venerdì 11 settembre 2015

a Grottaglie in giro per ceramiche


In Sicilia, of course, Caltagirone e Santo Stefano di Camastra, mentre in Puglia per la ceramica si deve passare da Grottaglie, rinomata capitale del genere; la compagna di viaggio Gastone ne è un'appassionata estimatrice, la sua casa milanese brulica di vasi, piatti, brocche, volendo potrebbe far pagare il biglietto per la visita  come in un museo. Lasciata la meravigliosa Matera e dopo l'incontro lungo la strada di campagne coltivate, paesini arroccati e greggi, ci fiondiamo al Museo della Ceramica del Castello Episcopio a Grottaglie; di corsa perché è quasi mezzogiorno e                                                                                                         rischiamo di trovarlo chiuso.

Prima il dovere e poi il piacere, prima la cultura e poi shopping sfrenato come diceva Richard Gere in Pretty Woman, nel quartiere delle ceramiche; sfrenato mica tanto per la verità perché i prezzi della bella ceramica artistica sono di tutto rispetto. La collezione museale di oltre 400 manufatti che spaziano dalla sezione archeologica alla maiolica e ceramica contemporanea è ospitata in quelle che erano anticamente le stalle di questo castello dall'aspetto di fortezza medievale edificato in parte a inizio '400 per volere del vescovo di Taranto e poi ampliato e rimaneggiato nei secoli successivi. Adesso vi si tengono mostre ed eventi culturali.
Leggo che due sono i fattori per cui Grottaglie nel Medioevo è diventato il centro più importante per la produzione della ceramica: la vicinanza con il porto di Taranto, che ne favoriva i commerci, e la possibilità di estrarre l'argilla dalle cave dei dintorni. Si è iniziato con manufatti di uso domestico e quotidiano che poi strada facendo si sono affinati e diversificati. Il '600 e '700 , in concomitanza con l'arte barocca, sono stati i secoli di maggior splendore artigianale, caratteristica di quel periodo una produzione di un bianco smagliante e in seguito diuna monocromia turchese.

Attraversata via Sonnino che visto il cognome mi fa pensare subito a un'antica presenza ebraica ( difatti a Grottaglie c'è un quartiere ebraico dove intorno all'anno Mille viveva una comunità dedita alla concia delle pelli), eccoci al quartiere delle ceramiche. Lungo via Crispi e via Caravaggio, senza soluzione di continuità, è tutto uno sfilare di atelier, esposizioni e negozi, dai manufatti più dozzinali e commerciali ai più sofisticati. Forme tradizionali del passato rivisitate dalla sensibilità creativa dell'oggi, ceramiche che esibiscono prosperose poppe femminili, ma soprattutto la famosa fiasca antropomorfa della pupa coi baffi, il cavaliere candeliere o la pigna per decorare camini e balconi. 
A disposizione dei visitatori ed eventuali acquirenti dei dépliant esplicativi che informano sui vari tipi di ceramiche: "la capasonara" cioè i recipienti per la conservazione dei viveri, "la faenzara" che prende ispirazione dalla tradizione ceramista di Faenza, "la maiolica" con i suoi manufatti bianchi, "la greca" che riproduce il decoro magno-greco e le maschere in terracotta e infine "la produzione moderna" che lascia a briglia sciolta la fantasia dei maestri ceramisti.
Ceramica si, ma non solo; andando a zonzo per il centro storico si incontra la storia, antichi portali, palazzi e balconi e nell'ampia e raccolta piazza Regina Margherita domina la chiesa madre di Grottaglie, significativa espressione del tardo romanico pugliese del XIV° secolo. Stupisce su un davanzale la vista di un bambolotto impiccato, ci si chiede se per caso Cattelan non sia passato di lì e mi fa venire l'acquolina in bocca quel magnifico capocollo che si sono spazzolati in un batter d'occhio a pranzo i miei compagni di viaggio; mannaggia a me che non mangio il maiale!




