbe alla Persia; arrivato nell'occidente mussulmano, fu arricchito dagli artigiani di Siviglia, Granada e Cordoba. L'eleganza delle donne andaluse pare fosse famosa. Approdato poi in Marocco in seguito alla cacciata di Spagna, il caffettano si impreziosisce ulteriormente dei tessuti, ricami e passamanerie degli artigiani locali. L'eleganza di un caffettano non è completa senza una cintura adeguata e senza le babbucce assortite in pelle o velluto. Da notare che contrariamente al loro uso attuale anche "esterno", inizialmente le babbucce erano riservate all'intimità della casa ed alle cerimonie familiari.
Altra meraviglia il Museo di Marrakech restaurato e gestito dalla Fondazione Omar Benjelloun, (ricco industriale dell'automobile e mecenate culturale). Secondo la tipica pianta delle belle residenze della medina, il patio interno ne è il cuore intorno al quale si organizza la casa con i saloni, le cucine, l'hammam. Nel palazzo si organizzano mostre di arte contemporanea ed eventi culturali.










 La stessa fondazione  Ben Jalloun ha curato anche il restauro della Koubba el Barudiyn, costruzione che comprendeva la fontana per le abluzioni rituali e la cisterna  che la alimentava e la Medersa ( madrasa) Ben Joussef, adiacente all'omonima moschea. La prima cosa che mi viene da pensare è che cristiani, buddhisti o mussulmani, i religiosi di tutte le latitudini si scelgono sempre dei posti bellissimi per studiare, pregare, meditare, la mia tribù purtroppo è sempre china sui libri in certi bugigattoli bui .....
La medersa Ben Youssef, bellissima costruzione del XVI° secolo in puro stile arabo-andaluso, al tempo la scuola coranica più grande di tutto il Marocco (al suo apogeo ha ospitato fino a 900 allievi) corrispondeva in certo modo ad una università dove venivano impartiti gratuitamente agli allievi meritevoli  corsi di diritto, teologia, retorica. Da questa scuola sono usciti professori universitari, alti funzionari dell'amministrazione statale, filosofi. Ai lati del cortile due gallerie con le minuscole stanze degli studenti, come pure al primo piano. Dovunque rivestimenti murali di piastrelle colorate e ornate con motivi floreali e calligrafici.


La koubba el Barudiyin
A proposito del titolo di questo post: con fantasia galante pare che da queste parti vengano chiamate "i tesori dimenticati" le signorine senza marito che l'italiano risolve crudamente con un "zitelle".




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