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domenica 12 giugno 2011
Myanmar: shin-pyu
In Italia la chiameremmo una processione, in Myanmar è una parte della cerimonia di noviziato alla vita monastica che ogni giovane si deve di fare temporaneamente almeno una volta nella vita, ma meglio due. Una prima volta entro i vent'anni come novizio, una seconda poi come monaco che ha preso i voti. Praticamente tutti i giovani o bambini partecipano allo shin-pyu, la solenne cerimonia al termine del periodo di noviziato; evento comune poiché una famiglia acquista grande merito quando e se uno dei suoi membri pronuncia i voti solenni, prende l'abito monacale e la ciotola per le elemosine. Per risparmiare, vista l'imponente organizzazione e la relativa spesa, la cerimonia è spesso collettiva nel senso che vi partecipano i vari figli delle diverse età di una stessa famiglia e più famiglie contemporaneamente. La cerimonia si svolge in tre momenti: prima nella pagoda con raccoglimento e preghiere, poi con una processione appunto per tutto il villaggio e per finire accompagnando al monastero il giovane che diventerà novizio per almeno nove giorni, numero considerato di buon auspicio.
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In occasioni diverse abbiamo avuto la fortuna di assistere ai primi due momenti di questo evento così denso di significato nella vita di un birmano. L'ordinazione monastica funge da rito di passaggio dall'infanzia all'età adulta. Dopo essere stato ordinato il giovane potrà trascorrere in monastero anche solo il tempo sufficiente per imparare le regole della pratica e a leggere e scrivere oppure diventare un membro permanente dell'ordine. Nella prima fase i soli tre voti che dovrà rispettare saranno quelli di non sopprimere nessuna forma di vita, rinunciare al possesso e mantenersi casto, seguiranno poi non mentire, bere alcolici, astenersi dal mangiare dopo mezzogiorno, ascoltare musica o danzare, portare gioielli, dormire su letti alti, accettare denaro per uso personale. Dopo preghiere in pagoda e foto ricordo di una bella famigliola con parenti ed amici e costumi smaglianti, propongo la visione di tutta una "processione" attraverso le strade di Bagan. Damigelle e macchina tutta addobbata che aprono la sfilata, bambini prima e giovanette poi, una specie di giullare che allieta la scena (deve trattarsi di una cerimonia ricca), genitori e membri della famiglia, una mucca di passaggio che incurante della solennità del momento attraversa la strada, i candidati novizi portati a cavallo, in carretto o in carrozza con i genitori a seconda dell'età ( anche la sorella del festeggiato sale sul carretto. Affittarlo costa grosso modo 30.000 jat, ovvero 30 euro per la giornata, a Mandalay abbiamo visto dei carri da noleggio stupendi). Seguirà un carro con le casse di risonanza per la musica e chiuderà il corteo il gruppo elettrogeno per alimentare il tutto.
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venerdì 10 giugno 2011
Myanmar: il posto di lavoro a Ngapali
La chilometrica bianca spiaggia di Ngapali sul Golfo del Bengala dove veniamo per rilassarci sei giorni e fare un pò di mare dopo le intense settimane di esplorazioni birmane, la vedo per la prima volta dall'aereo poco prima di atterrare e subito mi sembra niente male. Scoprirò poi da vicino che oltre ad essere bianca, bella ed immensa, è quasi deserta, silenziosa e calmissima, pochi sparuti turisti che se ne stanno tranquilli a leggere sotto l'ombrellone, scoprirò il vento e le onde che si divertono a giocare con la sabbia e i merletti dei tantissimi granchi che durante la bassa marea spuntano dai buchi della rena e nel loro andare ricamano con le chele.
Mentre me ne sto mollemente sparapanzata, tutte le mattine verso le 10 vedo avanzare tranquille a piedi le donne, arrivano dal loro villaggio di pescatori all'estremità della spiaggia. Stanno andando al loro posto di lavoro, tre bancarelle a cinque metri dall'acqua e a dieci metri dalla fila di sedie a stradio del resort, per non disturbare, niente a che vedere con la solerte invadenza indiana.

