mercoledì 9 marzo 2016

Bordeaux: le bambole ammalate si curano a Chartrons

E finalmente, nel soggiorno bordelese di fine febbraio, ce l'abbiamo fatta ad andare a Chartrons approfittando dell'unico generoso giorno di sole. Noam, il mio favoloso nipote di due anni e mezzo, scivola sul selciato a mille all'ora sul suo monopattino nuovo fiammante, noi lemme lemme da vecchie signore. Les Chartrons: una grande curiosità di conoscere questo quartiere in fondo al lungofiume sorto nel 1700, il secolo d'oro di Bordeaux, per mano della ricca borghesia cittadina che qui fa costruire i suoi bei palazzi residenziali cui si aggiungeranno nell'800 negozi, mercato e case popolari. Al parco giochi esplorato da Noam, ci raggiunge Brigitte, una cara amica nonchè tesoriera de http://eileengray-etoiledemer-lecorbusier.org/association/lassociation/. Tre anni fa Brigitte ha lasciato Mentone e con il marito Pascal si è trasferita a Bordeaux, sarà lei la nostra guida del quartiere, non prima di esserci bevute un caffè noisette, anche se avrei la tentazione di gustare il cocktail "sex on the beach", chissà cos'è? Può fare miracoli?
Les Chartrons è bellissimo, come un'isola felice nel tessuto urbano di Bordeaux dove si respira un'aria di villaggio a se stante, come in certi quartieri parigini.  L'arteria principale è la pedonale rue Notre-Dame, dove il panettiere, il verduriere o il macellaio di un tempo sono stati sostituiti da ristorantini, caffè trendy e soprattutto brocanteurs e negozi di antiquariato. In particolare il Village Notre-Dame mi ha fatto pensare ai parigini Louvre des Antiquaires o Village Saint-Paul per ricchezza e qualità delle proposte.
Proprio accanto si visita la neo-gotica chiesa Saint-Louis-des-Chartrons ultimata nel 1880, il cuore del quartiere, con le sue due guglie svettanti che la fanno riconoscere anche da lontano e poi la piazza del mercato sorta sul posto di un antico convento. Pietra, ferro e vetro, tipici di fine '800 formano questa struttura esagonale restaurata di recente, ma noi, su consiglio di Brigitte, ci fiondiamo nell'accogliente libreria l'Olympique dove c'è una stanza intera piena di libri per l'infanzia con tanto di poltrona che Noam ha molto apprezzato.
A Chartrons domina certo l'antico, ma con delle inserzioni modernissime come il Centro Congressi all'inizio del quartiere e la zona dei vecchi hangar portuali tutti restaurati verso il fondo, dopo aver attraversato Corso de la Martinique, una denominazione che evoca il passato coloniale. Qui l'architettura settecentesca scompare, al suo posto  un bellissimo tuffo nella contemporaneità offerta in Faubourg des Arts  dai vari ateliers artigiani, del cuio, della carta, dei tessuti  e perchè no, anche la clinica delle bambole.
Da un lato del Faubourg gli atelier d'arti e mestieri, dall'altro l'Institut des Métiers et d'Art Design, una scuola superiore per i giovani creativi del futuro. Un'area davvero bellissima e penso a quanto siano cambiate e certo in meglio tutte le zone portuali, sul fiume o sul mare, che mi sia capitato di visitare in questi anni; a Marsiglia, a Genova, a Tel Aviv , a Londra o a New York, i docks, non risultano più trasandate e isolate periferie industriali, sono veramente diventati luoghi pulsanti integrati nelle città.  
Proprio ai margini di Chartrons e accanto alla Borsa Marittima, mi sembra di trovare una felice sintesi di questa doppia anima della zona nel CAPC, il Museo di Arte Contemporanea. Da una parte la storia antica, il passato mercantile rappresentato dall'edificio, "l'Entrepôt Laîné", esempio di architettura portuale di primo '800 per stoccare ai tempi la merce coloniale, zucchero, caffè, cacao, spezie, cotone, dall'altra la modernità con una ristrutturazione essenziale per ospitare le creazioni attuali che hanno sempre bisogno di grandi spazi  e un centro di architettura.

