sabato 2 dicembre 2017

Luvigliano di Torreglia: Villa dei Vescovi

 
E un altro pomeriggio Johnny ci porta a Luvigliano di Torreglia, una decina di minuti da Montegrotto, per visitare Villa dei Vescovi. Ci tenevo molto a vederla perché è un bene FAI, garanzia del valore della proprietà e della qualità dei lavori di ristrutturazione nel pieno rispetto dell'ambiente e dello spirito del luogo. All'appello manca il sole, per fortuna non piove, ma il cielo è grigio, un leggero manto di nebbia ricopre la campagna, vaghi in lontananza i profili delle colline e, forse per questo,  l'arancione di quell'albero di cachi al limitare della Villa da una nota di colore e mi è piaciuto tanto. Silenzio assoluto, non c'è anima viva, una grande quiete, si sente l'eco dei nostri passi sul selciato, i morbidi declivi dei Colli Uganei ci circondano e degli uomini lavorano ai tralicci delle viti nei campi. Bellissimo!!! "Villa dei Vescovi", il suo nome dice tutto e una volta ancora mi capita di pensare  che, come gli artisti, anche la chiesa sa scegliere bene i suoi posti.
Petrarca leggeva Cicerone, Plinio, Virgilio facendo propria la passione degli antichi romani per la salubre vita campestre e la sua scelta di andare a vivere a  contatto con la natura e lontano dai frastuoni della città all'epoca si è rivelata contagiosa: nel '400 numerosi sono coloro che, letterati o potenti,  hanno iniziato a costruirsi la residenza in campagna e non solo nel Veneto, anche Lorenzo il Magnifico per esempio si fa costruire la villa medicea di Poggio a Caiano (provincia di Prato) e il figlio Giovanni de' Medici, divenuto Papa con il nome di Leone X, chiede  a Raffaello Sanzio una residenza di campagna all'altezza di quella del padre, residenza che sarà nientepopodimeno che Villa Madama (la Farnesina) alle pendici di Monte Mario. 
L'idea dunque della residenza di campagna nata nel Veneto del Petrarca, dopo essersi diffusa in Toscana e sino a Roma, ritorna sui Colli Euganei dove il pittore-architetto veronese Falconetto e l'erudito veneziano Alvise Cornaro, responsabile all'epoca dell'amministrazione curiale, si lanciano nel progetto e nella realizzazione di una residenza campestre. "Un luogo delitiosissimo, dove il Vescovo di Padova ha un superbo palagio con vaghissimi giardini, fontane e altre cose da prencipe" così descrive il sito nel '600 un erudito padovano. Di qui l'importanza storica della costruzione che introduce l' inusuale gusto della classicità romana nel mondo della Serenissima.  Sorge fra il 1535 e il 1542 voluta come casa di villeggiatura da Francesco Pisani, vescovo di Padova, che le attribuirà una vocazione spirituale e culturale. 
Il Vescovo Francesco Pisani non si accontenta di un semplice "buen retiro" e la sua "casetta" la trasforma nella sede di un cenacolo intellettuale frequentato da importanti letterati e umanisti del tempo. Circolano nomi come Alvise Cornaro stesso che protegge scienziati ed artisti, il Ruzante, lo storico Daniele Barbaro patriarca e ambasciatore della Serenissima, Pietro Bembo, celebre letterato e fervido sostenitore della fiorentinità della lingua italiana, il pittore Paolo Veronese e non manca nell'erudita cerchia quell'Andrea Palladio, autore delle più importanti ville venete del XVI° secolo e grande estimatore delle antichità romane, il cui modello reinterpreta e applica nei suoi lavori.  Gli interni e le favolose logge vengono arricchiti dagli affreschi realizzati dal pittore fiammingo Lambert Sustris, ammiratore di Raffaello a Roma e grande specialista della pittura all'antica. 
La Villa sarà successivamente oggetto di ulteriori modifiche e migliorie apportate da artisti e architetti fra i quali anche Giulio Romano. Diversi vescovi ne potranno godere nei secoli perché la villa resta di proprietà della curia padovana fino al 1962, quando viene acquistata dal milanese Vittorio Olcese, personalità politica di spicco del partito repubblicano. Sarà infine donata al FAI nel 2005 per volontà della seconda moglie del deputato e del figlio come testimonianza d'amore nei confronti del marito e del padre. 