Per tutto il giorno, non si muoveranno di lì, mi chiedo del resto come facciano. Accolgono sorridenti chi vuole vedere le loro conchiglie e collanine senza mai insistere per far comprare la turista curiosa dalla pelle rossa come un gambero, chiacchierano e ridono tra loro, pranzano, accudiscono i bimbi più piccoli accoccolati ai loro piedi.
Le più fortunate all'imbrunire saranno raggiunte dal consorte in bicicletta ed insieme si avvieranno tutti verso casa. Eccola qui una giornata di lavoro delle ambulanti di Ngapali. Si chiudono gli ombrelloni, in pochi istanti si raccolgono e si mettono nella sporta o su un cesto in testa le mercanzie, le esili strutture di legno delle bancarelle rimangono infilate nella sabbia a ricordare che domani è un altro giorno e si ricomincia.
A Ngapali un'altra professione è andare su e giù per la spiaggia con un bel vassoio di banane, ananas e frutta varia sulla testa aspettando i languori dei clienti, certo sarà poco vario e faticoso, ma il problema dei nostri figli di far buona impressione al responsabile delle risorse umane o cosa scrivere sul curriculum vitae per trovare un posto di lavoro con lo stress che li accompagna, loro non ce l'hanno.

Camminando lungo la spiaggia e al ritorno per l'unica via all'interno che costeggia il mare, ci spingiamo fino al villaggio giù in fondo, i pescatori sono in mare, le transenne di legno non hanno le reti stese. Si potrebbe anche andare in barca su delle isolette di fronte e fare snorkeling, ma siamo troppo pigre. Durante il percorso incontriamo di tutto: un carretto sulla spiaggia, giovani con le fascine in spalla, chi stende il pesce ad asciugare al sole, chi porta la moglie a spasso in sidecar a pedali, i bambini che ci fanno le boccacce, chi porta in giro il vitello, chi il maiale.
Passo delle ore ad osservare queste donne e i loro ritmi composti scanditi da albe e tramonti. Non posso non pensare alle ore quotidiane che un parigino o un londinese o un metropolitano qualunque del pianeta terra passano in metropolitana, nei treni, sugli autobus e la sera torni a casa, mangi e t'abbiocchi davanti alla tele col telecomando in mano perché non hai la forza di fare altro. Non posso non pensare a tutti quelli che rinchiusi nella loro scatola di metallo a quattro ruote ai semafori si mettono regolarmente le dita nel naso e imprecano contro il traffico, contro quello davanti che non avanza, contro le lancette dell'orologio che invece avanzano sempre troppo in fretta.
La sera, sciambola!, invece di pasteggiare nel nostro relativamente costoso resort dalla cucina internazionale ed i tovaglioli bianchi, con Gastone ce ne veniamo sempre a cenare da una famigliola che ha piazzato tre tavoli direttamente sulla spiaggia e che con maledette squisite noccioline che quando cominci non ti puoi fermare, riso e pesce alla griglia ti offre piedi nella sabbia e tutto l'oceano davanti agli occhi.
mercoledì 8 giugno 2011
sul fiume Ayeyarwady
Sono passati 3 mesi dal viaggio in Myanmar. Ho scritto una serie di post a botta calda appena rientrata, poi silenzio ma non certo oblio, c'erano altri luoghi e riflessioni da condividere e il desiderio di lasciar sedimentare i bellissimi ricordi. Riprendo ora in mano i miei preziosi appunti di viaggio e le foto scattate fedele a quel vecchio insegnamento impartitomi da bambina di terminare sempre le cose iniziate.
3 giorni di navigazione per un tratto relativamente breve, Mandalay - Bagan.
L'Ayeyarwady e soprattutto a metà febbraio, quando non è ancora iniziata la stagione delle piogge, non risulta certo di quella portata d'acqua di un Volga o del Dniepr, eppure stiamo parlando del più grande fiume birmano che da nord scorre per 2000 km verso un vasto delta a sud-est della capitale Yangon. Navigabile per buona parte del suo percorso tutto l'anno, l'Ayeyarwady ricopre da secoli un ruolo fondamentale nel sistema dei trasporti e delle comunicazioni e la sua attività è stata molto intensa soprattutto durante il periodo della dominazione britannica.