mercoledì 9 settembre 2015

Giappone: AFFITTASI AMICO

Altro che due locali più servizi, villetta al mare nel mese di agosto, rent a car, bicicletta, l'apparecchio lava moquette o  vetri, orchestrina, il mago alla festa dei bambini, sedia a rotelle per una gamba rotta o vestito in maschera per una serata a tema, qui si tratta di affittare amico/a per qualche ora e senza fraintendimenti, patti chiari e amicizia lunga, passeggiata e chiacchierata in un locale pubblico e basta così, la locazione proibisce di vedersi fuori dal tempo contrattuale, di andare a casa del cliente o di incontrarsi sulla sua vettura, per questo genere di situazioni resta sempre valido il più antico mestiere del mondo o le moderne escort, ma questa è un'altra storia. 
Ho letto l'articolo "Comment j'ai loué un ami" su Figaro Madame dello scorso fine settimana, 4-5 settembre e sono rimasta basita. La giornalista Agnès Redon informa sulle ultime novità dal Sol Levante, ovvero la nascita e il prosperare di agenzie che per qualche ora e non so quanti yen mettono a disposizione un orecchio pronto all'ascolto, un amico/a in affitto a ore.
Sarà che gli italiani sono cuore in mano e di parola facile, ma da ragazza facevo la volontaria in un'associazione che si chiamava "Telefono Amico" e sono andata a controllare, è  sempre attiva in molte città della nostra penisola, l'ascolto è ovviamente gratuito. Non così evidentemente in Giappone dove time is money e le regole sono sempre di acciaio. Tokyo conta più di 30 milioni di abitanti e la solitudine è in crescita esponenziale; temutissimo in Giappone, scrive la giornalista, il "kodokushi", la morte in solitudine, esiste pure una parola per dirlo, quando i genitori non ricevono mai la visita dei loro figli troppo occupati nel lavoro e nella carriera: aiutoooo!
Alla giovane Megumi Furukawa, che prima lavorava in un istituto di bellezza e di gente ne vedeva tanta, è venuto in mente di aprire la sua agenzia "Support One", che va a gonfie vele e può contare su un centinaio di clienti al mese, perchè si è accorta che la gente ha bisogno di parlare. E quando la molla non è la solitudine, lo è la pressione sociale, quel dover sempre salvare le apparenze, il diktat di "cosa penseranno gli altri"  in una società rigorosamente formale che impedisce di aprirsi nel profondo, di vuotare il sacco come fanno le nostre mamme napoletane, di raccontare incertezze, paure, preoccupazioni anche alla famiglia più stretta. Non solo "amici', si fa per dire, di poche ore, c'è chi in vista di un matrimonio prenota membri di famiglia in sostituzione della propria che non considera all'altezza (alzi la mano francamente chi non ha un parente di cui farebbe volentieri a meno) o clienti tipo quel pensionato settantenne che puntualmente una volta alla settimana vuole discutere in santa pace della sua passione per il vino e i suoi cari si sono stufati di ascoltarlo.
E poi parliamoci chiaro, una vera amicizia è impegnativa, richiede fedeltà, reciproca disponibilità, approfondimento umano mentre così è molto più easy, per l'orecchio affittato basta aprire il portafoglio senza nessuna implicazione emotiva o affettiva. 
Non ho voglia di lanciarmi in seriose, sociologiche riflessioni, opto per un chi lo sa, forse per i giapponesi è una normale evoluzione dei tempi abituati come sono stati alla tradizione delle costosissime gheishe che studiano per anni canto, musica,  danza e l'arte della conversazione per intrattenere gli ospiti. Nel frattempo mi lecco i baffi perché ho amici veri e oltretutto completamente gratis, forse devo ringraziare la mia buona stella che mi ha fatto nascere sulle sponde del Mediterraneo.

lunedì 7 settembre 2015

Carlo Levi: pitture e scritti

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Il signor Poli (1928)-Filippo Turati (1929)-Nello Rosselli (1929)- Autoritratto (1928)-Autoritratto convalescente (1929)- Riccardo pigiama a righe rosso e verde (1929)

"Cristo si è davvero fermato a Eboli, dove la strada e il treno abbandonano la costa di Salerno e il mare, e si addentrano nelle desolate terre di Lucania. Cristo non è mai arrivato qui, né vi è arrivato il tempo, né l'anima individuale, né la speranza, né il legame tra le cause e gli effetti, la ragione e la Storia. Cristo non è arrivato, come non erano arrivati i romani, che presidiavano le grandi strade e non entravano fra i monti e nelle foreste, né i greci, che fiorivano sul mare di Metaponto e di Sibari: nessuno degli arditi uomini di occidente ha portato quaggiù il suo senso del tempo che si muove, né la sua teocrazia statale, né la sua perenne attività che cresce su se stessa. Nessuno ha toccato questa terra se non come un conquistatore o un nemico o un visitatore incomprensivo".
Alberto viso giallo (1931)- Mario Levi (1933)- Leone Ginzburg (1933)-Riccardo (1930)- Ritratto della madre (1932)- Giacomo Noventa (1933)

"Le stagioni scorrono sulla fatica contadina, oggi come tremila anni prima di Cristo: nessun messaggio umano o divino si è rivolto a questa povertà refrattaria....Ma in questa terra oscura, senza peccato e senza redenzione, dove il male non è morale, ma è un dolore terrestre, che sta sempre nelle cose, Cristo non è disceso. Cristo si è fermato a Eboli".

"Di solito non si fa fuoco, la sera, neppure nelle case dei ricchi, dove bastano gli avanzi del mattino, un po' di pane e formaggio, qualche oliva, e i soliti fichi secchi. Quanto ai poveri, essi mangiano pan solo, tutto l'anno, condito qualche volta con un pomodoro crudo spiaccicato con cura, o con un po' d'aglio e olio, o con un peperone spagnolo, di quelli che bruciano...".

