domenica 19 luglio 2009

Paka Rassii, spassiba, dasvidania!

Ci ho pensato un po' e poi mi sono detta che io non faccio la guida turistica né i miei racconti di viaggio hanno la pretesa di essere informativi per un giro della città, sono semplice condivisione di pensieri ed impressioni. Non racconterò perciò di tutto quello che ho visitato nella metropoli moscovita in due giorni e mezzo, scarpinando come una matta dall'alba al tramonto, con un caldo ed un'afa assolutamente milanesi e invidiando Gastone che non è mai stanca. Parlerò solo della metropolitana e del cremlino, le due cose che mi hanno più colpito. Già, la metropolitana, se non ci fosse quella terribile macchia nera, il sapere cioè quanto dolore e morti è costata, direi a cuor leggero ed entusiasta che è una cosa assolutamente strepitosa, uno, dieci, cento musei nel ventre profondo della terra. Majakovskaja, Teatralnaja, Kropothinskaja, Kievskaja, Arbatskaja….ogni fermata una sorpresa, un nuovo mondo, una vera meraviglia. La ricchezza dei materiali, vari marmi e pietre dure (granito, porfido, rodonite, onice) degli Urali, dell'Asia centrale, del Caucaso e dell'Ucraina, gli assemblaggi maestosi dei decori, la fantasia ed il sapere di artisti, artigiani ed architetti che vi ci si sono cimentati, fanno di ogni fermata una straordinaria opera d'arte. I complessi sotterranei sono ornati con mosaici, statue, vetrate, dipinti, bassorilievi, lampadari, un vero tripudio estetico che ti assale all'improvviso quando banalmente scendi dalla carrozza. Durante la seconda guerra mondiale la metropolitana moscovita ha rappresentato un solido rifugio antiaereo, dove la gente passava ore, giorni, mesi, sicuramente ci sono nati un sacco di bambini. La metropolitana di Mosca ha ora 270 stazioni e trasporta 9 milioni di persone al giorno. Con la scusa della costruzione della metropolitana, Stalin faceva demolire le chiese, soprattutto nelle belle vie aristocratiche, delle 2000 esistenti ne sono rimaste 1000, attualmente operative e non solo musei 500, restituite alla Chiesa, ma tuttora proprietà dello stato. La prima linea è stata inaugurata nel 1935, fra gli anni 30 e 50 le stazioni più belle, nel 1937 la Majakovskaja viene presentata all'Esposizione mondiale di Parigi e riceve il Gran Prix. Per forza, se lo meritava, e chi l'aveva mai vista una galleria del genere scavata a non so quanti metri sotto terra con tutti piloni metallici rivestiti di granito ed acciaio inossidabile? Spesso il tema della decorazione delle stazioni è legato al luogo in cui si trovano ed a ciò che vi è successo, si passa così da quelle classiche a quelle barocche a quelle moderniste con i mosaici che fissano per l'eternità falce e martello, i volti di Lenin e Stalin, le masse in cammino, o i fasti da palazzo imperiale. Ogni stazione il suo stile e la sua personalità, proprio come i palazzi di Mosca, esemplificativi dello scorrere della storia: le chiese greco-bizantine del 400, i palazzi civili del 1600, le case neo-classiche di fine XVIII, il modernismo liberty di fine XIX, lo strutturalismo degli anni 20 del 900 ( Bauhaus docet), l'architettura di regime iniziata negli anni 30 (classico massiccio con decori per celebrare i nuovi valori ), i casermoni popolari in periferia a partire dagli anni 50 e per finire 7 grattacieli che a parte pinnacoli e fronzoli in alto, richiesti espressamente da Stalin, assomigliano maledettamente all'Empire State Building. Secondo me Stalin ha visto delle foto di New York e moriva d'invidia. 2 grattacieli sono dei ministeri, 2 degli alberghi, 1 l'università e 2 case civili. In uno di quelli abitativi Stalin aveva avuto l'idea (per fortuna mai realizzata) di farci anche la prigione ed il crematorio, una razionalizzazione del tempo incredibile, così uno viveva, veniva arrestato e crepava senza mai spostarsi, il cosiddetto vita-morte in casa-bottega.