Ci imbarchiamo per la crociera da una città che non ho particolarmente amato, la caotica Mandalay, l'ultima capitale del Myanmar prima dell'avvento del colonialismo britannico, che è tuttora un importantissimo centro culturale e religioso e preziosa base di partenza per visitare nei dintorni Monywa con la magnifica Thanboddhay Paya, uno stupa centrale riccamente decorato e circondato da 845 stupa piccoli e altre tre città imperiali del passato, Amarapura, Ava e Sagaing, le cosiddette città "abbandonate". La consapevolezza buddhista della caducità della vita ha infatti spinto molti re a dare inizio al proprio regno scegliendo una nuova capitale ed un nuovo palazzo, di qui la ragione dei cambi e delle molte capitali. Quando il re si spostava nella nuova capitale, il suo palazzo di legno veniva spesso smontato e portato via e quelle che erano state potenti città si ritrasformavano in villaggi di contadini.
Lungo il lunghissimo muro in mattoni rossi (2 Km per lato) che con il fossato intorno racchiude vari edifici attualmente sede della giunta militare che governa il paese e quello che era stato il palazzo del re Mindon andato a fuoco nel 1945 durante combattimenti tra le truppe inglesi ed indiane e le forze giapponesi che occupavano il Myanmar dal '42, leggiamo una promessa che è in realtà uno slogan politico vuoto di significato, come dimostra la situazione del paese: "il Tatmadaw, ovvero il partito delle forze armate, non tradirà mai la causa nazionale".
Lungo le sponde del fiume in città, davanti alla nostra sobria e bellissima nave tutta di teak (l'80% delle foreste di questo pregiatissimo legno si trovano nel paese)che lentamente scivola sull'acqua, sfila come prima immagine un patchwork coloratissimo di panni stesi ad asciugare al sole, e poi la maestosità del fiume, scene di vita quotidiana sull'acqua, pagode in quantità, capanne e paesi che vivono sulle rive del fiume.

3 giorni di navigazione per un tratto relativamente breve, Mandalay - Bagan.
L'Ayeyarwady e soprattutto a metà febbraio, quando non è ancora iniziata la stagione delle piogge, non risulta certo di quella portata d'acqua di un Volga o del Dniepr, eppure stiamo parlando del più grande fiume birmano che da nord scorre per 2000 km verso un vasto delta a sud-est della capitale Yangon. Navigabile per buona parte del suo percorso tutto l'anno, l'Ayeyarwady ricopre da secoli un ruolo fondamentale nel sistema dei trasporti e delle comunicazioni e la sua attività è stata molto intensa soprattutto durante il periodo della dominazione britannica.
Ci imbarchiamo per la crociera da una città che non ho particolarmente amato, la caotica Mandalay, l'ultima capitale del Myanmar prima dell'avvento del colonialismo britannico, che è tuttora un importantissimo centro culturale e religioso e preziosa base di partenza per visitare nei dintorni Monywa con la magnifica Thanboddhay Paya, uno stupa centrale riccamente decorato e circondato da 845 stupa piccoli e altre tre città imperiali del passato, Amarapura, Ava e Sagaing, le cosiddette città "abbandonate". La consapevolezza buddhista della caducità della vita ha infatti spinto molti re a dare inizio al proprio regno scegliendo una nuova capitale ed un nuovo palazzo, di qui la ragione dei cambi e delle molte capitali. Quando il re si spostava nella nuova capitale, il suo palazzo di legno veniva spesso smontato e portato via e quelle che erano state potenti città si ritrasformavano in villaggi di contadini.
Lungo il lunghissimo muro in mattoni rossi (2 Km per lato) che con il fossato intorno racchiude vari edifici attualmente sede della giunta militare che governa il paese e quello che era stato il palazzo del re Mindon andato a fuoco nel 1945 durante combattimenti tra le truppe inglesi ed indiane e le forze giapponesi che occupavano il Myanmar dal '42, leggiamo una promessa che è in realtà uno slogan politico vuoto di significato, come dimostra la situazione del paese: "il Tatmadaw, ovvero il partito delle forze armate, non tradirà mai la causa nazionale".