Leggo che poco si conosce delle vicende della Villa dei Vescovi nell'800, ma documentato il '900. Durante la seconda guerra mondiale la residenza è stata messa a disposizione delle famiglie sfollate e per un breve periodo è stata anche sede del monastero delle suore Carmelitane Scalze. Nel dopoguerra, durante l'episcopato di Girolamo Bortignon Villa dei Vescovi diventa "Villa San Domenico Savio, sede degli esercizi spirituali per i giovani di Azione Cattolica e di corsi per promuovere le vocazioni. Il ricavato infine della vendita a un privato,  la famiglia Olcese, sarà destinato all'Opera della Provvidenza Sant'Antonio. Merito degli Olcese l'aver curato un primo restauro sia della struttura architettonica che degli affreschi interni riportati alla luce dopo secoli di mascheratura e da ultimo i recentissimi  restauri del Fai con i risultati straordinari che tutti possiamo ammirare oggi. 





venerdì 1 dicembre 2017

Arquà: dove visse il poeta e dove si va in brodo di giuggiole

Prenoto al 3404125108 un taxi alle 14,30  per visitare la vicina Arquà con l'amica Adriana. Il primo giorno si presenta un anonimo taxista, ma dopo tre pomeriggi di vagabondaggi uganei e di chiacchiere lungo il percorso lo sconosciuto è diventato semplicemente Johnny, un ragazzo squisito su cui poter contare se si è da quelle parti, lui ti da dei suggerimenti giusti, ti racconta della sua terra che ama e poi come si fa a vedere i luoghi senza stabilire dei rapporti umani? Sono stata due estati fa a Recanati per conoscere "l'ermo colle" del Leopardi, vuoi mai che mi lasciassi scappare Arquà dove l'altro nostro sommo poeta, il Petrarca, ha vissuto i suoi ultimi anni?  http://www.saranathan.it/2015/06/recanati-una-breve-visita-al-poeta.html
Fieramente su uno stendardo affisso in Municipio c'è scritto: "il Borgo dei Borghi, fra i più belli d'Italia" e francamente mi è sembrato un po' esagerato, l'Italia di bellezze medievali ne ha a bizzeffe, comunque i secoli ad Arquà Petrarca si vedono, basta guardare i bordi in pietra di porte e finestre, il ciottolato dei vicoli, la struttura delle case. Quella del Petrarca è proprio in cima al paese e da lì abbiamo iniziato il nostro itinerario, soluzione oltretutto ottimale per fare la strada in discesa e non in salita. Ero stata tanti anni fa nella bellissima Fontaine-de-Vaucluse in Provenza dove il poeta aveva vissuto per lunghi anni e dove, il 6 aprile del 1327 nella chiesa di S. Chiara si era innamorato di quella misteriosa donna da lui cantata col nome di Laura,  ma malgrado l'eco delle "chiare fresche dolci acque" del fiume Sorgue, sarà ad Arquà e non in Francia che il poeta sceglierà di vivere i suoi ultimi cinque anni (dal 1369 al 1374).