Cremlino: è per antonomasia il quartiere centrale di Mosca, proprio a ridosso della piazza Rossa, antica residenza degli zar prima, sede del potere del Soviet Supremo poi, palazzo dei congressi ora. Il Cremlino di Mosca era anche la sede del Patriarca-Metropolita, la guida spirituale e racchiude molti edifici storici, quali la cattedrale dell'Assunzione (dove si incoronavano i monarchi), la chiesa dell'Arcangelo S. Michele, l'Armeria, vari palazzi governativi, lo studio del presidente, la casa museo di Lenin e Stalin ( dopo di loro i potenti hanno iniziato ad abitare nella "dacia" fuori città). Stiamo parlando di una cittadella fortificata di 28 ettari, inizialmente sede del potere religioso, politico ed amministrativo, come potrebbe essere la Città Proibita di Pechino o lo stato del Vaticano. Subito fuori, della stessa pietra rossa, il Mausoleo di Lenin, il suo corpo conservato e curato come per gli antichi faraoni, una volta pare che davanti ci fossero code chilometriche, adesso quasi nessuno. Con grande ignoranza credevo che il Cremlino fosse una specificità di Mosca, ho scoperto invece che molte città antiche russe ce l'hanno, a Uglich l'abbiamo anche visitato. E qui cominciano le mie perplessità: Cremlino in slavo significa fortezza, dunque il cremlino di un paese rappresentava la sua cittadella fortificata, d'accordo, ma fortificata per chi? Risposta: solo per i rappresentanti del potere, non per gli uomini comuni. Il borgo medievale cintato di mura delle nostre città costituiva un riparo, una difesa per l'intero tessuto urbano, si chiudevano le porte e ci si riparava dentro di fronte al pericolo incombente, le campane della chiesa allertavano e suonavano a raccolta, la cittadella comprendeva tutto e tutti. Nei vari cremlini russi la gente non poteva accedere, tutt'al più venivano aperte talvolta le chiese. Una volta ancora mi colpisce e mi mette a disagio il divario fra questa storia russa a due velocità, da una parte il potere, zar, establishment, dittatori, chiesa, ori e stucchi, dall'altra la povera gente, milioni e milioni di povera gente che sembra non contare nulla e per tanti, troppi secoli. Poveri russi, ci credo che bevono vodka a tutto spiano, hanno dei mercati silenziosi come degli obitori, fanno fatica a sorridere, a fare con amore ed entusiasmo il loro lavoro, a partecipare costruttivamente a questa loro corsa disordinata verso la modernità. Devono digerire e rielaborare una non-abitudine al rispetto ed alla libertà, una miseria endemica, una natura ostica, territori sconfinati ed inospitali che favoriscono la solitudine e non certo l'aggregazione, servi della gleba prima, vittime del collettivismo forzato poi, una religiosità austera dal carattere più punitivo che consolatorio. Forse effettivamente è meglio cantare, così non ci pensi.

Paka Rassii, spassiba, dasvidania! Ciao Russia, grazie ed arrivederci!


