sabato 19 aprile 2014

Germania 1933?

“A Donetsk gli ebrei della città hanno ricevuto un avviso che li obbligherebbe a registrarsi entro pochi giorni dichiarando tutti i loro averi... Secondo alcuni racconti, a chi non si fosse registrato si minaccia la  revoca della cittadinanza, la confisca del patrimonio e l’espulsione”.

*Dall’articolo “ Accordo a quattro sull’Ucraina” a firma Fabrizio Dragosei apparso a pagina 12 del  Corriere della Sera di venerdì 18 aprile 2014.


Germania 1933?? Niente affatto, Ucraina 2014!


PS: dall'amica Daniela ricevo questo commento:

Pare che sia un falso, uno scherzo di pessimo gusto: il presunto autore dell'avviso, Denis Pushilin, ha immediatamente smentito di averlo scritto. Il video in inglese http://youtu.be/7mXsnttDvYc spiega l'equivoco.
Ciò non toglie che si tratti di un atto spregevole.

martedì 15 aprile 2014

San Andrés: fra pirati e iguane

Per la verità avrei preferito andare ancora in giro per la Colombia, che ne so, visitare Medellìn, Calì, Santa Marta, Tierradentro o dei parchi naturali, c'era ancora talmente tanto da conoscere, ma il gruppo aveva concepito il viaggio diversamente e io mi ero semplicemente aggregata, dunque prendere o lasciare. Certamente aveva allettato tutti l'idea di terminare la vacanza con qualche giorno al mare e poi fra i compagni c'era chi faceva il sub, dunque cosa meglio di un'isola corallina in mezzo all'oceano per visitar fondali? Lasciando la Colombia per San Andrés, nemmeno in Israele così tanti controlli all'aeroporto, hanno ispezionato due volte sia il bagaglio in stiva che quello a mano, siamo sui percorsi della droga, ma io sono tranquilla, in viaggio non compro più neppure le spezie, manco l'origano, perché dopo qualche anno in bella mostra in un  barattolo finisco sempre per buttarle via.
 Bellissima fra acque, cielo e nuvole la vista dall'aereo di quella lunga linea di terra che è San Andrés.
Pare sia incontaminata e non ancora raggiunta dal turismo di massa la vicina isola Providencia, io posso dire solo di San Andrés che è bella ma non la fine del mondo, facilmente raggiungibile per i vacanzieri  del centro o sud-America, ma non la consiglio ai più lontani europei anche se stanno ingrandendo l'aeroporto perché pare che approdino sull'isola 1300 turisti al giorno, in particolare voli charter che arrivano dalla repubblica ceca via Cuba.
L'arcipelago di San Andrés e Providencia è storicamente legato all'Inghilterra di cui è stato colonia e fa politicamente parte della Colombia. San Andrés, centro amministrativo e commerciale dell'arcipelago è l'isola più grande con 80.000 abitanti che parlano spagnolo e inglese caraibico e con i suoi 27 kmq. di superficie. Si trova a 150 chilometri a est del Nicaragua e a circa 800 km. a nord-ovest della Colombia. E fra i due paesi esiste un contenzioso, complici forse  fonti  di petrolio trovate  in mare, e il Nicaragua insiste senza successo presso il tribunale internazionale dell'Aja nel rivendicare la sovranità sulle isole. 

Il boom del turismo e del commercio, sviluppatosi a partire dagli anni 50 del '900 con l' isola dichiarata zona franca e con i primi aerei che la collegavano alla terraferma, ha in parte snaturato la cultura "raizal" locale, un' etnia afro-caraibica ( schiavi neri importati dagli inglesi dalla Giamaica per coltivare tabacco e cotone) e oggi l'isola è una mescolanza di cultura latino-americana e anglo-caraibica. Si vive di agricoltura, poca, e di turismo, tanto. Per fortuna noi siamo a San Luis, la parte più ruspante e conservata nel suo spirito originario dell'isola, in un alberghetto modesto ma che accede direttamente alla spiaggia a qualche chilometro da "El Centro" dell'isola brulicante di cemento, edifici moderni e colorati ma comunque troppi, alberghi più o meno chic, un interminabile lungomare, negozi duty free uno via l'altro dall'inverosimile quantità di merce e alé, la possibilità di shopping turistico a mai finire. Sparse in giro per l'isola vediamo anche molte ville chiuse requisite dal governo ai narcotrafficanti che nei fasti degli anni '80 vivevano qui da nababbi.

Bella la passeggiata sulla spiaggia di prima mattina curiosando nei dintorni fra baracche e ville, i ristorantini piedi nella sabbia  aperti a tutte le ore, i bambini che giocano aspettando le onde e di fronte, a qualche decina di metri sempre presente una lunga riga di schiuma bianca, è dove l'oceano s'infrange contro la barriera corallina.