Poi dopo pranzo Noam se ne va con i genitori a farsi la sua lunga pennica  mentre con Marina siamo invitate da Brigitte a berci un caffè a casa sua, lei abita sul quai des Chartrons, proprio vicino ai docks. Certo lo sapevo che il marito Pascal per diletto crea delle opere, in un post su Berlino ne avevo anche parlato  (http://www.saranathan.it/2010/06/berlino-anche-gli-eroi-hanno-giorni.html), ma certo non mi aspettavo una casa così "artistica", nella forma e nei contenuti, sembrava d'essere in una galleria d'arte. Attraversi un cortile antico, e poi imbrigliato tra muri alti e bassi ecco apparire questo nascosto atelier o loft, chiamatelo come volete, tutto arredato con mobili di recupero, ritoccati, ridipinti, trasformati e, everywhere, i "giornali strappati" di Pascal. Troppo divertente, ci è piaciuta un sacco!
Un'opera in particolare mi ha colpita. Si intitola "L'Alchimia dell'Incontro",
la rappresentazione di un caleidoscopio confuso e sfumato di immagini e sensazioni che fanno scoccare la fatidica scintilla. Magari non capita mai, però sognare è permesso.

sabato 5 marzo 2016

anche a Bordeaux la memoria non è un lusso

"La memoria non è un lusso", inizia con queste parole,  come un pugno nello stomaco nel gelido mattino, la presentazione che Karfa Sira Diallo fa di se stesso e di "Mémoires et Partages", l'Associazione Internazionale da lui fondata nel  1998. Appuntamento alle 10 di domenica 28 febbraio davanti alla Scuola Nazionale della Magistratura per questo giro di due ore e sei tappe in luoghi-simbolo della "Bordeaux nègre" accompagnati da spiegazioni e riflessioni di questo poeta-scrittore-storico bordelese di origine senegalese impegnato da anni ad approfondire la conoscenza della tratta dei neri e della schiavitù e a promuoverne la memoria (http://www.memoiresetpartages.com/). 
Ecole nationale de la Magistrature et parvis des droits de l'homme

Sei tappe simboliche nel tessuto urbano del centro città che ripercorrono dei momenti topici della negritudine schiavizzata: la cattura in Africa, l'imbarco sulle stive delle navi negriere, la vita nelle piantagioni antillesi, le rivolte e i tentativi di libertà (marronage), il meticciato umano e culturale derivato da questo forzato scontro-incontro di popoli e infine la libertà, ovvero le leggi dei vari paesi che da fine '700 alla  prima metà dell'800 ne hanno decretato l'abolizione. Una ignominiosa pagina di storia durata più secoli da sapere e correlare ad altre "memorie" per contribuire a una maggiore consapevolezza, a un "nuovo umanesimo" del vivere insieme nonostante e grazie alle diversità, un auspicato superamento di intolleranze, chiusure e stereotipi . Già il luogo dell'incontro è altamente significativo perché ci troviamo sul "parvis des droits de l'homme", "tout individu a droit à la vie, à la liberté et à la sûreté de sa personne" è impresso fra altre voci lungo il marchapiede e  accanto si erge una delle due torri rimaste dell'antico castello di Hâ, prigione di stato fino al 1967. Nei cinque secoli della sua storia questa prigione ne ha viste delle belle e anche " i neri" sbarcati a Bordeaux hanno avuto occasione di "conoscerne" l'ospitalità.
Con l'amica Marina e Alex, la compagna di mio figlio che ha avuto la bella idea di iscriverci a questo giro, ci eravamo preparate seppur in modo sommario il giorno prima sull'argomento andando al Museo dell'Aquitaine  che dedica più sale alla ricostruzione storica del coinvolgimento di Bordeaux, quale importante porto sull'Atlantico, nella tratta e il commercio degli schiavi. Le immagini di questo post  provengono dalla documentazione museale proposta.