sabato 18 luglio 2009

Crociera San Pietroburgo- Mosca: compagni di viaggio

Già, abbiamo dei compagni di viaggio che non ci lasciano mai, sono una trentina di gabbiani che seguono fedelmente la scia della nostra nave.. Sembrano scomparire durante le soste, ma appena la barca si mette in moto, rieccoli! Alcuni hanno il becco corto e scuro, il primo giorno c'erano anche una decina di cornacchie brutte e nere, ma erano in difficoltà, i gabbiani non le volevano e le cacciavano via, spiace constatarlo, ma nazionalisti pure i volatili, more locale. Incredibile l'osmosi tra animali ed ambiente; le rane indiane erano minute e nere come i keralesi, qui i gabbiani sono proprio degli Ivanov, dei Vassilij, degli Igor, dei Fiodor, niente a che vedere con i gabbiani grandi e slanciati del Mediterraneo, per non parlare di quelli disincantati e snob della Costa Azzurra di consumata esperienza internazionale. Questi russi sono nerboruti, piccoli e tozzi, testardi e molto rapaci, di nessuna convivialità, non danno confidenza, combattono all'ultimo sangue per il pezzo di pane. Ho inaugurato la cerimonia del pasto al primo giorno di navigazione mettendomi in borsa cinque fette di pane, ha funzionato, si lancia il boccone in aria e loro lo prendono al volo, adesso pasteggiano regolarmente tre volte al giorno e sul ponte arrivano in molti a foraggiarli.
Sosta di 5 ore a Jaroslav, una delle più antiche e celebri città della Russia, fondata nel 1010, importante centro fluviale, fa parte del cosiddetto anello d'oro, le città di rilievo nella cintura moscovita. La sua privilegiata posizione sul Volga ne ha favorito nei secoli lo sviluppo, i suoi maestri artigiani, fabbri, vasai, carpentieri, tessitori erano famosi in tutto l'impero. La città, 600.000 abitanti, si snoda lungo il fiume, gasdotto e oleodotto garantiscono lavoro. C'è anche il ponte della ferrovia che i nazisti tentarono senza successo di distruggere perchè arteria importantissima, fa parte della più lunga rete ferroviaria del mondo, la transiberiana. Bellissime chiese e cappelle, tutte decorate sui muri e come sempre a pianta greca, stupenda quella dedicata al profeta Elia. Piazze e strade larghe ed alberate, edifici barocchi ben restaurati accanto a costruzioni grigie e massicce di regime, nelle stradine invece le case sono malconce e sgarrupate, al mercato si vendono mirtilli e fragoline di bosco appena raccolte in bicchieri di plastica, me ne faccio una scorpacciata, pesci affumicati esalano un odore inconfondibile. Anonima la gente per le strade, nessuno guarda nessuno, non si chiacchera, non si sta seduti al caffè, mamma che tristezza nell'aria, eppure oggi c'è il sole. Gastone vuole essere puntuale per la lezione di danza folcloristica, fa parte del corpo di ballo con esibizione finale l'ultimo giorno di crociera.