Andandomene a spasso da sola lungo una strada che fa il giro di tutta l'isola scopro la gentilezza dei locali, ti salutano sempre amabilmente tutti, scopro anche il cimitero locale. Tombe semplicissime coperte di fiori, a volte solo sabbia, i cari estinti ricordati  sempre in inglese.

Vari i punti di interesse, per esempio la Loma che è come chiamano la selva centrale dell'entroterra; case tradizionali di legno, l'acqua corrente che non è ancora arrivata nelle case, la prima chiesa battista fondata sull'isola a metà '800. Per esempio numerosi alberi del "noni", che non avevo mai visto dal vero. Come una pera bitorzoluta con la varicella, è un frutto ricco di minerali e vitamine che viene utilizzato da sempre dai polinesiani per le sue numerose proprietà benefiche e adesso comincia ad andare di moda anche da noi. L' "Hoyo Soplador" ovvero l'occhio che soffia, un piccolo geyser dove in determinate condizioni di vento e marea l'acqua del mare schizza in aria fino a 20 metri attraverso un foro naturale aperto nella roccia corallina.
"La coconut house", una casa fatta esclusivamente in cocco dal Signor Forbes con annesso un parco ecologico dove abbondano iguane e coccodrilli. Dulcis in fundo, la "grotta del pirata Morgan". Già, a causa della loro posizione strategica, le isole offrivano un comodo rifugio ai corsari notoriamente ghiotti dei galeoni spagnoli che tornavano nella madrepatria carichi d'oro e altri metalli preziosi e si dice che il tesoro accumulato dal bucaniere Henry Morgan sarebbe nascosto proprio qui.. La grotta per la verità è tutta piena d'acqua, si riesce a vedere solo l'imboccatura e una sirena scolpita nella roccia, ma a fianco la perfetta ricostruzione style Walt Disney della casa del pirata, cannoni, due navi, di tutto di più.
Certo abbiamo cenato al La Regatta, il ristorante più "in" di San Andrés che sembra di essere sulla tolda di una nave e dove naturalmente c'era una foto del proprietario con Ernest Hemingway che francamente era sempre in giro a spassarsela e  mi chiedo quando trovava il tempo di scrivere, ma dove mi è piaciuto di più è stato da "Mister Panino" tenuto da un siciliano verace che da dodici anni si è trasferito qui con la moglie e vi si trova benissimo. A parte un favoloso piatto di spaghetti alla norma , la cosa più bella era la sua cameriera: una creatura boteriana in carne ed ossa,  non dipinta o scolpita, ma stupendamente vera! 
       

domenica 13 aprile 2014

Haim Baharier: La valigia quasi vuota

Ho già avuto un primo grande Maestro di vita ed è stato mio padre, imprescindibili per la mia formazione il suo amore per me, la coerenza del suo vivere, il suo esempio. Poi nell'arco di una vita qualche incontro importante di quelli che lasciano il segno, ma non pensavo mai che mi sarebbe capitata la fortuna di trovarne un altro di Maestro, mi è successo e si chiama Haim Baharier. 

Che sia ben chiaro, non si tratta di un guru visto che in circolazione fra veri e finti ce ne sono fin troppi, ma di qualcuno che mi fa pensare oltre i sentieri che sono avvezza a percorrere e che ribalta sempre i ragionamenti lasciando intravedere nuovi punti di vista o prospettive; l'orizzonte si allarga, tante certezze erroneamente ritenute infrangibili si trasformano così in dubbi, e i dubbi ho imparato che sono un nutrimento indispensabile per continuare a cercare, per tentare di crescere e non riposare sugli allori. Gli ozi di Capua sono stati notoriamente nefasti per Annibale e i suoi uomini. 

L'ho sentito parlare per la prima volta a un convegno lacaniano alla Biblioteca Sormani nel 2000 e confesso che ho capito ben poco, però mi ha intrigato e poco dopo l'ho ascoltato in una trasmissione televisiva ospite di Gad Lerner mentre dibatteva della necessità di un percorso identitario. Per me la sorpresa di parole nuove e diverse, parole che trovavano un'eco nel mio profondo, non so bene cosa, ma qualcosa ha fatto tilt nella mia mente e ho avuto voglia di saperne di più e di partecipare alle sue lezioni. Da allora sono passati 14 anni e non ho più smesso, lezioni private in gruppi ristretti e lezioni pubbliche affollatissime in vari teatri cittadini, i suoi interventi a convegni e interviste; nelle lezioni il punto di partenza è di solito la lettura e il commento di un passaggio dell'antico testamento secondo la tradizione ebraica, ma poi l'interpretazione apre innumerevoli finestre e trovano spazio riflessioni sull'uomo, sulla vita, sul nostro mondo attuale, sull'etica. Da ogni incontro porto sempre a casa uno spunto su cui riflettere, una consapevolezza acquisita di domande che restano tali perché soprattutto sui grandi temi non ci sono risposte prêt-à-porter e nel contempo la consapevolezza dell'importanza di porsele comunque certe domande.

