venerdì 11 luglio 2014

Siviglia: omaggio a Don Giovanni tanto per cominciare

Plaza de Santa Cruz
Don Giovanni non è mai esistito in carne ed ossa, oppure si, se è vero che la penna di Molière, Goldoni, Puskin, Flaubert, Dumas, Bernard Shaw, Saramago e tanti tanti altri e la musica di Mozart o Richard Strauss hanno dato vita a una lunghissima serie di Don Giovanni dalle mille sfaccettature, invenzioni ogni volta più vere del vero; in realtà un solo personaggio, eterno nel suo valore simbolico di inossidabile seduttore. Appena arrivate al tramonto nella nostra stanza sotto le stelle nel quartiere Santa Cruz, ovvero l'antica Juderia della città tanto per cambiare, con la sua omonima stupenda piazza, poggiamo la valigia in camera e subito fuori a zonzo per non perdere un istante: Siviglia, ai giardini de Murillo  proprio sotto casa, ci accoglie con la statua di Don Giovanni, la prima cosa che vediamo; la città gli rende onore, ma lo interpreto in fondo e soprattutto come un omaggio alla letteratura e alla musica, in sintesi all'arte e ai suoi geniali interpreti tout court. E più tardi, nel suggestivo labirinto di viuzze e piazzette del vivace barrio di Santa Cruz, non potrò non fotografare un signore che magari è un fedelissimo integerrimo marito, ma che il physique du rôle del Don Juan dei nostri giorni ce l'ha, eccome se ce l'ha!
Ecco, ho rotto il ghiaccio con Siviglia, ma in realtà non so come organizzare le mie foto, quale priorità dare a tutte le meraviglie che ho visto e alle emozioni che hanno suscitato, e poi impossibile parlare di tutto, la città è talmente ricca di stimoli. Forse potrei cominciare in sordina con dei dettagli, i balconi per esempio che sono piastrellati anche di sotto, una festa di coloratissimi azulejos, e questo francamente non l'avevo mai visto, oppure gli androni delle case, talmente belli che mettono sempre voglia di entrarci dentro a curiosare. 




Potrei far vedere un ufficio postale, non ricordo di quale via o di quale quartiere che, accidenti, ci andrei tutti i giorni a fare la coda lì per pagare una bolletta...., vuoi mettere, era più bello di un museo!
La Torre del Oro sulle rive del Guadalquivir
Potrei parlare della Siviglia super dinamica che valorizza il suo passato, ma che è lanciatissima nel presente e l'Expo '92 svoltasi per celebrare il quinto centenario dalla scoperta dell'America testimonia di questa volontà iniziata due decenni fa di essere al passo coi tempi, ma preferisco dedicarmi alla Esposizione Iberoamericana del '29 che si snoda nel Parque de Maria Luisa, polmone verde del centro di Siviglia e che mostra padiglioni art déco semplicemente meravigliosi dei vari stati ispano-americani. Come a Granada prendiamo il CityBus che parte dalla Torre del Oro, la duecentesca torre di avvistamento di eredità Almohade sulle rive del Guadalquivir. Nel corso dei secoli la torre è stata utilizzata come magazzino per le ricchezze importate in Spagna dai conquistadores di ritorno dal Messico e dal Perù.
La prima fermata del bus è proprio davanti alla spettacolare Plaza de Espagna a pianta semicircolare , delimitata dal più grandioso degli edifici costruiti per l'esposizione ibero-americana del '29 che voleva essere, nell'intenzione dei promotori, una porta aperta verso il futuro, l'occasione per modernizzare la città attraverso importanti interventi urbanistici, la creazione di molti posti di lavoro, un sicuro incremento del turismo. La Siviglia di allora aveva proprio bisogna di un nuovo impulso e di investimenti in infrastrutture, rete idrica ed elettrica non coprivano il fabbisogno della città, insufficienti abitazioni e alberghi,  inadeguate la rete stradale e le pavimentazioni. 
Queste Esposizioni internazionali rappresentano sempre un'occasione privilegiata per la città che le ospitano, pensiamo a cosa ha rappresentato quella Universale di Parigi nel 1900, ho visto il cambiamento di Lisbona o di Marsiglia (l'anno scorso città europea della cultura), per non parlare di tutti i cantieri aperti di Milano in vista dell'Expo dell'anno prossimo e di come la metropoli milanese stia mutando.  A Siviglia i padiglioni di Spagna, Honduras, Messico, Argentina, Guatemala, Perù, Uruguay, Colombia, meritano tutti di essere visti.
Non più un caldo torrido come a Cordova, una bella passeggiata serale quel primo giorno a Siviglia; l'impressione di una città di grande fascino dove passeggiando si respira una bellissima atmosfera, i caffè sono affollati, la gente chiacchiera tranquillamente e si diverte. Imponente la Cattedrale tutta illuminata con la sua torre che si chiama Giralda, quasi fosse una persona e che non sono riuscita a sapere perché, una luna piena e due ragazze che ballano il flamenco per strada per racimolare qualche soldino. Accipicchia, che meraviglia, a Siviglia si sta proprio bene e non se la deve passar male neanche quella mucca che accoglie i curiosi sul ciglio del negozio, solo nelle ore lavorative, s'intende!!!.