Venerdì 10 luglio Myshkin, la sosta più bella, anonima e ininteressante credo per i russi, ma non per noi. E' un piccolo paesino di campagna, 6000 anime, bellissimo e autentico, finalmente un posto vero con case vere e gente vera. Già, la gente, non ne sapevamo niente, tra zar, palazzi imperiali, monasteri e monaci, gli uomini sembravano semplicemente non esistere, un'epopea di grandi che scorda i piccoli, eppure sono decine e decine di milioni di individui. Myshkin sembra un paese del far- west americano, manca giusto la diligenza. Tranne quella principale, le strade non sono asfaltate, ma di terra, case tutte di legno decorato e dipinto, le cornici intorno alle finestre sfidano colori e fantasie di intarsi, isolate e lontane le une dalle altre, c'è tanto posto e probabilmente anche tanta solitudine. Siccome a parte le solite bellissime chiese decorate non hanno altro, si sono inventati il museo del topo, (orribile, c'è persino un topo giudoka) costruendoci sopra una storia che però mi sono rifiutata di ascoltare, interessante invece una specie di hangar con vecchi utensili della terra, macchine agricole, automobili degli anni 50.
Infine Uglich, l'ultima tappa della navigazione prima di Mosca. Passeggiamo alle 8 di mattina per questa piccola cittadina storica del X secolo. Oltre alla centrale elettrica, importante la produzione casearia e quella degli orologi marca Chaika, un tempo famosi ed ora precipitati con l'arrivo della concorrenza dall'estremo oriente. Visitiamo il cremlino della città (ne parlerò in seguito, ma non c'è solo quello di Mosca), di cui rimangono solo i resti delle mura di pietra. All'entrata la cattedrale della Trasfigurazione con una stupenda iconostasi barocca e accanto la chiesa di San Dimitri . In una piccola cappella ascoltiamo per l'ennesima volta un coro di canti ortodossi con susseguente offerta di acquisto cd. Non l'avevo ancora scritto, ma all'uscita di ogni chiesa, e ne abbiamo visitate proprio tante, abbiamo sempre assistito ad un ensemble di 4-5 coristi che con voci veramente angeliche cantano possentemente la gloria dei cieli. Mi sono chiesta il perchè di tutto questo cantare: tradizione slava? una religiosità ardente e dolorosa?, un mezzo per sbarcare il lunario? una delle poche possibilità gratuite di gioia offerte ad un popolo dalla storia così tormentata? Non conosco la risposta, ma risulta certo evidente da una parte l'importanza della religione ostacolata e negata per quasi tutto il novecento dal dogma comunista (nei musei le guide non avevano nemmeno il diritto di pronunciare la parola Dio spiegando le icone, da considerarsi semplici opere pittoriche senza valore sacro o simbolico), dall'altra il carattere austero della religione stessa (la funzione dura due ore e mezza e si svolge tutta in piedi, l'iconostasi divide l'uomo dal contatto diretto con l'altare e dunque con il sacro, le monache nei conventi ricamavano perchè non avevano il diritto di dipingere le icone).

Navigando infine verso la capitale, il Generale Lavrinenkov non si pone interrogativi mistici, ma quanto mai turistico-goderecci. Gastone fa stretching al sole sul ponte della nave e si prepara alla sua esibizione serata di gala per lo show dei talenti, ballerà agghindata di una tenda fantasia stile "la bella lavanderina", la sottoscritta gorgheggia "Oci ciornie" e "Katiuscia" ( la versione originale di "fischia il vento urla la bufera, scarpe rotte eppur dobbiamo andar) in russo col coro armata brancaleone di italica stirpe, gli afecionados del burraco litigano eternamente sulle regole da seguire, il traduttore Dimitrij inveisce contro la cricca internazionalista-giudaico-massonica di Trotsky nella sua soidisant lezione di storia, "la dentiera" (un giovanotto settantenne così da noi soprannominato) racconta le sue solite barzellette di sesso e il varesotto con parrucchino sta attento al vento che non glielo porti via. E ....la nave va.....quanto materiale per un film di Fellini!


giovedì 16 luglio 2009

Crociera San Pietroburgo - Mosca: Bravo Alexey, facce magnà bene!

Tutti a bordo! La motonave Generale Lavrinenkov realizzata nel 1990 in un cantiere della Germania dell'est ci accoglie al molo con il primo ed ultimo cosacco del percorso ( baffi Stalin style, costume tradizionale, petto tronfio) che suona la fisarmonica ed una bionda fanciulla trecce da Heidi ( una treccia significa che sei signorina, due trecce con riga in mezzo posteriore che sei sposata) che offre pane con sale in segno di benvenuto.
315 la nostra cabina, piccola e spartana ma c'è tutto, armadio, frigo, doccia funzionante, filodiffusione e persino la tele, mai aperta. Nel tradizionale cocktail di benvenuto col comandante ci viene presentato lo staff di bordo: il secondo in coperta, il medico, il traduttore Dimitrij (nostalgico stalinista nonchè antisemita come apparirà nelle sue "lezioni di storia russa"), l'équipe degli animatori (Olga e Tanja, ucraine, per i corsi di lingua russa, canto popolare, cucina russa, balli folcloristici durante la navigazione) e per finire Alexey, il capo cuoco. Alla parola magica "chef", nel silenzio generale esplode un fragoroso applauso ed il signore romano alle mie spalle urla:- bravo Alexey, facce magnà bene-. L'italica fantasia non finirà mai di sorprendermi. Avremo poi modo una mattina di visitare la cabina di comando e la sala macchine, cilindri, tubi e turbine, come il ventre ingarbugliato, caldo e misterioso di un corpo umano. La nave a 3 piani è lunga 115 metri, ci lavorano in 120, può ospitare 215 persone, ma ora siamo solo 110, nulla a che vedere con le megalopoli galleggianti della Costa che solcano mari ed oceani, questa è una nave piccola, a misura d'uomo, ma la navigazione fluviale è proprio un'altra cosa.


