mercoledì 14 ottobre 2015

Cap Ferret: Herbe e la rue des chiens qui dorment


Lingue estreme di sabbia, terra o roccia davanti al mare o all'oceano, tutti i capi hanno fascino e senza andare lontano penso a quelli che conosco meglio, a Cap Martin, Cap d'Ail, Cap Ferrat o Cap d'Antibes a un tiro di schioppo in Costa Azzurra. In questi Capi, a pochi chilometri dal confine di Ventimiglia, vegetazione tanta, ma anche ville, indiscutibilmente troppe, fortunatamente per lo più nascoste nella macchia mediterranea. Altro discorso per Cap Ferret in Aquitania: intanto presenta altre dimensioni, una ventina di chilometri, e poi è una vera oasi naturalistica compresa tra il bassin d'Arcachon e l'oceano a un'ora scarsa da Bordeaux. Colpo di culo, mio figlio Francesco, ideologicamente restio alla macchina e alle gite domenicali fuori porta, si è lasciato convincere ed è stata una giornata meravigliosa, basta già guardare l'incanto della strada per arrivarci e il cielo senza una nuvola.
Nostra prima meta è il Faro, punto finale d'incontro fra l'oceano e la zona lagunare del "bassin d'Arcachon", quell'universo protetto del bacino, frequentatissimo dagli umani ma anche da uccelli di svariate specie a seconda della stagione, dove l'acqua dolce del fiume Eyre si mescola con le acque salate del grande mare aperto. Il Faro veglia notte e giorno sull'Atlantico  e sullo stretto passaggio d'ingresso nel bacino.   L'alternarsi delle maree funge da demiurgo dei luoghi, magico panorama in costante mutazione.

Protagoniste incontrastate del Bassin d'Arcachon sono loro, le ostriche, qui la più estesa ostricoltura d'Europa, ma non ne scrivo perché l'ho già fatto qualche anno fa quando sono venuta da queste parti a visitare l'amica Françoise (http://www.saranathan.it/2009/05/ostriche-ed-oceano.html). Mi limito a guardarne le distese allineate sull'acqua, a seguire il trattore che va su e giù con i suoi carichi preziosi per l'economia del luogo, a osservare le barche alla deriva sulla sabbia nell'attesa che ritorni l'alta marea e con lei il loro beccheggiare sull'acqua.
Il tempo sembra essersi fermato e si fermano pure le parole, dice già tutto la bellezza del paesaggio e non serve altro. Guardi a sinistra, vedi il "bassin" e Arcachon in lontananza di fronte. Guardi a destra e ci sono le spettacolari Dune du Pilat, le più estese e le più alte d'Europa, con punte che toccano i 110 metri di altezza. Sulle chilometriche coste delle Lande l'oceano nei secoli aveva formato delle immense spiagge, sabbie che asciugatesi sono state progressivamente trasportate dal vento dell'ovest verso l'interno fino a formare delle dune mobili tali che costringevano i villaggi a spostarsi. A partire da metà '800 si mettono a punto dei sistemi per arginare e "fissare" le dune al suolo piantando soprattutto pini marittimi e ginestre, un'immensa "duna litorale" che non indietreggi più sul territorio circostante. La vista di questo muraglione mi ha evocato il ghiacciaio  Raphael,  visto da una barca nella Patagonia Cilena. Là una distesa di ghiaccio bianco, qui di sabbia gialla e la stessa impressione  di insondabile maestosità della natura. 
Ancora più a destra dal faro, un percorso di trecento metri che sembrano non finire mai perché i piedi affondano faticosamente sulla sabbia  ed ecco l'oceano
Seconda sosta della domenica nel villaggio "Herbe", affacciato sul "bassin" che dicono essere fra i più belli e pittoreschi della penisola. Non dico piccolo come quel Rio Bo di Palazzeschi, ma poco ci manca e fotografo una cartolina presa dall'alto per dare idea delle dimensioni del luogo, una sola strada, qualche vicolo fra le case e l'acqua. Villaggio di ostricoltori e pescatori,  a parte quelli che ci vivono e ci lavorano e ovunque si vedono gli arnesi del mestiere, a Herbe si viene per mangiare ostriche con un buon bicchiere di vino, giocare alla pétanque, le sacre bocce, godersi il mare e oziare; semplicità a tutto tondo, i nomi delle pochissime stradine non sono dedicate a illustri personaggi, ma per esempio ai cani che dormono e questo non l'avevo mai visto.
In un cartello leggo che, come tutti i villaggi di Cap Ferret, anche Herbe è sorto con gli inizi dell'ostricoltura moderna fra la fine del 19° e l'inizio del 20° secolo. Sono pescatori arrivati spesso dall'altra parte del bacino che si sono istallati qui per evitare la traversata ogni giorno e dover aspettare i tempi delle maree. Herbe è costruito sul demanio marittimo pubblico, nessuno è dunque proprietario del terreno e tutti pagano un affitto allo stato; sono ovviamente prioritari gli ostricoltori e i pescatori di professione. Le case sono tutte rigorosamente in legno, controllate in ogni modifica dai Bâtiments de France e non possono essere né subaffittate né vendute né trasmesse a chi si vuole. Leggendo mi viene da pensare a certe nostre categorie di lavoratori che si passano il posto da padre in figlio o membri della famiglia manco fosse dinastia reale. 
 Ai margini del villaggio di Herbe, 150 fa, un certo Léon Lasca, costruttore del porto di Algeri, ha fatto costruire  una sua lussuosa residenza moresca, "la villa algérienne" in controtendenza con i ricchi borghesi di Bordeaux che si erano concentrati per le residenze secondarie ad Arcachon. Di quella follia architettonica è rimasta solo la cappella di fronte al mare, bellissima, si chiama Eglise Notre-Dame des Flots, Nostra Signora delle Onde e trovo che il nome le stia a pennello.


  
                

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