venerdì 17 maggio 2013

Gli indiani d'America:: ma ce l'hanno l'anima?

L'incontro ravvicinato con Canyon Boy e il suo mondo, il viaggio nel sud-ovest americano terra d'elezione da sempre dei nativi indiani, ha sollecitato una riflessione su un avvenimento storico che mi ha sempre appassionato, ovvero la Controversia di Valladolid, tenutasi in quella città nel 1550 e poi proseguita anche l'anno successivo, una discussione etica-politico-teologica sulla natura degli indios, sul loro possedere o meno un'anima, sul diritto della Spagna alla conquista delle Americhe e alla sottomissione dei suoi popoli. Certo momento storico e contesto sono diversi, siamo tre secoli prima, l'area geografica non è il sud-ovest degli Stati Uniti bensì l'America latina e il centro America e i protagonisti su cui si dibatte non sono i nativi americani, ma i loro fratelli più a sud, eppure il senso della storia è drammaticamente lo stesso come gli avvenimenti dimostreranno, una storia di popoli vittime di genocidio, spogliati della loro identità, della loro terra, del loro diritto a esistere liberamente.
L'atteggiamento tenuto dai conquistadores spagnoli nei confronti degli indios dell'America latina e centro America è stato fonte di grandi dibattiti fin dai primi decenni del XVI° secolo, l'obbiettivo profondo non è tanto quello di approfondire la conoscenza dell' "altro" incontrato e combattuto sul nuovo continente appena scoperto quanto quello di trovare una base legale e giuridica alla colonizzazione e il dibattimento tenutosi a Valladolid, promosso dall'imperatore Carlo V d'Asburgo tormentato forse da qualche dubbio sulla legittimità dell'impresa, ne è il momento culminante. Da una parte chi, come il filosofo Ginès de Sepulveda baluardo ideologico dei conquistadores, ritiene di avere il diritto di imporre il "bene" agli indigeni qualunque prezzo esso abbia, dall'altra chi, come il vescovo domenicano del Chiapas Monsignor Bartolomeo de Las Casas strenuo difensore degli "autoctoni", riconosce piena uguaglianza e dignità a chi vive in quelle terre da sempre.

Le argomentazioni di Sepulveda sono sostanzialmente delle giustificazioni per "una guerra giusta": i peccati contro natura commessi dagli indigeni (vedi per esempio sacrifici umani, sodomia, idolatria), lo stato di servitù naturale e di inferiorità di quelle genti che giustifica la loro sottomissione, la necessaria evangelizzazione "forzata" per l'imposizione di nuovi valori e la difesa delle vittime innocenti di sacrifici umani e di altre pratiche contrarie al diritto naturale. Per controbattere Las Casas leggerà per 5 giorni consecutivi la sua Apologia in latino contestualizzando da vero antropologo ante litteram usi e costumi di popoli diversi, raccontando le sue esperienze dirette in quel continente dove ha a lungo vissuto. Anche per Monsignor Las Casas è imprescindibile l'annuncio del Vangelo, ma egli è totalmente contrario alle atrocità dei conquistadores di cui è più volte stato spettatore, considera illegittime tutte le guerre di conquista condotte dagli spagnoli, comprende e giustifica invece le lotte difensive degli indios. Le conclusioni dell'illustre consesso e della disputa accademica non saranno mai ufficialmente proclamate, ma forse il prevalere delle argomentazioni di Las Casas hanno influito sulla decisione dell'Imperatore di promulgare Nuove Leggi ( Leyes Nuevas) più tolleranti nei confronti dei nativi anche se nell'avanzare della colonizzazione non è certo cessata la condizione di abuso e sfruttamento nei loro confronti. 