L'occasione per scrivere queste cose me la offre l'uscita recente per i tipi della Garzanti del suo quarto libro, "La valigia quasi vuota". A scanso di equivoci dico subito che leggerlo non è una passeggiata, i suoi libri non lo sono mai, piuttosto una scarpinata in montagna: sarà che la lettura della Torah, se è autentica, dovrebbe far venire il mal di pancia per tutte le riflessioni che suscita e dunque per estensione tutti i libri che si e ci interpellano hanno il dovere di non essere "rilassanti", sarà che è quello che Pavese definiva "il mestiere di vivere" a non essere semplice, sarà che il mio Maestro dice spesso che alle scorciatoie preferisce le "allungatoie", le prime sono certamente più comode e veloci ma non necessariamente le migliori. 
"La valigia quasi vuota" appartiene a Monsieur Chouchani, un personaggio per lo meno enigmatico realmente esistito apparso misteriosamente nella Parigi del dopoguerra fra i reduci dai campi di sterminio e poi altrettanto misteriosamente scomparso. L'aspetto fisico è quello di un barbone trasandato e maleodorante, ma la statura culturale ed etica dell'uomo è talmente immensa da godere della considerazione e dell'ammirazione dei più grandi scienziati e accademici del tempo, lui dal sapere enciclopedico ferrato in ogni disciplina a cui vengono offerte tutte le cattedre universitarie, lui poliglotta che parla perfettamente non so bene quante lingue e che secondo l'autore ha avuto il grande merito di ridare consapevolezza e dignità collettiva a quella specie di armata Brancaleone che di ritorno miracolosamente dai lager si è ritrovata a Parigi per cercare, se è mai possibile, di nuovo un senso, per tentare di reinventarsi una vita, "un'accozzaglia di individui che in apparenza facevano popolo ma che in realtà vivevano e morivano senza socialità..." .  Monsieur Chouchani un bel giorno se ne andrà via con tutti i suoi misteri, lasciando poche briciole dei suoi straordinari saperi e la sua " valigia quasi vuota" a casa dei suoi ospiti,  non certo vuota di significati ma comunque difficile anche lei da decifrare nei suoi scarni contenuti. Baharier ci dà però una chiave: "Chouchani non va interpretato troppo, è la sua stessa vita che ci insegnava e ci insegna".
E nel libro oltre a Monsieur Chouchani e a quella particolare Parigi degli anni cinquanta-"Al Marais, ho afferrato che non soltanto l'uomo Chouchani ma anche l'ambiente che lo accolse, e lo evocò, reclamavano testimonianza."- si snodano i frammentati ricordi dell'autore allora bambino, quelle sere del venerdì in cui si ritrovava spesso a casa fianco a fianco dello strano invitato, le prime sfide della vita a scuola e con certi compagni, il rapporto austero con i genitori che faticano entrambi a esternare l'amore, gli studi talmudici, lo sforzo dell'insegnamento ermeneutico intrapreso nel corso degli anni: "Da anni insegno e da ogni lezione spremo imperterrito il significato ultimo da offrire agli allievi."  Un'alternanza di flash del passato e del presente filtrati attraverso le riflessioni maturate lungo il percorso di una vita.
Chi pensa che sia una storia prettamente ebraica, secondo me si sbaglia di grosso, perché Monsieur Chouchani, emblematico nei suoi contrasti amplificati, incarna per eccellenza quella "claudicanza"' come la definisce l'autore, che appartiene a tutti gli uomini senza distinzione; quella faglia dell'imperfezione, quell'ineludibile precarietà retaggio comune  da assumere con fierezza e non da subire passivamente, da risolvere in positivo come una molla per far fronte alla vita e dare responsabilmente senso al cammino: "La claudicanza la considero una condizione comune a tutto il genere umano; a imitazione non dell'imperfezione ma della perfettibilità, intesa come percorso." "La chiave della claudicanza è qui, affondare goffi nel terreno per librarsi nei cieli con dignità".
      


Chi ha la curiosità di approfondire l'argomento, può guardare il sito

http://www.lavaligiaquasivuota.it/ 

con il monologo-riflessione dell'attore Filippo Timi.