martedì 18 ottobre 2011

angoli di periferia milanese


A pensarci bene mi rendo conto che conosco meglio Parigi, Nizza o Londra della mia Milano e non è una bella cosa, in fondo in questa città ci abito da sempre e le voglio bene, dovrei pure testimoniarlo prima o poi. Scontate la curiosità e l'energia che si scatenano in viaggio, a casa ci si impigrisce, quel "c'è sempre tempo" o "prima o poi ci andrò" rallentano occhi e gambe. Ho deciso di rimediare e comincio dalla Bovisa, complici queste belle giornate che ottobre ci regala.
Nato come zona industriale periferica della Milano nord, tutto attraversato dalla ferrovia, a partire dagli anni '50 del secolo scorso, il quartiere subisce un graduale declino per lo smantellamento delle molte industrie della zona. Gli ultimi anni hanno però visto un proliferare di cantieri e il recupero di alcune strutture industriali dismesse, operazione in uso da sempre a New York per esempio, molto più recente da noi.

In piazza Pompeo Castelli seguo il cartello Triennale Bovisa e  imbocco una lunga strada con le pareti rosse tutte istoriate, è sabato, nel quartiere solitamente popolato di giovani non c'è anima viva. Ci sono già venuta più volte a vedere delle mostre, ha un suo fascino questa succursale della Triennale per la moderna semplicità che vi si respira.



Nel cortile dello spazio museale, c'è sempre il bellissimo e luminoso bar-ristorante, purtroppo hanno chiuso da qualche mese la libreria, forse non era sufficientemente frequentata.

In questo momento c'è una mostra dal titolo ambizioso "Il futuro è a Milano? Colani Biodesign Codex Show". Opere, progetti, installazioni e prototipi  di vari settori che pongono la natura e l'uomo al centro della riflessione di Luigi Colani, industrial designer, artista, filosofo ed architetto, considerato un guru dell'eco-design che già negli anni '60 predicava il risparmio energetico, la riduzione dei consumi e l'impiego di fonti alternative. Veramente avveniristici dei suoi prototipi di macchine del futuro, ho pensato ai film di Batman, tre modelli pare siano già stati realizzati. E fanno riflettere queste parole di Colani: " Tornare indietro per andare avanti. L'umanità deve tornare alle origini e reintegrarsi con la natura e il BioDesign ci indica come vivere in armonia e in pace con essa. Possiamo imparare a salvaguardare quella che conosciamo e amiamo".
Proprio di fronte alla Triennale Bovisa una vecchia casa riattata e  colorata; credo appartenga al comune e fuori c'è scritto che è un centro studi per l'Expo 2015.
Bella sorpresa urbanistica, a pochi metri di distanza, gli edifici delle sedi staccate del Politecnico di Milano, un polo di eccellenza, una delle pochissime realtà universitarie italiane riconosciute anche all'estero. La zona è divisa in due Campus universitari, quello Nord per la facoltà del Design ed Architettura (ricavato da un ex-industria) e quello sud per Ingegneria con varie specialità.
Ho passeggiato per i viali del campus e mi sono letta il giornale bella tranquilla seduta al sole nello stupendo bar degli studenti, loro non c'erano, perché? di sabato non si studia?
 Poco lontano dal Politecnico il prestigiosissimo Istituto per la ricerca, la formazione e l'informazione sulle scienze biomediche "Mario Negri", fondazione no profit. E' stato il primo istituto di ricerca in Italia indipendente dall'università, dall'industria e dai privati. Ha iniziato ad operare nel 1963 grazie al lascito testamentario del filantropo milanese Mario Negri.  Nei primi anni solo 22 ricercatori, nel 2006 pare fossero 900.
Il modernissimo passante ferroviario Milano Bovisa collega questo angolo di periferia con la città. Qui non siamo in centro, nessuna sfavillante vetrina, i monumenti dell'area, a testimonianza di archeologia industriale, sono le vecchie strutture dei gasometri, quel che resta della grande centrale di produzione e stoccaggio del gas di città, ormai dismessa e in demolizione. Mi piace questa Milano.                 