Sempre difficile e doloroso fare i conti con il proprio passato e come la Spagna della guerra civile, il Giappone del secondo conflitto mondiale, la Francia di Vichy, l'Italia o l'Istria delle foibe, anche Bordeaux, ci spiega Karfa Diallo, ha opposto molte resistenze prima di affrontare e palesare il suo passato di fiorente porto negriero oltre che mercantile. All'ufficio del turismo si vendevano copie dei mascheroni che ornano tanti palazzi della città senza spiegare come mai ci fossero rappresentazioni creole che chiaramente evocano il passato coloniale. L'Associazione "Mémoires et partages " si è battuta senza successo perché anche a Bordeaux come a Nantes  si costruisse il Memoriale per l'Abolizione della Schiavitù, ma  le sale del Museo d'Aquitaine offrono una ricca documentazione in proposito e questo, riconosce la nostra guida, ha rappresentato senz'altro un passo importante.
Nel XVIII° secolo Bordeaux è in piena espansione. Concorrono alla sua prosperità gli scambi con l'Europa del nord, le produzioni vinicole dell'entroterra con la nascita dei primi gran "cru", ma soprattutto il dinamismo dei suoi scambi marittimi. Nel 1777 si recensiscono 314 raffinerie di zucchero e oltre 450 negozianti, a Bordeaux si respira un gran cosmopolitismo fatto di mercanti cattolici, protestanti, ebrei portoghesi, irlandesi, inglesi e circolano grandi capitali che restano però concentrati nelle mani di pochissime famiglie. I nuovi sbocchi con le Americhe consentono a Bordeaux di esportare le sue produzioni e di importare quelle delle Antille, "le isole dello zucchero", merci ridistribuite poi su tutto il continente europeo. Sul porto della Luna circolano 3000 navi l'anno, la maggior parte fanno andata-ritorno diretto con le colonie, ma si sviluppa anche quello che viene chiamato il "commercio triangolare" ovvero in partenza dalla Francia prima i prodotti europei che verranno venduti sulle coste africane ( tele di cotone, sete,  ferro, fucili, munizioni, bevande alcoliche, derrate alimentari), l'imbarco di schiavi da rivendere o barattare nelle colonie d'America in cambio di zucchero, caffè, cacao, indaco, cotone da importare sul mercato europeo. La tratta europea degli schiavi andrà a recuperare la sua merce umana su 3500 chilometri di coste africane, dal Senegal al Gambia, dall'Angola al Mozanbico e Zanzibar e più tardi anche sulle coste dell'oceano Indiano. Ogni periplo triangolare Francia-Africa-Antille-Francia può durare da un anno a due anni. 

L'Espérance, Fortune, Liberté, Bonne Mère, Conduite de Dieu, Espoir, Hereuse Paix, Confiance, le navi portano nomi nobili e bellissimi, ma non altrettanto si può dire del loro carico umano. Allineati nelle stive come sardine secondo un preciso ordine,   tenuti nudi con ogni temperatura, (imperversavano scorbuto e dissenteria e bisognava poterli lavare in fretta col getto d'acqua), le gambe si sgranchivano sul ponte ballando al suono della frusta: questo il tipo di navigazione di uno-due mesi che veniva riservato agli schiavi per raggiungere dalle coste africane le Antille, Santo Domingo e Haiti in particolare. Karfa Diallo fa un parallelo con l'Olocausto per sottolineare come nel caso degli schiavi non ci sia affatto il progetto di sterminio, al contrario, gli schiavi rappresentano un lucroso investimento di denaro, sono dunque "merce" che va salvaguardata, anche se un terzo degli uomini già moriva durante il viaggio. Il campo di concentramento degli schiavi sarà la piantagione di zucchero, caffè, cacao sotto il sole dei tropici, un universo completamente chiuso in cui si lavora in catene dall'alba al tramonto e da cui si esce solo per finire sottoterra.

