lunedì 4 dicembre 2017

Il giardino di Villa Barbarigo: in cammino verso la perfezione

Una breve sosta di pochi minuti a Battaglia Terme per fotografare, "turista giapponese style", un bel scorcio paesaggistico e un santo per me misterioso del XIV° secolo, San Giovanni Nepomiceno,  adeguatamente  protetto dalle intemperie,  e poi via per la nostra meta giornaliera, ovvero  il complesso monumentale di Valsanzibio o più semplicemente il giardino di Villa Barbarigo dal nome dei lontani primi proprietari. Fra quelle in Valpolicella e ora nell'area di Padova, di ville venete ultimamente ne ho fatto una scorpacciata, ma in realtà è solo un modestissimo assaggio perché ce ne sarebbero 1500 sparse per tutto il Veneto, non so se mi spiego, melius abundare quam deficere.
Tu sei lì bella tranquilla in macchina che guardi sfilare la campagna parlando del più e del meno con Johnny e all'improvviso sulla strada statale ti si para davanti uno spettacolo del genere. Ma vi rendete conto? Una sorpresa incredibile da togliere il fiato, se poi si pensa che questo Portale di Diana era un tempo l'ingresso principale della villa raggiungibile direttamente da Venezia via acqua, si può immaginare l'effetto da mille e una notte, gli echi di un opulento  '600 che risuonano fino al terzo millennio. Metto subito le mani avanti, di piante non ne capisco pressoché nulla, so a malapena distinguere le specie più comuni, ma la bellezza sì, credo di saperla riconoscere e ho voglia di prendere per mano il lettore che mi vorrà seguire in questo giardino davvero incantato.  Propongo una camminata disordinata che non segue l'itinerario consigliato, distratta ogni volta da scorci di bellezza che mi hanno allontanata dalla "retta via".
Ho parlato di " retta via" perché qui non siamo in un giardino di delizia, gratuitamente bello per il piacere di esserlo e per  la gioia degli occhi di chi lo visita o lo frequenta. Qui non si vuole stupire o divertire, a Valsanzibio entriamo in uno scenografico tripudio di fantasia barocca di significato allegorico, ogni dettaglio arboreo o scultoreo vuole essere simbolico, ha un suo significato, un suo messaggio su cui riflettere, un percorso da farsi con le gambe ma anche con la mente e il cuore,  un percorso catartico che dalle tenebre dell'errore vorrebbe condurre alla luce della rivelazione.  E' la storia del giardino che ci aiuta a comprendere il perché di questo progetto così ambizioso.
Questa stupenda realizzazione della seconda metà del Seicento è il risultato di un voto solenne fatto dal signore veneziano Zuane Francesco Barbarigo e poi concretizzato dal figlio Gregorio, Cardinale a Venezia, vescovo di Padova e futuro santo. Per sfuggire alla peste nera che imperversava in tutta Europa e che gli aveva già fatto perdere la moglie, nel 1631 Francesco Barbarigo si rifugia con i figli in Val Eusebio e promette un'opera grandiosa da offrire all'Eterno se il resto della famiglia viene risparmiato. Il figlio Gregorio penserà allora a un giardino foriero di un messaggio spirituale e chiamerà nel 1665 l'architetto e fontaniere pontificio Luigi Bernini, fratello del più conosciuto Gian Lorenzo, per dar vita al progetto che oltre tre secoli dopo vediamo ancora integro. Più di settanta statue in pietra d'Istria che si alternano a fontane, cascate, laghetti, scherzi d'acqua, peschiere e specie arboree secolari provenienti da tutto il mondo e articolate insieme secondo un preciso "fil rouge", emblematiche tappe della condizione umana verso un cammino salvifico.
Ecco allora, per esempio quei percorsi che ingannano, "i sette trabocchetti", sette come i vizi capitali, che si incontrano nelle strade del "labirinto", memento della difficoltà della scelta di fronte ai vari bivi della vita, "la grotta dell'eremita" che invita alla meditazione, quella sosta talvolta necessaria e non solo fisica, "l'isola dei conigli" circondata da un fossato dove la libertà di conigli e pesci è solo apparente e relativa perché circoscritta all'interno di confini ben delimitati, chiara allusione alla finitudine e alla precarietà dell'uomo,  "il monumento al Tempo", talmente loquace che non serve altro e avanti così con le molteplici rappresentazioni simboliche che il giardino invita a dipanare, come la matassa ingarbugliata del vivere. 


Il giardino di Valsanzibio,  è stato curato dapprima da sei generazioni di Barbarigo e poi, estinta la casata nel 1804, da una serie di proprietari che si sono succeduti, i conti Martinengo da Barco, i Donà delle Rose e dal 1929 i nobili Pizzoni Ardemani che hanno riparato i disastri causati dall'occupazione militare e dal forzato abbandono dell'ultima guerra e che di recente hanno ripristinato tutti i 33 punti d'acqua del giardino compromessi da 80 anni di progressivo impoverimento sorgivo.

Molto modestamente io mi accontenterei di fare il cavallo da queste parti  perché sia i box molto chic che le scuderie mi soddisfano ampiamente. Davanti fanno la guardia degli animali del movimento artistico biellese Cracking Art. I secoli sono passati e si vede, addio alle rotondità angiolesche, ormai avanzano le forme stilizzate e invece della nobile pietra d'Istria ci sta la meno nobile moderna plastica. Non mi sorprende certo leggere che questo giardino sia stato nominato il più bello d'Italia nel 2003 e fra i più belli d'Europa, se lo merita alla grande. All'uscita non mi sorprende neanche constatare che, malgrado una mia visita attenta e partecipata, di perfezione non se ne parla proprio e di percorso salvifico men che meno, devo aver cannato tutto, ma va bene così, mi sento più a mio agio imperfetta. 











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