Autoritratto (1935) - Confinato (1935)

"Una diecina di donne, con i bimbi in collo o per mano, aspettavano pazienti la mia levata. Volevano mostrarmi i loro figli, perché li curassi. Erano tutti pallidi, magri, con dei grandi occhi neri e tristi nei visi cerei, con le pance gonfie e tese come tamburi sulle gambette storte e sottili. La malaria che qui non risparmia nessuno, si era già insediata nei loro corpi denutriti e rachitici".

"Questa fraternità passiva, questo patire insieme, questa rassegnata, solidale, secolare pazienza è il profondo sentimento comune dei contadini, legame non religioso, ma naturale...Essi vivono immersi in un mondo che si continua senza determinazioni, dove l'uomo non si distingue dal suo sole, dalla sua bestia, dalla sua malaria: dove non possono esistere la felicità, vagheggiata dai letterati paganeggianti, né la speranza...ma la cupa passività di una natura dolorosa. Ma in essi è vivo il senso umano di un comune destino, e di una comune accettazione".
Enrico Terracini (1940)- Il segretario italiano della Ligue des Droits (1940)

"E mi misi finalmente a cercare la città...Arrivai a una strada, che da un solo lato era fiancheggiata da vecchie case, e dall'altra costeggiava un precipizio. In quel precipizio è Matera...La forma di quel burrone era strana;come quella di due mezzi imbuti affiancati, separati da un piccolo sperone e riuniti in basso in un apice comune, dove si vedeva di lassù, una chiesa bianca, Santa Maria de Idris, che pareva ficcata nella terra. Questi coni rovesciati, questi imbuti, si chiamano Sassi: Sasso Caveoso e Sasso Barisano. Hanno la forma con cui a scuola, immaginavamo l'Inferno di Dante. E cominciai anch'io a scendere per una specie di mulattiera, di girone in girone, verso il fondo". 
Giorgio Amendola (1966)

"Le porte erano aperte per il caldo. Io guardavo passando, e vedevo l'interno delle grotte, che non prendevano altra luce e aria se non dalla porta. Alcune non hanno neppure quella: si entra dall'alto, attraverso botole e scalette. Dentro quei buchi neri, dalle pareti di terra, vedevo i letti, le misere suppellettili, i cenci stesi. Sul pavimento stavano sdraiati i cani, le pecore, le capre, i maiali. Ogni famiglia ha, in genere, una sola di quelle grotte per tutta abitazione e ci dormono tutti insieme, uomini, donne, bambini e bestie. Così vivono ventimila persone". ...Le facciate di tutte le grotte, che sembrano case, bianche e allineate, pareva mi guardassero, coi buchi delle porte, come neri occhi. E' davvero una città bellissima, pittoresca e impressionante....Ma quello che soprattutto meravigliava mia sorella e la scandalizzava, era che nessuno facesse nulla per questo paese".
Raphael e Maria Teresa Alberti (1967)
   
"...il problema della miseria. Quelle terre si sono andate progressivamente impoverendo; le foreste sono state tagliate, i fiumi si sono fatti torrenti, gli animali si sono diradati, invece degli alberi, dei prati e dei boschi, ci si è ostinati a coltivare il grano in terre inadatte. Non ci sono capitali, non c'è industria, non c'è risparmio, non ci sono scuole, l'emigrazione è diventata impossibile, le tasse sono insopportabili e sproporzionate: e dappertutto regna la malaria". (a sinistra Ernesto Rossi 1949- a destra Umberto e Laura Terracini 1968)
                                                   Allende e Neruda  (1973)

"....è arrivato ora un telegramma da Matera, che dispone la liberazione del confinato genovese....Tutti i confinati partirono l'indomani mattina. Io non mi affrettai. Mi dispiaceva partire, e trovai tutti i pretesti per trattenermi. Avevo i malati che non potevo lasciare d'un tratto, delle pitture da finire;...Ma già il treno mi portava lontano, attraverso le campagne matematiche di Romagna, verso i vigneti del Piemonte, e quel futuro misterioso di esilî, di guerre e di morti, che allora mi appariva appena, come una nuvola incerta nel cielo sterminato".

Firenze, dicembre 1943- luglio 1944   


PS:  Tutti i testi sono tratti da "Cristo si è fermato a Eboli" di Carlo Levi, Luigi Einaudi Editore.
Le foto sono di Mario Carbone e tutti i dipinti fanno parte di un fondo di 157 opere di grafica e 81 disegni politici di Carlo Levi pervenuti al Centro Carlo Levi di Matera per donazione della Fondazione Levi di Roma. Il seicentesco Palazzo Lanfranchi, ex seminario, a un passo dalla terrazza che s'affaccia sul Sasso Caveoso, ospita oggi il Museo di Arte Medievale e Moderna con il Centro Carlo Levi.
 In un saggio introduttivo di Jean- Paul Sartre ho trovato queste parole: " Medico dapprima, poi scrittore e artista per una sola identica ragione: l'immenso rispetto per la vita. E questo stesso rispetto è all'origine del suo impegno politico, così come alla sorgente della sua arte".