Altro che indigeno selvaggio, in effetti è l'uomo bianco il potenziale cannibale come suppongono alcune agghiaccianti testimonianze dell'epoca: "Malgré ce que m'avaient assuré le hommes de Bénin, je craignais souvent d'être mis à mort par ce hommes blancs qui me paraissaient si sauvages. Jamais je n'avais vu personne agir avec une telle brutalité".
"Les hommes d'équipage m'ont fait descendre au fond de la cale puante...Entre l'odeur épouvantable et les larmes qui m'étouffaient, je me sentais si mal que je ne pouvais rien avaler. J'avais juste envie de mourir".
Difficile per i negazionisti o i revisionisti della storia sempre in circolazione trovare nuove
versioni dei fatti, giustificare altrimenti quei 11-13 milioni di uomini che si stima siano stati condotti in schiavitù nel nuovo mondo dalla seconda metà del XVI° secolo alla prima metà dell'800. Tutto è documentato, sui giornali di bordo ogni voce viene annotata scrupolosamente, la data, il nome della nave, il capitano, l'armatore, il luogo della cattura, il posto di sbarco-vendita, il numero di "neri" imbarcato. E chi all'epoca aveva qualche scrupolo sulla legittimità della sua "proprietà", poteva sempre consultare 'le Code Noir" (il Codice Nero), quella sessantina di articoli promulgati nel 1685 da Luigi XIV° riguardanti le disposizioni sulla vita degli schiavi. Dall'articolo 44 si evince per esempio che lo schiavo è un "bene mobile" e lo si può dunque spostare a piacimento come una qualunque mercanzia. Sorprendente anche scoprire che nel 1804 Haiti paga alla Francia 80 milioni di franchi d'oro per comprare la propria indipendenza e che nel 1848 si provvide ad indennizzare i coloni bianchi per la perdita delle piantagioni espropriate.
Comunque non a tutti è andata così male, una modesta minoranza di neri/e e creoli/e delle colonie ha avuto "la fortuna" di sbarcare a Bordeaux quale domestica, balia, dama di compagnia di coloni rientrati nella madrepatria. Pare che facesse molto chic avere il proprio "négrillon" (negretto) sempre accanto come testimoniano i quadri dell'epoca. E poi, agli albori del '900 sul porto della Lune si affacceranno le grandi meravigliose navi da crociera delle traversate oceaniche e le Esposizioni Internazionali sulla gigantesca spianata di Quinconces celebreranno i prodotti e le bellezze di quelle lontane isole perdute con cui si sono comunque stabiliti solidi rapporti commerciali.

Il nostro interessantissimo giro con Karfa Diallo termina appunto sull'Esplande de Quinconces, proprio sotto la colonna che celebra "La libertà che spezza le sue catene". Oltre alla competenza, ho molto apprezzato l'equilibrio espositivo della nostra guida che malgrado le cose terribili che ci ha raccontato e che fanno parte indelebile della "sua storia" opera con la sua organizzazione per la conoscenza, per il dialogo, per l'apertura e mai la chiusura delle porte. E comunque per questa infamia della Storia nessuno può scagliare la prima pietra perchè le mani sporche ce le hanno proprio tutti. La schiavitù è stata praticata da tutte le civiltà, da sempre i prigionieri bottino di guerra sono stati considerati merce di scambio, le prime tracce si trovano addirittura nell'antichissima Mesopotamia; in un articolo di Paolo Mieli sulle pagine culturali del Corriere del 15 febbraio ho letto che all'inizio del '500 perfino il Papa Leone X° aveva avuto uno schiavo mussulmano-spagnolo di nome al Hasan al Wazzan. Non sono certo innocenti gli europei che con la scoperta delle Americhe e l'era coloniale hanno dato un vertiginoso impulso al traffico umano, ma nemmeno africani e arabi che hanno iniziato svariati secoli prima razziando uomini in oriente e occidente. E comunque non stiamo calmi, la schiavitù non è finita, ci rimane da riflettere e rivoltarci sulle nuove forme che ha assunto nella modernità.