mercoledì 23 ottobre 2013

Marsiglia: LC au J1

LC au J1, a vederlo scritto così sembra un codice misterioso, un'astrusa formula matematica, ma sta per "Le Corbusier al J1" e figuriamoci se venerdì 11 ottobre alle 19 in punto con Magda e Robert, motori con turbo dell'associazione  http://eileengray-etoiledemer-lecorbusier.org   e con gli altri amici membri non eravamo puntuali come orologi svizzeri a Marsiglia davanti al dock J1 per l'inaugurazione della mostra "Le Corbusier et la question du brutalisme"! Un'esposizione assolutamente straordinaria sotto tutti i punti di vista.

Grazie alla nomina di Capitale Europea della Cultura 2013 e crocevia focale di quel progetto "euromediterraneo" in divenire da diversi anni che ha l'ambizione di fare della città il polo centrale di scambi fra il ricco nord dell'Europa e le altre realtà meno favorite del bacino mediterraneo, a Marsiglia sono arrivati ingentissimi fondi dalla Comunità Europea, dallo Stato, dalla regione e dalla municipalità. I risultati si vedono, Marsiglia è una città che si sta ridisegnando, mi ha fatto pensare a quel grande cantiere che è Berlino, riassetto e trasformazione di varie aree metropolitane, costruzione di nuovi musei, poli di aggregazione e spazi culturali ( ne parlerò nei prossimi post perché a Marsiglia mi sono fermata una settimana), mostre di ampio respiro fra cui quella su Le Corbusier, che ritorna a Marsiglia in una retrospettiva ricchissima, ben più articolata di quella che in questa stessa metropoli gli era stata dedicata nel 1987 e a detta della stampa anche di quella che ha appena chiuso i battenti al MoMa di New York dal titolo "Le Corbusier: An Atlas of Modern Landscapes".
 
Retrospettiva bellissima, dicevo, prima di tutto per il luogo prescelto, il J1, un hangar del vecchio porto mercantile oggetto come tutta l'area portuale di Marsiglia di grandi trasformazioni e divenuto polo espositivo. Per far meglio conoscere questo grande personaggio alieno da ogni accademismo e antesignano della modernità architettonica del '900 non si è scelta un'area museale antica dal sapore rétro bensì un vasto capannone industriale fatto di cemento, dai pilastri a vista di ferro e acciaio, proprio quei materiali e quelle strutture essenziali che Le Corbusier prediligeva. Grandi spazi, più di duemila metri quadrati e grandi vetrate aperte sul Mediterraneo in un dialogo ininterrotto fra gli interni di cemento e acciaio, tutte le opere esposte e l'esterno con il via vai del porto mercantile, le gru, le navi, il mare, l'orizzonte lontano.




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Retrospettiva bellissima in secondo luogo per l'allestimento, una lunga passerella sopraelevata di legno bianco laccato che senza soluzione di continuità introduceva a diverse aree, ognuna delle quali con ricca documentazione sviluppava e approfondiva un tema della mostra. Parole e pensieri del Maestro che circolavano sui muri e invitavano alla riflessione: "Les défauts,c'est humain, c'est nous-mêmes, c'est la vie de tous les jours. Ce qui importe c'est de passer outre, c'est de vivre, c'est d'être intense, de tendre à un but élevé. Et d'être loyal!"
   
Retrospettiva bellissima infine per la ricchezza delle opere proposte, patrimonio della fondazione parigina. Olii, pastelli, disegni a matita, schizzi, pitture murali, arazzi, sculture, maquette, progetti, fotografie, lettere, riflessioni teoriche, una produzione sterminata che non è possibile elencare in toto ma che fa comprendere anche al non addetto ai lavori quanto sia stata poliedrica la personalità di Le Corbusier e quanto sarebbe certamente riduttivo pensarlo solo architetto. 
Non a caso così si esprime l'architetto Jacques Sbriglio curatore dell'evento: " C'était un créateur polymorphe. Il était un artiste et un ingénieur influencé à la fois par les techniques et les artistes de son temps. On ne peut pas cerner sa personnalité si on ne met pas en relation ces deux aspects. Les sculptures très colorées et ses maquettes de bâtiments se répondent. Ses dessins préparatoires...peuvent se regarder  comme des aquarelles ou de petits tableaux abstraits..." 

