martedì 8 gennaio 2013

N'djolé e la prima donna capostazione


Una levataccia inutile alla 5 del mattino per lasciare Lambaréné all'alba, quando non fa troppo caldo e continuare per la nostra tappa successiva, N'djolé. Però il taxista con cui ci siamo messi d'accordo ci fa aspettare due ore nell'attesa di altri passeggeri per riempire la vettura. I gabonesi si chiamano tutti con nomi francesi, Pierre, Jacques, Fabien o Sylvain, come il nostro taxista di oggi e quando senti invece Izmail, Amel o Omar intuisci che vengono da altrove, dalla fascia mussulmana del Sahel.


Sylvain lavora per una compagnia petrolifera francese ma durante le vacanze rimpolpa lo stipendio facendo il taxista; durante il tragitto ci racconta che non ama venire a N'djolé dove secondo lui la gente è cattiva, un prete sarebbe morto in circostanze misteriose e a suo dire l'arcivescovo avrebbe maledetto il paese. A parte il fiume che scorre maestoso, dalle acque magari pulitissime ma drammaticamente marroni forse per i fondali, a N'djolé di "joli" non c'è proprio niente e francamente, a parte le bellezze naturali, nessuna delle città visitate può dirsi bella, troppe le vistose e caotiche contraddizioni.

 L'albergo per esempio, tutto ridipinto di fresco, dall'esterno fa una certa scena, sembra un'accogliente locanda alla francese come indica il suo nome "auberge Saint Jean", ma all'interno è kitsch e squallido, tanto di televisione in camera che però non funziona e una tenda che appena la vuoi aprire cade per terra, però si trova sempre qualcosa di buono, ovvero un balcone da cui osservare indisturbata il passaggio e una vera doccia funzionante e persino acqua calda a volontà: evviva, nella vigilia del Natale la possibilità di vere pulizie festive, non capiterà spesso nel nostro periplo.

 Anche se N'djolé ( fondata nel 1883 dall'esploratore italiano naturalizzato francese Pietro Savorgnan de Brazzà, scopritore e tessitore di questa parte del continente che diventerà  la colonia dell'Africa Equatoriale francese) è un importante snodo di passaggio sull'asse Libreville-Franceville, "economica" è detta l'arteria che l'attraversa perché transito obbligato dei camion che trasportano legname, una delle più importanti risorse del paese, a parte il mercato e la chiesa che domina sulla collina non c'è proprio niente. Il mercato è vivacissimo come al solito: bancarelle di bastoni di manioca macerata dall'odore intenso e di gusto difficile per un occidentale, frutti che si chiamano "atanga" dal sapore acidulo che non mi è dispiaciuto che si bollono qualche minuto prima di essere spelati e mangiati.




 Lungo la strada paccottiglia cinese a valanga, bancarelle di carni e pesci cotti sulla brace e dei bei vassoi di patate, patate dolci e banane fritte.



 In chiesa fervono i preparativi per la messa serale del Natale. Le donne puliscono, qualcuno costruisce un Presepe di bambù che ammireremo bello pronto l'indomani, i bambini guardano e giocano. Fondamentale l'impatto di missionari cattolici e protestanti nella regione per la loro attività di educazione ed evangelizzazione. Sono stati i  missionari ad introdurre le tecniche del vecchio mondo in campo agricolo e nella costruzione, grazie a loro inizierà la regolare scolarizzazione dei bambini e si moltiplicheranno le scuole di falegnameria, carpenteria, fabbricazione di mattoni.

Ci dicono che la strada per Lastourville, la nostra meta dell'indomani  è brutta, i ragazzi si sentono responsabili per me e cercano sempre di rendermi il viaggio meno disagevole, c'è un'unica linea ferroviaria costruita da un pull di compagnie europee negli anni 70, il percorso va da Libreville a Franceville le due città agli estremi del paese. Si opta così per il treno, già, come se prendere il treno e prenotare i biglietti fosse una cosa facile e non un'avventura coi fiocchi; Francesco ci ha messo un giorno intero, andando tre volte alla stazione. 