  
  

martedì 8 luglio 2014

Madinat al-Zahara, la "città splendente" e le cicogne

Pochi chilometri a ovest di Cordova e sulla strada per Siviglia, impossibile non fare una sosta a Madinat al-Zahra, "la città splendente", questo significa il suo nome, e visitare quel che resta della sontuosa città-fortezza fatta erigere dal califfo Abd er-Rahman III nel X° secolo. Ai piedi della Sierra Morena, sulla piana del Guadalquivir, un complesso distribuito su tre terrazze, con il palazzo del califfo sulla terrazza superiore a dominare quelle che dovevano essere la sua corte e la città. Considerata come uno dei principali siti archeologici a livello nazionale ed europeo di epoca medievale sia per l'estensione (112 ettari) che per la sua importanza storica, Madinat al Zahra è stata la capitale politica ed amministrativa per buona pare del X° secolo della presenza mussulmana della dinastia Omayyade nella penisola iberica.
Si stima che attualmente solo una decima parte dell'estensione totale della città intra muros sia stato riportata alla luce. Corrisponde al settore centrale dell'Alcazar che appare diviso in due grandi spazi urbani: uno pubblico e amministrativo a est, dove sono situati gli edifici del governo e di rappresentanza, e l'altro privato a ovest, dove sono ubicati gli appartamenti delle persone più importanti. La fondazione di Madinat al-Zahra fra il 936 e il 940 necessita di nuove complesse infrastrutture sul territorio: strade, acqua, approvvigionamento di materiali; infrastrutture visibili ancora oggi nei resti di vie, ponti, acquedotti e cave dei dintorni che dimostrano quanto la nuova città fosse completamente autosufficiente e quale impegno fosse stato profuso per realizzarla. 40 anni di lavori  e un esercito di 10.000 uomini per edificarla, eppure un'esistenza effimera, solo una settantina d'anni, dal 936 al 1013. Finisce la stella della dinastia Omayyade d'Occidente, lotte intestine di potere seguiranno la caduta del Califfato di Cordova e l'unità di Al- Andalus verrà smembrata in numerose Taifa, ovvero stati e staterelli autonomi (Almerìa, Arcos, Murcia, Carmona...).   
Abd al- Rahman, fondatore della città, era stato l'ottavo emiro di Al- Andalus, appartenente a quella dinastia dei califfi omayyadi di Damasco, la cui discendenza governava la penisola iberica dal 756 e di cui Cordova era stata fino ad allora la capitale. Abd al Rahman si era autoproclamato califfo nel 929 come difensore dell'ortodossia mussulmana sunnita in opposizione alla presa di potere in nord Africa della dinastia Abasside sciita. Abd al-Rahman vorrà sottolineare il nuovo potere del suo califfato con due atti fondanti, il conio della moneta d'oro (il dinaro), prerogativa esclusiva del califfo, e la fondazione di una nuova città, Madinat al Zahara. 
Ma "la città splendente", distrutta nei primi anni del secondo millennio dagli eserciti berberi, sarà oggetto per secoli di sistematici saccheggi: capitelli, colonne, oggetti, motivi ornamentali, materiali di costruzione, tutto verrà disperso fra l'Alcazar di Siviglia, la cattedrale di Terragona, Gerona, chiese e monasteri castigliani, il monastero di San Geronimo a Cordova e altri luoghi della Spagna edificati anche con tessere di questa città. Quando nel 1236 Ferdinando III conquisterà Cordova, il ricordo della città splendente si sarà evaporato per diventare nella parlata comune solo "Cordova la vecchia". Bisognerà aspettare l'inizio del XX° secolo perché il campo di rovine, attraverso i rigorosi lavori di recupero archeologico, torni lentamente e parzialmente a risvegliare antichi splendori.  
Perfettamente inserito in chiave modernissima nell'ambiente circostante, è magnifico il nuovo museo, allestito sulle fondamenta di uno degli edifici riportati alla luce dagli scavi, che ripercorre la storia di Madinat al-Zahara con sezioni dedicate ai suoi abitanti, al suo sviluppo e alla sua progressiva distruzione e una planimetria dell'attuale sito archeologico. L'esposizione di reperti ritrovati in loco e le ricche didascalie museali lasciano facilmente intuire quale debba  essere stato lo splendore di questo luogo negli anni fasti del suo apogeo. 