E anche se l'intento dichiarato della retrospettiva è quello di offrire una nuova luce sull'ultima parte dell'opera di Le Corbusier, il ventennio che va dal 1945 al 1965, anno della sua improvvisa scomparsa per un malore mentre stava nuotando a Cap Martin in quel tratto di mare davanti all'amatissima Etoile de mer e al suo Cabanon, nella mostra sono esposte anche molte opere degli anni precedenti. Stupendi i suoi appunti di viaggio che mi hanno fatto pensare ai Carnets in Marocco di Delacroix, cioè i disegni a matita e acquarello di un viaggio in Italia di Le Corbusier dell'ottobre del 1907, una finestra della chiesa San Michele a Firenze, lo studio della facciata della Cattedrale di Siena,  i capitelli della chiesa San Vitale a Ravenna. 

Bellissime e per me insospettate fra i suoi lavori una serie di donne dipinte a matita e pastello negli anni '20. Mi ha anche colpito una sua lettera scritta a Matisse: "Cher Matisse, je dois aller voir la chapelle de Vence. Tout est joie et limpidité, jeunesse. Les visiteurs, par un tri spontané, sont dignes, ravis et charmants. Votre oeuvre m'a donné une bouffée de courage, non que j'en manque, mais cette petite chapelle est un grand témoignage. Celui du vrai. Grâce à Vous, une fois de plus, la vie est belle. Merci. A' Vous mon plus amical souvenir".

Sia negli interni che negli esterni e fin dalle prime realizzazioni architettoniche in Svizzera, Le Corbusier ha sempre cercato di introdurre il colore, espressione immediata, spontanea della vita e tutta la mostra è un'incredibile esplosione di colore perché la policromia può restituire la potenza del sangue, la freschezza del prato, il brillare del sole o la profondità del cielo e del mare. La policromia non uccide i muri....
Mi accorgo che la mostra si intitolava "Le Corbusier et la question du brutalisme" e io sono arrivata alla fine del mio post senza averne parlato. Forse è questo l'unico appunto, che da incompetente s'intende, mi sento di fare. La retrospettiva è stata di ampio respiro, ha spaziato sull'uomo, sull'architetto, sull'artista, sul pensatore e per un lungo pezzo di strada, il titolo di conseguenza non mi è sembrato adeguato perché si concentra solo su un tema, quello del brutalismo appunto, un movimento architettonico di origine anglo-sassone che si è sviluppato dal modernismo degli anni '50. Proprio niente di brutale, il termine deriva da Brut (grezzo) e dal fatto che nelle costruzioni "brutaliste" si adopera il cemento senza rivestimenti né decori e i volumi sono fatti da semplici geometrie. Le Corbusier che come tutti i grandi aveva orrore di farsi catalogare, non si è mai definito "architetto brutalista", gli altri lo hanno fatto per lui: " J'ai fait du béton brut à Marseille....ça a révolutionné les gens et j'ai fait naître un romantisme nouveau..." " J'ai dit à ceux qui grognassaient un peu contre la rudesse de l'éxecution: j'aime cette rudesse, c'est cela que j'aime, c'est cela mon apport dans l'architecture moderne, la remise à l'honneur des matériaux primaires, la rudesse de l'éxecution conforme au but poursuivi, c'est à dire d'abriter les vies, non pas de rupins mais les vies de foyers qui sont dans la bagarre quotidienne où le tragique voisine avec les joies"
Un grande grazie per finire agli amici Alain Tavès e Robert Rebutato, vedere la mostra con loro è stato un grande privilegio. Non sono due architetti qualunque, ma due "memorie viventi". Loro raccontano, spiegano, commentano, ricordano episodi di cronaca giornaliera vissuti in diretta fianco a fianco, giorno per giorno e per diversi anni con Le Corbusier, là nel sancta sanctorum, l'atelier parigino al 35 della rue de Sèvres.
         

