domenica 21 aprile 2013

Highway One: american Amalfi

Appuntamento mattutino in un quartiere residenziale di San Francisco per passare a prendere Cheryl e Jere ospiti presso degli amici. Quartiere di ville e villette colorate in legno, proprio l'immagine classica e forse più rappresentativa della città.

Bel giardino, bella casa, tanta luce, ma soprattutto una quantità indicibile di gatti sovrani indiscussi dei luoghi; mi è venuto in mente che ogni tanto si legge sui giornali di qualcuno che in America ha lasciato tutto in eredità ai suoi felini e ho intuito come in fondo sia possibile, semplici apprendiste le gattofile di casa nostra, da Susan è un'altra cosa, hanno persino l'acqua corrente, la cosa che mi ha colpito di più; un paradiso per siamesi e soriani, immagino un vero inferno per chi soffre di allergie da peli di gatto.

Nel primo tratto di autostrada in direzione di Big Sur si susseguono vari paesaggi: colline, boschi, pianure coltivate a aglio e carciofi, dune bianche all'altezza di quella Monterey, immortalata dalla prosa di John Steinbeck. E' lo zampino degli spagnoli che nel XVIII° secolo tentarono di colonizzare il territorio e dei preti che li accompagnavano, ma terra d'oro e di santi verrebbe da dire.

Infatti oltre San Francisco fondata nel 1776 come "Mission Dolores" dai religiosi, i nomi di tutte le località sono in odore di santità, San Martin, San Benito, San Miguel, San José, San Bruno, San Juan, San Matteo, San Antonio, San Ignacio, Santa Clara e avanti così, fra le poche eccezioni il cartello stradale di Palo Alto, porta aperta in direzione della modernità con la Nasa, Google, Apple, la Silicon Valley, lungo la strada si intravedono alcuni edifici di questi giganti tecnologici, ma questa è un'altra storia.
Usciti dall'autostrada a Castroville, regno dei carciofi, inforchiamo la Highway One, chiamata, e se lo merita, l'American Amalfi, lunga 145 chilometri e in funzione dal 1938, dove percorso tortuoso, oceano e immense scogliere diventano protagonisti indiscussi del paesaggio superlativo. La cosa strana è che esattamente all'opposto dei nostri lidi, l'alpeggio e la vegetazione rigogliosa continuano fino all'oceano, mentre sarà abbandonando la costa e dirigendosi verso l'interno, che la terra diventerà brulla fino a quasi desertica. Sull'America Amalfi a metà dell'800 i coloni si sono sistemati nelle strette valli boschive parallele alla costa per dedicarsi all'agricoltura e al taglio delle sequoie, solo molto più tardi arriveranno il turismo e le case di villeggiatura.

 
Improvvisamente lo spettacolo di decine di leoni marini mollemente adagiati su una spiaggia a poltrire, magari sono loro le sirene oversize del Pacifico.
Erroneamente credevo che Big Sur, la meta del giorno stabilita dal gran capo Jere fosse il nome di una località, di un borgo, di un paese, ma mi sbagliavo, Big Sur è solo uno dei tratti di questa costa dalla bellezza selvaggia, case di legno, ville, resort alberghieri sparpagliati qua e là e ben nascosti dalla foresta. A Big Sur siamo passati davanti alla Henry Miller Memorial Library che conserva una ricca collezione di manoscritti, lettere, le varie edizioni dei libri dello scrittore. Miller si era trasferito a vivere a Big Sur nel 1940 e ci è rimasto per lunghi anni.

 Francamente mi sarebbe piaciuto metterci il naso nella Library, in tanti abbiamo stupito in gioventù leggendo il Tropico del Cancro (1933) e il Tropico del Capricorno (1938), che trasgressione formidabile accostare questo autore tanto amato dalla beat generation che scriveva in un modo tutto nuovo osando sfidare i valori culturali e morali americani dell'epoca, ma purtroppo era il giorno di chiusura.  Aperto invece e ci aspettava il Big Sur Inn che già nel 1930 offriva ospitalità ai viaggiatori avventurosi, non una costruzione unica ma deliziose baite di legno sparse tra gli alberi che sembrava di essere fra le Dolomiti e meno male che in ogni stanza c'era il caminetto subito acceso.

Sempre sull'American Amalfi e a pochi chilometri di distanza dall'area di Big Sur, sulla Santa Lucia Mountain e davanti al Pacifico,  la tenuta di non so quanti acri e la sontuosa residenza che, ciliegiona sulla torta, la domina: si tratta del Castello Hearst, donato dalla Hearst Corporation alla California. La foto di sinistra dirà poco a molti, ma sono sicura che quella di destra, Orson Welles in Quarto Potere, film pietra miliare della storia del cinema del 1941, parlerà a tutti. Il Citizen Kane Orson Welles, interpretando William Randolph Hearst denuncia spietatamente il potere legato all'informazione mediatica.

George, il padre minatore di Hearst, arricchitosi  a dismisura con la miniera d'oro e d'argento di Comstock Lode in Nevada e lo sfruttamento di altri giacimenti minerali in giro per gli Stati Uniti, compra la tenuta nel 1865. Il figlio, magnate della stampa, affiderà all'architetto Julia Morgan il compito di concepire un "bungalow". 


I lavori dureranno dal 1919 al 1951, solo 32 anni, e  William Randolph Hearst non farà in tempo a vederli ultimati perché strada facendo il "bungalow" sarà composto da una casa padronale, Casa Grande, in stile mediterraneo e tre case annesse (Casa del Mar, Casa del Monte, Casa del Sol denominate così in base alla vista) per gli ospiti per un totale di 56 camere da letto, 61 stanze da bagno, 19 saloni, due biblioteche, la sala da biliardo, un beauty salon e un teatro, più uno zoo privato, campo da tennis, la piscina esterna di Nettuno, con facciata da tempio greco-romana e quella interna che sembra i bagni Geller a Budapest. 
Si potrebbe forse scrivere kitsch ma fa senz'altro più fine definire lo stile generale eclettico partendo dalle torri in stile coloniale spagnolo con arabeschi in ferro battuto e campane belghe ai portici etruschi, dalle piastrelle veneziane incastonate d'oro ai vasi greci sugli scaffali della biblioteca, con riferimenti rinascimentali, barocchi e chi più ne ha più ne metta. Personalmente mi ha fatto più effetto pensare che di lì è passato per anni il gotha di politica, (Franklin Roosevelt e Winston Churchill per esempio), finanza, cultura americana e non solo e soprattutto i divi di Hollywood che ho più amato: Charlie Chaplin, Clark Gable, Cary Grant.

1 commento:

  1. I really do feel that this is one of the most beautiful places in America.. Fields of poppies and the beautiful ocean. Such nice history you have added!

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