giovedì 6 luglio 2017

Pantelleria bye bye

E poi, inesorabilmente, arriva il momento di partire, è tempo di saluti, all'esperienza diretta si sostituirà il ricordo; ci ho messo degli anni per capire che era questa precarietà del vivere umano, l'effimero di ogni istante, quella che i buddhisti chiamano impermanenza, una parola che mi è sempre sembrata tanto difficile. Il primo grazie lo porgo all'amica Debbie  che ha avuto la magnifica idea del luogo e di riunire gli amici. Non so come faccia, ma è di buon umore e felice sempre e quando è nell'acqua ancora di più.
Grazie a Luigia, Penpa, Raffaella, Fabio, Alessandra, Gianni e Ugo, la banda al completo che conoscevo a malapena prima di questa avventura insieme e con i quali mi sono trovata benissimo; Penpa, tibetano doc, ha tentato praticamente ogni giorno di dissuadermi dal fumare, pare si chiudano i chakra e l'energia fluisce male, ma nonostante la sua buona motivazione ha poi dovuto mollare l'osso, sono e resto un'irrecuperabile viziosa. Uno sballo poi alloggiare in quel dammuso accogliente di dentro come di fuori con tanti angoli di sole e d'ombra, gli spazi per la convivialità e anche per i momenti necessari di solitudine e silenzio. Mi è piaciuta tanto la mia stanza di semplicità quasi monacale con le tende rosse, ci dormivo da dio, bellissima anche la camera di Debbie con il vecchio mulino nel centro. Al tramonto si vedono contemporaneamente il sole e la luna e in un angolo del giardino c'è un'ancora appoggiata a terra, mi ha fatto riflettere, può significare davvero tante cose.
Last but not least, un immenso grazie riconoscente a Mariella, il sempre sorridente angelo custode della casa che ti accoglie all'arrivo facendoti trovare bouganville fresche appena recise in ogni angolo e che la sera, se glieli ordini, ti  prepara nell'equipaggiatissima cucina l'insalata pantesca (pomidoro, capperi, cipolle, patate lessate, finocchio di mare, olio e sale) e soprattutto dei favolosi ravioli ripieni di ricotta e mentuccia, altra specialità locale; Mariella racconta che nei mesi estivi, con l'aiuto di tutta la famiglia,  arriva a farne 700 alla settimana per gli ospiti dei vari dammusi. A ben pensarci questi sono piatti campagnoli più che marinari e non a caso gli abitanti dell'isola vengono chiamati anche " i contadini in mezzo al mare".
Perché una comunità e un luogo funzionino, ognuno deve fare la sua parte e lo stato, la "res publica" come dicevano i romani, a Pantelleria sembra il grande assente, eppure di cose da fare e da valorizzare ce ne sarebbero tante, da un itinerario archeologico a delle terme per esempio, e i turisti potrebbero aumentare invece che diminuire come mi si dice stia avvenendo regolarmente negli ultimi anni. Una barca abbandonata sugli scogli forse è più eloquente di tante parole. Il turista ci sta benissimo, intendiamoci, si fa la vacanza e se ne va, ma penso all'economia dell'isola, ai suoi abitanti che ci vivono tutto l'anno. Peccato, come una pietra preziosa grezza, non lavorata; a Pantelleria ci sarebbe voluto un Cesar Manrique che si è sempre adoperato perché la sua Lanzarote mantenesse un'unità architettonica, perché l'isola fosse curata e valorizzata, perché quelle rocce laviche esprimessero tutto il loro fascino. (http://www.saranathan.it/2013/02/a-cesar-manrique-pastore-di-venti-e.html).
La natura la sua parte la fa, eccome, a Pantelleria, terra estrema, si è scatenata. Ho trovato commovente scoprire tutti quei fiori che spuntavano da anfratti improponibili, da rocce aride battute dal sole e dai venti. 
Il tramonto dell'ultimo giorno. Pantelleria bye bye.


PS: Mi dispiace, non lo sapevo e me lo sono perso, ma  ieri sera degli amici mi hanno parlato del "Il giardino di Loredana" un parco di sculture contemporanee en plein air. Lo segnalo affinché i futuri visitatori dell'isola possano goderne. (http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2016/08/26/a-pantelleria-per-vedere-la-collina-piantePalermo12.html)  

Nessun commento:

Posta un commento