E la barca......va.... e come al solito sull'acqua è il rinnovarsi di una gioia immensa, un appuntamento con i ritmi dilatati, lo scorrere lento di ore, foreste, isbe, mucche, bambini, chiese dalle cupole a cipolla. Ogni giorno di navigazione offre una tappa a terra, meta apparente del viaggio vedere-visitare-conoscere, in realtà con Gastone condividiamo l'amore per l'incontro con l'acqua, l'andare per l'andare, la vegetazione rigogliosa che si specchia lungo i bordi, isolette ed insenature dai mille verdi silenziosi, un rassicurante senso di pace, tutto scorre lentamente e noi ci sentiamo fluire in fruttuosa monotonia con la natura intorno.

Il trio Kalinka, (e come altrimenti si sarebbe potuto chiamare?) tra un burraco e l'altro allieta le nostre serate, il cosacco con fisarmonica, una balalaika ed una balalaika contrabbasso, strumenti formalmente bellissimi e dalla musicalità composita, allegra e nostalgica, appassionata e velata di tristezza, bravissimi, un vero piacere ascoltarli.

La prima sosta è Mandroga, idea business di un milionario moscovita, versione disneyana di un "tradizionale" villaggio russo dell' 800 interamente ricostruito. E' un vero, finto acchiappa turisti tra ponticelli, laghetti, isbe rifatte, negozietti e ristorantini. La mercanzia è sempre terribilmente la stessa, matrioske (c'è la variante Obama), icone, cianfrusaglie in legno intarsiato o dipinto, ambra finta o vera incastonata in montature improponibili, vodka e pizzi obsoleti, con tutta la più buona volontà consumistica del mondo non riusciamo a comprare uno spillo, spiace per tutti quegli artigiani che si trasferiscono qui con le famiglie nei mesi estivi per rimpolpare i magri bilanci. Mandroga è però una bella occasione per una camminata in mezzo alla natura ora verde e generosa, resistente ai meno trenta o cinquanta gradi dei lunghi inverni. Nel 2001 qui c'è venuto Putin che si è fatto riprendere alla televisione mentre torniva un vaso di terracotta. ah beh....allora.....