giovedì 17 ottobre 2013

una storia che finisce bene

Tempi terribili i nostri, assistiamo pressoché in diretta attraverso i media a tragedie individuali e collettive di fronte alle quali, spettatori impotenti, non possiamo non inorridire, ricordandoci che anche noi siamo stati un popolo di emigranti e che l'accoglienza è un valore fondante. Nell'arco di un secolo, fra il 1850 e il 1950, milioni di italiani fra indicibili traversie hanno cercato fortuna altrove in giro per il globo, come ricorda Gian Antonio Stella nel suo esemplare libro "L'orda. Quando gli albanesi eravamo noi". Non solo poveri corpi inghiottiti dal mare, urge la speranza, urge il pensiero che almeno gli altri ce la faranno a trovare un posticino al sole, urge mettere un po' di cielo blu fra gli abissi della tragedia. Per questo ho voglia di raccontare una bella storia, quella di Benjamin, il solo della sua numerosa famiglia che io conosca e lo faccio naturalmente con la sua autorizzazione.

Benjamin, il custode del condominio dove abito, è una persona squisita, talmente squisita che è riuscita per una volta a riscuotere il consenso e la simpatia di tutti gli inquilini, primato non da poco tenendo conto dell'alto tasso di litigiosità dei condomini come in ogni stabile che si rispetti. Benjamin si prende sempre le vacanze nel mese di luglio e a giugno era eccitatissimo, grandi progetti in pentola.
 Erano mesi che come i fratelli, i cugini, i parenti sparsi ai quattro angoli del mondo lui stava preparando il cuore ai quei dieci giorni di luglio in cui avrebbero dovuto incontrarsi tutti, una cinquantina circa fra adulti e bambini, a Stoccolma, dove abitano certi figli dei suoi zii. Dall'albero genealogico che Benjamin mi ha fatto per spiegarmi si vede subito che la sua è una grande famiglia a partire da quel nonno materno Ghebremariam e dai suoi quattro figli, fra cui Askalu, la mamma di Benjamin, Biniam in lingua ufficiale tigrina.

Benjamin con moglie e figli dall'Italia, chi da Toronto, chi da Londra, chi da Oslo, chi da Denver, tranne due fratelli rimasti a Asmara e i genitori che non ce l'hanno fatta ad essere presenti all'appuntamento, a Stoccolma c'erano quasi tutti, divisi in tre appartamenti affittati e per la domenica festa generale e super banchetto in una grande sala prenotata da chissà quanto tempo. Benjamin ha rincontrato la sorella che vive in Canada dopo 13 anni, 30 anni che non vedeva i cugini che stanno in Virginia, una scoperta totale le giovani generazioni che ormai parlano solo inglese e non conoscono la lingua del loro paese di origine. In Germania c'è una grande comunità eritrea, ma in Svezia ancora di più, a Stoccolma ogni anno a fine luglio si tiene addirittura un grande festival internazionale eritreo che dura tre giorni.

Benjamin è eritreo come molti dei disperati che sbarcano da morti o da vivi sulle coste italiane. Nel 1991 ha lasciato il suo paese martoriato da una trentennale guerra per l'indipendenza con l'Etiopia che non ne ha mai rispettato l'autonomia, una guerra fra poveri dove questa volta è l'Etiopia, un paese africano, a voler fare da colonizzatore. Il primo tentativo di giungere in Europa fallisce, si ritrova  più mesi a Nairobi col fratello senza riuscire a proseguire, poi gli consigliano di prendere un volo per Londra che fa transito a Roma e, appena atterrato nella città eterna, chiede e ottiene asilo politico. Quando nel maggio 1991 la tregua siglata dal Fronte Popolare di Liberazione Eritreo e dalla resistenza etiope sancisce la fine del lunghissimo conflitto, l'Italia non gli rinnova più l'asilo politico.