E poi chi lo sa, forse tutti quei nidi di cicogne con i loro piccoli visti  lungo la strada volevano proprio annunciare che finita l'epoca di "Cordova la vecchia", la splendente Madinat al-Zahra con i suoi segreti sta lentamente rinascendo dalla sabbia. Continuando sull'autostrada, intravediamo da lontano Carmona che meriterebbe senz'altro di essere visitata, ma....l'Andalusia è proprio tutta magica e siamo curiose di ...Siviglia.


venerdì 4 luglio 2014

Cordova: la diaspora culinaria

Chiusa la breve ma intensa parentesi parigina ritorno a foto, appunti, ricordi andalusi e alla splendida e torrida Cordova; pensare che a Nizza, dove mi trovo adesso, serve il golfino, diluvia tutti i giorni e talvolta c'è la stessa luminosità di novembre. Oggi vorrei parlare della Juderia, l'antico quartiere ebraico di Cordoba, dall'esterno case semplici imbiancate a calce che dietro il cancello d'ingresso in ferro battuto nascondono la bellezza di patii ombrosi e fiori, un suggestivo dedalo di vicoli e piazzette che testimoniano di una presenza antica e pazienza se strada facendo fra i cactus sono spuntate Madonne, chiese e croci a mai finire.
Calleja de las Flores, tutta tappezzata di vasi blu e gerani rossi, così stretta che più stretta non si può,  Calle de los Judios, un nome fin troppo esplicito, fin dal II° secolo dell'era volgare è attestata in Spagna la presenza di una delle più grandi comunità ebraiche d'Europa. Dopo la conquista araba si sviluppa una proficua integrazione con il mondo mussulmano; nel X° secolo, come banchieri, medici, giuristi, filosofi, poeti, funzionari pubblici,  vengono riconosciuti tra i membri più attivi della società. Ed è propria la prossimità del quartiere della Juderia alla Mezquita,  cuore di Cordova, a testimoniare dell'importanza assunta dalla comunità ebraica in seno alla società locale e alla vita cittadina. 
Visitiamo la sinagoga, uno dei soli tre luoghi di culto rimasti  in Spagna, gli altri due si trovano a Toledo. La sua costruzione risale al 1315, ma è dal 1492, il famigerato anno dell'espulsione, che non vi si officiano più funzioni religiose. La sinagoga è stata poi sede di vari ordini religiosi cristiani e anche di un ospedale. Si ammirano pareti con sofisticate decorazioni a stucco, la stella mudéjar, iscrizioni in ebraico e motivi floreali, si intuisce l'antico prestigio del luogo, ma nel presente la visita riveste solo interesse storico e museale perché ormai da secoli è un luogo morto, abbandonato com'è dalla vivacità di una comunità attiva.   
Nel cuore della Juderia anche la "Casa de Sepharad", un tempo collegata alla sinagoga da una galleria sotterranea. Oggi è sede di un piccolo museo dedicato alla cultura sefardita, la musica, le tradizioni, le donne, poetesse e intellettuali dei periodi fasti di Al-Andalus; anche a Cordova, come abbiamo già visto a Granada, ci sono fortunatamente spazi che recuperano frammenti a testimonianza e ricordo di un mondo scomparso.