La stazione è a una quindicina di chilometri da N'djolé, (tutte le stazioni sono state fatte negli stessi anni e sono tutte uguali, gialle e blu) in mezzo ad una rada creata nella foresta. Ci si va una prima volta al mattino, il commerciale che se ne dovrebbe occupare è a casa che sta dormendo, ma la capostazione incontrata in un bar di fronte ha finito la quota dei posti disponibili in partenza da N'djolé e telefona a Libreville per sbloccare la situazione.
Si ritenta nel pomeriggio per ritirare i biglietti, accompagno Francesco ed è qui che fa la sua apparizione, Sophie Essola, orgogliosamente l'unica capostazione di sesso femminile di tutto il Gabon come lei stessa ci racconta. Deve aver bevuto qualche birra di troppo al bar  di fronte, la lingua è sciolta e grande buonumore, baci e abbracci con la mamà che sarei io e la fierezza di risolvere la situazione in un'altra ora, si perché per prendere il treno ci vogliono tutti i documenti peggio che all'aeroporto e Alex li aveva lasciati in albergo. Fa niente, Sophie Essola può tutto e dà infine le disposizioni tanto agognate, eureka, avremo i biglietti!  Io adoro parlare con la gente, ma lei è una vera miniera: mi spiega che in Gabon ci sono quattro tipi di treni, quelli "mineraliers" che trasportano cioè il prezioso manganese necessario per fare l'acciaio, le pile e i concimi e di cui il Gabon è il secondo esportatore al mondo dopo la Russia, quelli che trasportano il legno, altra importante risorsa del paese, quelli per le merci e infine, ma proprio infine quelli per i passeggeri, uno al giorno a giorni alterni di giorno o di notte.

Il fatto è che la linea ha una sola rotaia e le ricchezze del paese che ne sostengono l'economia sono prioritarie rispetto ai passeggeri. Perciò di giorno belli tranquilli vedi passare vagoni interminabili carichi di manganese o di tronchi giganteschi e alle tre di notte tocca agli umani. Sophie Essola però non mi dice quel che poi strada facendo scopriremo, che cioè il treno viaggia in media a 50 all'ora, che davanti alla banchina si fermano sempre i vagoni della posta mentre i malcapitati viaggiatori si ritrovano a salire tra ghiaia e foresta su predellini all'altezza di un metro,  che l'aria condizionata non funziona, caldo boia, o funziona troppo, freddo polare, le ore di ritardo sono svariate e può anche succedere che il viaggio venga annullato se per caso il treno precedente ha deragliato. Alla stazione si va sempre almeno un'ora prima dell'orario previsto per la partenza, a un'amica di Alex una volta è successo che il treno è stranamente arrivato due ore prima e se n'è ripartito abbondantemente in anticipo. Chi c'è, c'è.  Per chi ama le sensazioni forti, altro che safari fra le bestie feroci, l'avventura più emozionante e imprevedibile in Gabon è  prendere il treno. 

Per i vari su e giù alla stazione di N'djolé abbiamo ormai un autista di fiducia, lo squisito Jean Baptiste dalla risata fenomenale  che al mercato ci presenta la figlia Sara, mia omonima e che nella nostra ultima corsa verso la mitica stazione si porta pure appresso uno dei figli maschi per farcelo conoscere. Jean Baptiste è del Benìn ma vive da molti anni a N'djolé, di solito fa il camionista e il taxista a tempo perso. Appena va in pensione se ne ritornerà definitivamente al suo paese, il Gabon è molto più ricco ma tutto è complicato e lui è stufo, nella sua terra si è costruito una bella casa. Sul percorso ci fa notare tante cose, la vicina miniera di manganese con i camion pronti per il trasporto, due tipi piuttosto malconci che camminano barcollando e che sono dei ricercatori d'oro. Per conto proprio? - domando. Si, malgrado le apparenze pare che se la cavino proprio bene e sono numerosi perché nei corsi d'acqua circostanti di oro ce n'è tanto, risponde Jean Baptiste, peccato che il guadagno finisca spesso in vino e birra.

Decisamente l'animo umano non è mai soddisfatto. Ho avuto a che dire dell'eccesso di disciplina e organizzazione giapponesi ed eccomi accontentata, nel mio viaggio gabonese mi ritrovo in una situazione specularmente opposta, dove non c'è certezza di nulla, dove si impiega un giorno per acquistare un biglietto di treno ed è sempre meglio avere delle conoscenze, dove ogni istante è portatore di mille sorprese, incongruenze, contraddizioni al di là della soglia del minimo buon senso e avanti così, domani è un altro giorno e si vedrà. Però il bello di questo viaggio sono loro, Yaya, Sylvain, Sophie Essola, Jean Baptiste e quanti altri incontri ancora, con le loro storie, la loro voglia di raccontarsi, la freschezza e la facilità del contatto. Compagni per un brevissimo tratto di strada, ma subito si ride insieme, l'ho già scritto mi pare che qui siamo tutti fratelli.

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