I quesiti che ci si è posti a Valladolid  in fondo sono semplici e sintetizzabili in pochissime parole, ovvero, "Chi sono gli indiani? Degli esseri inferiori che bisogna sottomettere e convertire? Sono invece uomini liberi e uguali? Gli indigeni hanno un'anima?” Ho usato l'aggettivo “semplice”, ma la valenza delle domande per un terrestre del XXI° secolo e anche per fortuna per qualcuno del XVI° è assolutamente straordinaria, nel vero senso etimologico della parola, cioè "extra-ordinario, fuori dell'ordinario". E chi si è posto questi profondi quesiti? Non certo gli esseri primitivi in forse sul loro riconosciuto o meno statuto di uomini a tutti gli effetti, quegli indios delle Americhe che hanno ingenuamente accolto con sorrisi e ghirlande di fiori i colonizzatori spagnoli, "loro" erano troppo ignoranti e incivili per osare simili vette del pensiero. No, i dubbi amletici e le perplessità scaturiscono da uomini timorati di Dio, dal gotha del potere sacro-temporale della grande Spagna del XVI° secolo, chiamato secolo d'oro perché epoca di grandi conquiste, quella Spagna che senza colpo ferire ha fatto tabula rasa di tutte le civiltà precolombiane, Maya, Inca e Aztechi in testa, è questione di 25 milioni di morti, quella stessa Spagna, chiamata un tempo El Andalous o Sefarad, che ha cacciato in esilio i suoi ebrei dopo secoli di fruttuosa pacifica convivenza fra i cittadini delle tre religioni monoteiste e che chiama “marrano” ovvero “porco” quell'ebreo che turandosi il naso sceglie la conversione forzata per non essere costretto ad abbandonare quella che considerava la sua patria.
All'incirca tre secoli più tardi, nel 1830, gli amerindi degli Stati Uniti hanno dovuto conoscere l'Indian Removal Act che ha significato lo sradicamento di diverse tribù dai loro territori tradizionali e poi il trasferimento in Riserve, grandi a volte come mezza Italia, ma pur sempre territori delimitati per chi di confini non ne aveva mai avuti. Anche loro, i pellerossa del sud-ovest americano si sono scontrati con la violenza dei civilizzatori bianchi, certo con qualche differenza perché nel frattempo il "progresso avanza", si dà ormai per scontato che l'anima ce l'abbiano tutti, anche se magari un po' selvaggia, la schiavitù viene abolita almeno ufficialmente nel 1863 col XIII° Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, bisognerà invece aspettare il 1948 per la Dichiarazione dei Diritti Universali dell'Uomo e per giustificare occupazione e proprietà di terre abitate da altri non serve scomodare impropriamente Dio, basta scovare molto più prosaicamente un bel giacimento d'oro, avere il portafoglio pieno e fare delle leggi ad hoc.
 E poi lentamente, perché ci ha messo circa cinque secoli, anche la Chiesa si è finalmente assunta il riconoscimento delle sue responsabilità. L'8 marzo 2000 in San Pietro Papa Giovanni Paolo II ha pronunciato un "mea culpa giubilare" chiedendo perdono per le colpe commesse, crociate e inquisizioni, persecuzione degli ebrei, conversioni forzate, razzismo e ingiustizie sociali, parole accompagnate da un documento stilato da una commissione internazionale di vari teologi "Memoria e riconciliazione. La Chiesa e le colpe del Passato". Un momento importante di ripensamento  storico perché non è mai troppo tardi.

Non ricordo il titolo, ma qualche anno fa ho visto una mostra al Museo Santa Giulia di Brescia di artisti che nell' '800 e '900 hanno dipinto  la "wilderness" americana. Natura prorompente e maestosa, vista dal vero ancora di più, ma quei grandi meravigliosi spazi non sono così incontaminati e immacolati come appaiono nelle tele e agli occhi del turista odierno, nella realtà è corso molto sangue.   


PS.  Tzvetan Todorov:  La conquete de l'Amérique La question de l'autre   Editions du Seuil, 1982
        Jean -Claude Carrière: La Controverse de Valladolid     Pocket 1992

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