Interessante nel museo la spiegazione di "Hamsa", questo talismano portafortuna a forma di mano che ho visto tante volte e di cui ignoravo esattamente il significato. Hamsa in arabo significa "cinque". Di origine preislamica è diventato un amuleto molto diffuso sia nel mondo mussulmano come in quello ebraico. Gli arabi lo chiamano "Mano di Fatima" , la figlia del profeta Maometto e gli ebrei lo chiamano "Mano di Miriam", la sorella di Mosé; per gli uni quel numero cinque simboleggia le cinque regole-pilastro dell'Islam, per gli altri i cinque libri della Torah, il Pentateuco appunto. 
 La Casa de Sepharad presenta anche una ricca documentazione sulla vita e le opere, filosofiche, teologiche, mediche e giuridiche di Maimonide, un gigante del pensiero ebraico. E' nato qui, il Rambam, nella Juderia di Cordova, città che dovrà poi lasciare con la famiglia per l'intolleranza degli Almohadi, rifugiandosi prima in Marocco e poi in Egitto, al Cairo, dove scriverà la famosissima "Guida dei perplessi", testo chiave della riflessione filosofica-teologica del pensatore. A lui dedicata una piazza con una scultura e proprio accanto in Calle Averroé, l'omonima Università Internazionale di Studi Islamici. Averroé, altro gigante di scienza e pensiero,  anche lui nato a Cordova negli stessi anni di Maimonide, anche lui filosofo, medico, matematico, giurista, anche lui costretto all'esilio a Marrakech durante l'ondata di fanatismo religioso mussulmano che colpisce Al-Andalus alla fine del XII° secolo e che non risparmia nemmeno i suoi uomini migliori. Vita grama per i grandi liberi pensatori, ma interessante constatare quale humus culturale abbia rappresentato Cordova a quell'epoca. Ho sempre letto che è raro il genio solitario, è nel contesto sinergico di fruttuosi scambi che si alimenta la ricchezza del pensiero. 
Passando a soggetti più futili, devo raccontare della grande gioia di cenare quel giorno a Casa Mazal, secondo la Lonely Planet, e a ragione, il miglior ristorante della Juderia nonché indirizzo DOC di "diaspora culinaria". Prima di tutto per il nome del ristorante, Mazal, che in ebraico vuol dire "fortuna", difatti "Mazal Tov" il corrente augurio di buona fortuna in Israele. Papà mi raccontava sempre molti aneddoti di una sua zia, matta come un cavallo, che si chiamava Mazal, la "tia Mazal" a cui secondo papà io assomigliavo proprio in quanto a stranezze. La seconda cosa che mi ha fatto grande piacere è stato trovare sul menù la voce "Yaprakis". Sono le foglie di vite ripiene di riso, il mio piatto preferito in assoluto. In Grecia le chiamano "dolmades", ma in Turchia, Yaprakis, proprio come un tempo a casa mia. Due semplici parole che mi hanno fatto fare un bel tuffo nel passato e nei ricordi.
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Non documento con foto, per ovvie ragioni di riservatezza, le benefiche tre ore passate ai bagni arabi con tanto di massaggio, tè alla menta e piscine di abluzioni varie, con quel caldo torrido fra l'una e le quattro del pomeriggio è quanto di meglio si possa fare, ma condivido invece il bellissimo tablao dove alla sera abbiamo assistito a uno spettacolo di musica e flamenco interpretati da artisti giovani e bravissimi. Mi ha colpito molto, e ritornerò a tempo debito sull'argomento, la drammaticità del loro modo di cantare e questo benedetto flamenco che sembra esprimere rabbia, fierezza, sfida, quasi una lotta all'ultimo sangue con non so bene chi piuttosto che un sereno ballo di divertimento.


       Olé, la tappa dell'indomani è Siviglia!!