lunedì 3 luglio 2017

Pantelleria, isola estrema fra rocce, venti e mare

E' la prima volta che mi capita di andare su un'isola e di scoprire che i suoi abitanti (circa 8000) non vivono sulla costa ma all'interno,  non fanno i pescatori ma gli agricoltori. I bei dammusi antichi tutti restaurati di fronte al mare appartengono ai vacanzieri o vengono dati in affitto, ma i panteschi no, loro sono agricoltori e coltivano le loro terre all'interno dell'isola,  ovunque muri a secco che proteggono dai venti viti e ulivi così bassi che le foglie toccano terra. E anche l'agricoltura, mi si racconta, non è più quella di un tempo quando ogni centimetro di terra veniva lavorato, è cosa notoria che i piccoli appezzamenti non rendono a sufficienza e molti campi sono stati abbandonati come si può vedere girando per l'isola.
Ostica e aspra questa terra di Pantelleria, non siamo mica in uno di quei paesi, in uno di quei climi che allunghi una mano e ti cogli il frutto direttamente dall'albero o butti un seme e cresce, qui c'è da rimboccarsi le maniche e lavorare sodo, è solo Armani, credo, che si può permettere il palmeto personale con la terra che sembra fine sabbia. Bellissimi però i giri nell'entroterra per declivi e colline che ci ha fatto fare su una scassatissima Panda l'amico Fabio e poi mi sono piaciuti perché è soprattutto all'interno che si ha uno spaccato autentico dell'isola e della vita della sua gente. Bello in particolare il panorama con tutta la vallata coltivata che si gode da Scauri alta e poi quella strada che sembra tuffarsi in mare, laggiù in fondo in fondo dove il blu dell'acqua sembra toccare il blu del cielo.
Non bisogna essere Von Braun per capire, basta guardare ovunque la conformazione della costa intorno all'isola per rendersi conto che è pressoché impossibile fare i pescatori da queste parti, dove cavolo dovrebbero attraccare le barche con tutti quegli spuntoni di roccia? Dov'è una spiaggia o una caletta accessibile? Se scendere in mare è un'impresa, risalire sulla terra ferma è addirittura una conquista; le sole scalette "facili" le ho viste a Gadir, unico porticciolo di pescatori (dove c'era una barca con le reti) ma era giorno di maestrale, che pari duri tre giorni e il mare era splendido ma incazzatissimo, altro che bagno e altro che andare a pesca!! Dall'immensa gettata di cemento di dubbio gusto del porticciolo, si poteva solo guardare e a rispettosa distanza per non essere portati via da un'onda, faceva eccezione un giovane a mollo in una minuscola vasca, immagino di acqua sorgiva termale.
Ho titolato "isola estrema" questo post perché Pantelleria ne ha tutte le caratteristiche, non solo per la posizione geografica, ma anche per l'intensità della natura in tutte le sue manifestazioni, la terra, il mare, le rocce, il sole, i venti che alternativamente e nei vari periodi dell'anno sembrano essersi tutti dati appuntamento da queste parti, dalla fredda tramontana al caldo scirocco, dal grecale al maestrale e al libeccio. Eppure, strategico punto nel Mediterraneo, quest'isola l'hanno voluta ed occupata tutti nel corso dei secoli, fenici e cartaginesi, greci e romani, bizantini e vandali e soprattutto gli arabi per ben due secoli fino al 1221. E la dominazione araba è quella che maggiormente ha lasciato il segno, nelle tecniche delle colture agricole, nella lingua dialettale, nella toponomastica dei luoghi, nell'architettura  dei dammusi divenuti simbolo dell'isola e nella cucina, tutte le manifestazioni insomma del vivere isolano.  
Leggo che durante la II guerra mondiale Pantelleria verrà utilizzata come "portaerei inaffondabile del Mediterraneo" e a Punta Spadillo sono visibili vecchie postazioni di osservazione risalenti a quella prima metà del tormentato 900. Delle gran macerie in stato di abbandono, anche case in rovina e il faro, tuttora operativo, che avrebbe veramente bisogno di restauro. Che tristezza, Pantelleria risulta curata nelle proprietà private, ma il patrimonio pubblico, i segni del passato collettivo piangono, gridano vendetta, nulla risulta rispettato e valorizzato.  Dominano i contrasti ed "estrema" è  anche l'incuria per la propria storia.  
Neppure  " i sesi" sono stati rispettati eppure si tratta di reperti archeologici di tutto rispetto. Si può far risalire al 2000 prima dell'era volgare la presenza dei "sesioti", popolazione del neolitico proveniente forse dalle coste libiche per estrarre l'ossidiana, minerale prezioso per fabbricare utensili e a loro si deve, nell'area dell'attuale villaggio di Mursia, l'edificazione dei "sesi", costruzioni megalitiche a forma di cono tronco realizzate a secco con massi di pietra vulcanica che probabilmente fungevano da luoghi di sepoltura. Abbiamo fatto fatica a reperirli nell'area, segnaletica insufficiente e nemmeno uno è stato ricostituito per intero per rendere esaustivamente conto della costruzione, in un oceano di pietre spuntavano qua e là dei mucchi più strutturati.  
E per finire in bellezza con le scoperte del giorno, accanto a Punta Spadillo eccovi il Laghetto delle Ondine cui si arriva passando per diverse postazioni di cannoni dell'ultima guerra mondiale. Lo chiamano laghetto, ma in realtà si tratta di una grande conca di rocce vulcaniche scavata dal mare e ci penseranno onde  e mareggiate a riempirla.


1 commento:

  1. Perfetta descrizione, molto coinvolgente . Sei la numero uno !

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