Lungo le sponde del fiume in città, davanti alla nostra sobria e bellissima nave tutta di teak (l'80% delle foreste di questo pregiatissimo legno si trovano nel paese)che lentamente scivola sull'acqua, sfila come prima immagine un patchwork coloratissimo di panni stesi ad asciugare al sole, e poi la maestosità del fiume, scene di vita quotidiana sull'acqua, pagode in quantità, capanne e paesi che vivono sulle rive del fiume.
Ogni volta che attracchiamo sulle rive ci saranno le donne ad aspettarci con le loro mercanzie, la povertà del villaggio, capanne e il selciato di terra battuta in netto contrasto con la maestosità dei templi, i bambini che giocano a rotolarsi sulla sabbia delle sponde, talvolta persino un taxi locale.
Ogni volta che ripartiamo portiamo via la quieta religiosità dei templi e dei fedeli che li frequentano nella pratica quotidiana, tempi e modi che sembrano avanzare al rallentatore, frammenti infinitesimali di istanti di vite, un'immagine che ci è rimasta nel cuore, gli sguardi sorridenti e curiosi di adulti e bambini che ci salutano guardandoci andar via.
Quando al mio ritorno milanese racconto e mostro le foto, mio figlio Francesco mi dice: "ma non ti vergogni a stare su una barca così bella con tutta la povertà che vedi intorno a te? Ha ragione, in ogni momento lo spettacolo intorno sottolinea il contrasto, ne sono consapevole, eppure qui si respira un'aria serena, sento molta più solitudine ed infelicità nelle nostre opulente città occidentali. Aggiungo anche che mi manca ormai la velleità giovanile di cambiare il mondo, la mia storia, da turista europea, è un'altra, non me la sento più in sacco a pelo e zaino, credo di contribuire comunque all'economia del luogo .e cerco di convivere con le mie contraddizioni.
Arrivare alla mitica Bagan dal fiume è semplicemente magico. Rocce frastagliate e guglie in quantità di pagode e monasteri che svettano ovunque. In 40 km quadrati di terreno ci sono migliaia di stupa, più di 4000, alcuni restaurati, la maggioranza in rovina. Per comprenderne la pletora non va mai dimenticato che nel mondo buddhista costruire pagode è in assoluto l'azione più meritevole, segno evidente della devozione profonda del popolo del Myanmar alla sua religione.
Ovunque si poserà, lo sguardo troverà templi grandi e gloriosi e minuscoli zedi solitari in mezzo ai campi. Lo straordinario fervore religioso che ha dato origine a questo incredibile numero di edifici è durato due secoli e mezzo partire dal 1044 con il regno di Anawrahta che ha creato il primo governo centralizzato del paese e che conquistando il regno mon di Thaton ha portato a Bagan i loro artigiani, la loro cultura ed i sacri testi buddhisti che custodivano; gli altri dieci re che si sono succediti hanno poi ulteriormente contribuito all'epoca d'oro della città. Ciò che oggi viene identificato come "birmano", nasce dalla fusione delle culture dei mon e dei birmani concretizzatasi nel momento aureo dell'era di Bagan. Il declino di questo luogo, a giusto titolo patrimonio dell'Umanità, coincide con l'invasione dal nord dei mongoli di Kublai Kahn nel 1287.
Non parlo in questo post della Shwezigon Paya, del tempioThatbyinnyu, della Pagoda Shwesandaw e di Ananda Pahto, forse il più bello e mistico dei numerosi templi che abbiamo visitato e rimando ai miei due scritti precedenti "monasteri, stupa e pagode" (e il seguito).
Dico solo che assistere ad albe e tramonti dalla sommità degli stupa o goderne in una visione d'insieme da lontano, è un'esperienza carica di emozioni e fonte di riflessione. Aggiungo che molte sculture e oggetti religiosi custoditi nei monumenti di Bagan sono stati rubati e vedibili nei musei di mezzo mondo e che il modo "birmano" di procedere ai restauri non ha gli stessi nostri criteri di rispetto del passato e il carattere conservativo degli interventi. Ciò ha forse creato dei problemi e rallentamenti nell'elargizione dei fondi dell'Unesco, nel coordinamento degli interventi su un'area così vasta e nel procedere a ricerche archeologiche e storiografiche più approfondite.
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