In direzione di Kizhi, si attraversa il lago Ladoga, il più grande d'Europa. Ne ignoravo l'esistenza (sono una bestia in geografia), ma è praticamente un mare, per ore ed ore la barca lo attraversa, nulla di solido è avvistabile all'orizzonte e come al mare ci sono le onde, nelle tempeste possono superare i 3 metri e mezzo, ci dice il comandante, nella crociera precedente si è dovuto effettivamente sostare un giorno ai bordi per aspettare migliori condizioni (Gastone è sul chi vive). Siamo poi sul fiume Svir, corso d'acqua navigabile di 230 km ed in parte canalizzato: due gigantesche chiuse, ne attraverseremo 16 nel nostro percorso, formano il tratto finale del canale che collega il mar Baltico al mar Bianco. (Le chiuse meriterebbero una descrizione a parte perchè sono costruzioni imponentissime, 400 metri di lunghezza, nulla a che vedere con quelle minuscole che conoscevo dei canali francesi). L'idea di collegare i due mari risale all'epoca di Pietro il Grande, ma è Stalin a partire dal 1930 che la concretizza. Per evitare l'importazione di macchinari costosi, per la bassa manovalanza Stalin opta per i lavoratori forzati dei gulag, il personale specializzato invece viene semplicemente fatto arrestare dalla polizia segreta, tanto in dittatura non serve mai una motivazione, l'arbitrio gratuito è sovrano.All'epoca si utilizzano 180.000 prigionieri per volta, ma nessuno sa ancora oggi la verità perchè i sopravissuti saranno poi utilizzati per la realizzazione di altri canali (quello che collega Mosca al Volga per esempio attraverso il fiume Moscova) o la metropolitana moscovita. Una vera carneficina, un milione di persone le vittime stimate. Ufficialmente il regime sosteneva che queste opere pubbliche rappresentavano un'occasione di riabilitazione civile per i criminali. L'impiego di prigionieri forzati per l'edificazione di grandi costruzioni edilizie pare sia stata la norma nella repubblica sovietica staliniana seguendo un metodo già adottato da Pietro il Grande, proprio come gli schiavi in Egitto per le piramidi 4000 anni fa, alla faccia del progresso. Documentarsi sui capitoli bui di questa storia sconcerta e fa rabbrividire, le bucoliche rive, i paesaggi selvaggi ed incontaminati, quest'acqua che scorre maestosa e tranquilla, tutto si colora di rosso, e non è il rosso spento della barbabietola del piatto nazionale borsch, è agghiacciante rosso vivo, rosso sangue.

Qualche ora dopo segue il lago Onega, secondo in Europa per estensione. la metà settentrionale del lago è ricca di penisole ed isole, 1600 nell'arcipelago, dominio di Ves e Saami, le antiche popolazioni ungro-finniche di questa regione, la Carelia. Qui c'è l'isola di Kizhi, dichiarata dall'Unesco patrimonio dell'umanità. E' praticamente un museo di storia, architettura ed etnografia a cielo aperto. I più begli esempi di costruzioni in legno della regione sono stati smontati dai vari villaggi dei dintorni, restaurati e concentrati qui. 2 chiese, una d'inverno ed una per l'estate come si usa da queste parti, 2 grandi fattorie di contadini benestanti (stanze abitative, stalla e fienile nella dimora (si arriva a meno 50 in inverno e dunque non si esce), un mulino, l'organizzazione di un villaggio insomma, con le abitazioni disseminate lungo la riva del lago, i campi e gli orti sul retro. Il fascino indiscusso del luogo risulta dalla somma di più fattori, la sapientissima dovizia artigiana ed artistica delle costruzioni, la bellezza del lago e della natura tutt'intorno, il senso di mistico silenzio e solitudine che lo circonda.

L'indomani è la volta del piccolo paese di Goritsy in Vologda, la regione russa più estesa. Visitiamo il monastero maschile fondato da San Cirillo sul lago Bianco nel 1397 e divenuto nel tempo il più grande ed artisticamente ricco della Russia grazie alla sua posizione cruciale sulle rotte che da Mosca portavano al mar Bianco. Come molti altri monasteri di questo periodo anche quello di San Cirillo è circondato da possenti mura che servivano a fortificarlo e proteggerlo dalle incursioni nemiche. Funzionavano all'epoca un ospedale, una prigione per gli indesiderabili dello zar, un grande refettorio e poi da metà XVIII secolo un lungo declino, la confisca di Caterina II di tutti i beni in cambio di una magra pensione per i monaci (la zarina doveva evidentemente rimpinguire le sue favolose collezioni e la confisca pare vada molto di moda da queste parti). Nel 1924 poi i bolscevichi chiudono del tutto il monastero, hanno scoperto che la religione è l'oppio dei popoli e cara grazia che il monastero non è mai diventato un magazzino-deposito, sorte toccata a molti altri luoghi di culto importanti. Ora è spazio museale, ma una parte è stata restituita alla chiesa e ben 9 monaci sono tornati a viverci.