martedì 11 ottobre 2011

De Profundis

Georges Braque: 1906  Olivier près de l'éstaque
Fernand Lèger:  1922 Nature morte au chandelier

Picasso: 1911  Le Pigeon aux petits pois
Matisse: Pastorale, Nimphe et Faune.  1906
Modigliani: Donna con ventaglio. 1919

Questi capolavori sono stai rubati nella notte del 19 maggio  2010 al  Museo d'Arte Moderna di Parigi. Scoperto         finalmente l'autore del furto, ma più nessuna traccia delle opere che scottavano, pare finite a pezzi in un cassonetto della spazzatura della ville lumière.  Altro che formidabile Arsenio Lupin, il ladro è un colossale Arsenio crétin.  

mercoledì 5 ottobre 2011

la supersport rossa fiammante

Qui
alla Morte
è tornato
Dino Buzzati
che
con lei visse
dolcemente
abbracciato

Leggo sul Corriere di martedì 4 ottobre, questo epitaffio che Indro Montanelli scrisse fra molti altri a partire dagli anni Cinquanta per le tombe di vari personaggi illustri, allora tutti ancora beatamente in vita. Il giornale informa che le caustiche lapidi funerarie del grande giornalista sono raccolte in un libro di Rizzoli  appena uscito in libreria: "Ricordi sott'odio. Ritratti taglienti per cadaveri eccellenti". Mi sono soffermata su quello di Dino Buzzati, perché il giornalista-scrittore-pittore è da sempre una mia grande passione. La mia prof. di lettere alle medie si chiamava Laura Diena, donna straordinaria, animata dal sacro fuoco della trasmissione del pensiero e della letteratura. Ogni tanto arrivava in classe col Corriere e ci leggeva un elzeviro, modo, in quegli anni, totalmente rivoluzionario per mettere da parte manuali noiosi e spesso stantii e farci aprire orecchie, cervello e cuore. Il primo fu proprio "I due autisti" di Dino Buzzati. I due autisti sono quelli che su un austero carro mortuario tutto nero accompagnano il feretro della madre morta da Milano a Belluno, dove  verrà seppellita. Dapprima affiorano ricordi, rimorsi e rimpianti dell'autore, nessuno è mai un figlio perfetto e poi Buzzati si interroga sull' ultimo viaggio della madre. La consapevolezza che lei trascorre quelle ultime ore con due illustri sconosciuti, le ultime voci della vita non appartengono ai figli, le sono estranee. Quali gli ultimi discorsi uditi? "Di che cosa parlavano? Del caldo? Del tempo che avrebbero impiegato nel ritorno? Delle loro famiglie? Delle squadre di calcio? si indicavano l’un l’altro le migliori trattorie scaglionate lungo il percorso con la rabbia di non potersi fermare? Discutevano di automobili con la competenza di uomini del mestiere? anche gli autisti dei furgoni funebri appartengono, in fondo, al mondo del motore e i motori li appassionano. O si confidavano certe loro avventure d’amore? ti ricordi quella biondona di quel bar vicino alla colonnetta dove noi ci si ferma sempre a far benzina? Proprio quella. Ma va’, racconta allora...."(1)  E Buzzati immagina come sarebbe stato più bello per l'ultimo viaggio della sua mamma farla sfrecciare in autostrada su una supersport rossa fiammante. "Era un viaggio lungo, di oltre trecento chilometri, e benché la autostrada fosse sgombra, il nefasto carro procedeva lentamente. Noi figli seguivamo in macchina ad un centinaio di metri e il tachimetro oscillava sui settanta-settantacinque, forse era perché quei furgoni sono costruiti per andare lentamente ma io penso che facessero così perché era la regola, quasi che la velocità fosse una irriverenza ai morti, che assurdità, io avrei invece giurato che a mia mamma sarebbe piaciuto correre via a centoventi all’ora...." (1) "Alla Morte è tornato Dino Buzzati che con lei visse dolcemente abbracciato", scrive MontanelliLa Morte, appunto. Sono forse irriverenti la velocità e quella immaginaria scattante supersport rossa? Ma perché? la Morte è forse rispettosa?

(1) I due autisti- La Boutique del Mistero- Oscar Mondadori.