giovedì 20 febbraio 2014

direzione nord: soste di strada

Si lascia l'altopiano di Bogotà direzione nord, Villa de Leyva la meta finale. Lungo la strada diverse soste, la prima è ancora nell'area della capitale che per estensione sembra non finire mai. Volevamo vedere i fiori? Un mercato di fiori? Ed eccoci accontentati, ci metto qualche istante per realizzare che l'autista ha fermato il nostro pulmino vicino al cimitero e dunque grande profusione di corone e composizioni, soprattutto tanti cuscini a forma di cuore. Vabbè, francamente avrei preferito un altro contesto, ma questo è quel che passa il convento. Pare che in Colombia esistano circa 3500 specie di orchidee e che il paese sia un esportatore mondiale di rose, ma qui accanto ai morti vedo anthurium rossi, garofani e gladioli e questi due ultimi fiori da noi non vanno più di moda da un bel pezzo. Ne parlo con la guida che mi insegna un buffo modo di dire locale: per affermare che uno è morto si usa l'espressione "se fué (o està) chupando gladiolo", ovvero sta succhiando il gladiolo. Vai a capire perché, ma certo più dinamico del nostro "riposa in pace".
Seconda velocissima sosta a un ponte sul rio Bogotà, affluente del  Magdalena, (uno dei fiumi maggiori della Colombia che nasce nella Cordigliera Centrale delle Ande e percorre quasi tutto il paese per più di 1500 km. in gran parte navigabili) inquinatissimo per le concerie, per le coltivazioni di fiori e per le industrie chimiche che incontra via via lungo il suo corso. Due bei ragazzini dalla faccia sveglia vendono mele e da bere, alla sottoscritta più che il ponte e il panorama colpiscono i militari che ci stanno a guardia. -"Tutti i punti nevralgici di comunicazione sono controllati" -ci spiega la guida Maria Emilia. In momenti politicamente più tormentati questo ponte era stato occupato dalle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia, ma dei guerriglieri delle Farc potrebbe spiegarci drammaticamente tutto Ingrid Betancourt che per più di sei anni è rimasta prigioniera nelle loro mani nella foresta amazzonica. 
Sfilano montagne, l'agricoltura lassù è tutta manuale per via delle pendenze, una bella campagna lavorata e ordinata, in basso nella valle coltivazioni di aglio e cipolla e poi patate e mais, le case dei campesinos sembrano proprio solide e ben fatte, nulla a che vedere con le baracche di legno e la povertà della campagna cubana, boschi di eucalipto e anche qualcuno a cavallo fra le automobili. Abbiamo lasciato Cundinamarca di cui Bogotà è la capitale e siamo a Boyacà, un'altro dei 32 dipartimenti colombiani che con Santander e Norte rappresenta il cuore del paese. Questa regione è stata una delle prime ad essere occupata dai conquistadores e non a caso ci sono diverse cittadine che conservano ancora il loro carattere coloniale come Villa de Leyva verso la quale siamo diretti,  ma rappresenta anche il focolaio dell'indipendenza del paese poiché è stata proprio la battaglia di Puente de Boyacà a sancire di fatto la fine del dominio spagnolo. Sulla Lonely Planet leggo che la regione di Boyacà era abitata un tempo dalle popolazioni native dei muisca di cui abbiamo visto offerte votive e stupendi manufatti al Museo del oro. Padroni di sofisticate tecniche agricole e minerarie, i muisca hanno sviluppato intensi rapporti con i conquistadores spagnoli e sono stati proprio i loro racconti su oro e smeraldi ad alimentare il mito dell'El Dorado che ha dato alla testa agli invasori con tutti i disastri etnici che ne sono conseguiti. I muisca parlavano una lingua appartenente alla famiglia linguistica chibcha e molti nomi delle località della zona ne sono sicuramente eco. 
La nostra terza sosta è proprio a Puente de Boyacà. Il 7 agosto 1819 contro ogni previsione per disparità numerica l'esercito di Simòn Bolivar riesce a sconfiggere le truppe spagnole conquistando di fatto l'indipendenza della Colombia. Da quel lontano 1538 in cui il conquistador spagnolo Gonzalo Jiménez de Quesada fonda Santa Fe de Bogotà alla decisiva battaglia di Puente de Boyacà del 1819 da cui nascerà la Repubblica della Grande Colombia (comprendente all'epoca anche Panama, Ecuador e Venezuela) sono passati quasi tre secoli, tre secoli di dominio straniero e di colonizzazione. Al centro dell'area troneggia il Monumento al "Libertador" venezuelano Bolivàr, la sua statua è circondata da cinque angeli che simboleggiano i cosiddetti "paises bolivarianos", cioè le nazioni liberate da Bolivàr: Venezuela, Colombia, Ecuador, Perù e Bolivia. Il vero Ponte di Bojacà attraversato dalle truppe del condottiero prima di affrontare gli spagnoli non esiste più, quello che si vede è solo un ponticello ricostruito nei primi decenni del '900. 
Quarta e ultima sosta sulla strada per Villa de Leyva è un paesino di cui morire se mi ricordo il nome non annotato sul taccuino dove è giorno di mercato, e il mercato si sa, per animazione e colori esercita sempre un grande fascino. Non mi ricordo neanche il nome di questi tuberi simili a lombrichi esposti sulle bancarelle in grande quantità. 

Il sole picchia e tutte le signore, sono col cappello ancora più bello quando da sotto spuntano trecce e code. Giovani o vecchie, locali o turisti  non fa differenza, è un must per tutti, se l'è comprato anche la compagna Laura che non resiste al ritmo sudamericano e si lancia nei vortici della danza. La musica esce a gran volume da un camion dotato di amaca per pennichella e invade tutto il mercato, risuona fra le pannocchie di granoturco sulla brace, fra le bancarelle di frutta meravigliosa, fa vibrare persino la "longaniza", la salsiccia tipica della regione. 



1 commento:

  1. Il tubero è il tropaeolum tuberosum, detto anche mashua o cubio, è della famiglia dei nasturzi e produce bei fiori colorati. Ha potere anafrodisiaco, come il bromuro da somministrare a mariti dagli appetiti troppo forti...
    E tu, te lo sei comprato il cappello?

    RispondiElimina