"Mi sono costruito sui colli Euganei una piccola casa, decorosa e nobile; qui conduco in pace gli ultimi anni della mia vita, ricordando e abbracciando con tenace memoria gli amici assenti o defunti" (Lettera a Matteo Longo 1371). In effetti stanco del suo peregrinare, ormai anziano e malato, il Petrarca segue personalmente i lavori di ristrutturazione e restauro, secondo le sue esigenze, di quella casa nel borgo uganeo circondato da nuovi e vecchi amici e dai familiari, la figlia Francesca, il genero Francescuolo da Brossano e la nipotina Eletta. Qui leggerà, studierà, scriverà e infine morirà nella notte fra il 18 e il 19 luglio del 1374. Gli studiosi presumono che la casa gli sia stata donata da Francesco I di Carrara, signore di Padova e grande amico del poeta. Sul davanti il giardino, nel retro il brolo, ovvero l'orto con il frutteto. Leggo che il poeta dedicava molta attenzione alla cura delle piante, ma non sempre con successo. Dopo la morte del poeta nella casa si sono succeduti diversi proprietari. Alla metà del '500 uno di questi, Paolo Valdezocco, con intento celebrativo, fa affrescare le pareti con scene ispirate alle opere del Petrarca. Le scene sono dipinte nella fascia più alta, mentre sotto le pareti presentano motivi ornamentali  tipo i tessuti damascati secondo l'antica decorazione trecentesca
Circondate ancora oggi come allora  dalla luce, la quiete, il silenzio della campagna circostante, le bellissime stanze del primo piano abitate dal poeta e dalla famiglia si susseguono: la sala, due camere da letto, lo studiolo, luogo di lavoro e di meditazione  con una finestra che da sul retro della casa, la sua sedia e un vetusto armadio- libreria, scrigno dei preziosi libri, si aggiungono ora cimeli e opere autografe. Il Petrarca appare dovunque in tutti i modi, dipinto sui muri, dipinto su tela, inciso, la testa in bronzo, la scultura intera in pietra e  non manca naturalmente anche la vagheggiata Laura. Il processo di trasformazione della dimora in luogo dedicato alle memorie petrarchesce e meta di pellegrinaggio letterario che era subito iniziato, diventa definitivo nel 1875, quando il cardinale Piero Silvestri, ultimo proprietario privato, lascia la casa in eredità al comune di Padova. Il complesso ora fa parte dei Musei Civici. Fa un certo effetto leggere che nella Biblioteca Civica di Padova sono conservati e a turno esposti i "Codici   di Arquà", circa 30 grossi volumi che accanto ad anonimi estimatori portano firme e commenti di personaggi illustri  come Lord Byron, Niccolò Tommaseo, Giosué Carducci, Mascagni, Fogazzaro, Guglielmo Marconi, tanto per citarne qualcuno, che hanno voluto lasciare una dedica- omaggio al poeta.
La sepoltura: sul sagrato della pieve di Santa Maria Assunta poco distante, il genero fa erigere in marmo rosso la tomba, stile sarcofago romano. Il Petrarca vi viene tumulato nel 1380. Sopra  un 'iscrizione dettata forse dal poeta stesso: "Questa pietra ricopre le fredde ossa di Francesco Petrarca; accogli, o Vergine madre, l'anima sua, e tu, figlio della Vergine, perdona. Possa essa, stanca della terra, riposare nella rocca celeste". A metà '500, Paolo Valdezocco fa porre sopra il sarcofago la testa in bronzo del poeta, sostituita in tempi recenti da una copia perché l'originale è nella casa (foto sopra).
E poiché non si vive di sola cultura, cambio registro e dalla poesia più alta, mi si perdonerà, passo alle giuggiole. Come frutto ho avuto occasione di assaggiarlo e non mi è proprio sembrato interessante, sembra un'oliva e ha il sapore anonimo e farinoso di una bacca, alla cui famiglia appartiene, ma ad Arquà da sempre ci fanno la marmellata e in particolare un liquore che invece è davvero buono, l'ho provato. E chi lo sapeva che l'espressione forse ormai obsoleta "andare in brodo di giuggiole"venisse da qui? E non è tutto, anche se non ci sono le stesse temperature che a Pantelleria, la sorpresa di ciuffi di foglie di cappero che spuntavano dalle vecchie pietre.