Per cinque lunghi anni Benjamin fa ricorso e per intanto, visto che ha anche lui la brutta abitudine di mangiare tre volte al giorno, lavora in nero. Fa di tutto, muratore, montatore di stand in fiera, raccoglitore di uva nei campi, tutto fila relativamente liscio quando si tratta di lavori negli interni, ma i problemi sorgono quando deve lavorare nei cantieri. "Come faccio a vivere senza il permesso a lavorare?" chiede Benjamin ogni volta che va all'epoca in questura. Ha dell'incredibile la risposta delle autorità competenti: "la legge è fatta male, continua come hai fatto finora, continua a lavorare in nero". Nel '95 con la legge Dini sull'immigrazione Benjamin ha infine potuto regolarizzare la sua posizione nel nostro paese.

Varie le professioni, autista, tassista, fisioterapista, infermiere, gestore di negozi e vari gli stati che hanno accolto la sparsa famiglia di nonno Ghebremariam, impossibili i tentativi di vivere nello stesso paese perché ognuno si è arrangiato come ha potuto, ma a Stoccolma e con grande gioia, c'erano quasi tutti. E non è finita qui perché la sorella di Denver ha aperto uno speciale conto in banca dove ogni nucleo familiare versa 50 dollari al mese, l'obbiettivo è quello di ripetere l'esperienza di quest'estate fra due o tre anni.




Dove sarà il prossimo appuntamento? In quale città del mondo? Ancora non si sa ma forse non è importante purché siano di nuovo insieme.

  

venerdì 4 ottobre 2013

accipicchia che festival. Grazie!

Accipicchia che festival questo Jewish and the city che da sabato 28 settembre a martedì 1 ottobre si è svolto a Milano in più sedi, dalla Sinagoga centrale di via Guastalla all'Umanitaria, dall'Università Statale alla Fondazione Corriere della Sera, dal Teatro Franco Parenti alla Rotonda di via Besana e molti altri luoghi ancora. Ne sono stata assolutamente entusiasta e a vedere la qualità della partecipazione della gente e le code interminabili per entrare dovunque, non sono stata davvero la sola. Ne valeva proprio la pena ma per fortuna è finito, una vera maratona delle gambe e soprattutto delle povere meningi questi 4 giorni  di "full immersion" saltabeccando da una sede all'altra nell'ascolto delle riflessioni e dei saperi di prestigiosi studiosi italiani e stranieri , difatti ho il cervello in fiamme, per una settimana dovrei guardare solo cartoni animati. Impossibile partecipare a tutto, in programma oltre 40 eventi tra incontri, spettacoli, reading, concerti, laboratori, lezioni di danze e cucina. Mi limiterò a una cronaca veloce di alcune proposte che ho seguito, troppa carne sul fuoco per parlarne approfonditamente, ma se i due principali obbiettivi del festival erano "offrire uno sguardo d'insieme su una tradizione spesso travisata dai pregiudizi di altre culture...e far emergere che la tradizione ebraica è un insegnamento vivo, non una reliquia del passato..." come scrive Rav Roberto della Rocca nel testo di presentazione al festival, mi pare che i promotori possano ritenersi soddisfatti, hanno fatto un gran bel lavoro. 

Anteprima sabato sera al Teatro Franco Parenti con un titolo che è già tutto un programma: "Lo Shabbat non è una domenica che capita di sabato" per sottolineare da subito quanto sarebbe riduttivo identificare il sabato, momento pregnante della vita spirituale ebraica, come semplice giorno di riposo. Sulla scena, e così tutte le altre serate, intorno a un tavolo addobbato a festa con tovaglia bianca, frutta fresca e secca, si canta, si mangia e si discute. Viene così liberamente ripresa la vecchia tradizione del Tisch (tavolo in tedesco e in yiddish) quando il Rebbe, il Maestro, e tutta la comunità stanno insieme in gioia e allegria. Andrée Ruth Schammah, instancabile anima del teatro, fa gli onori di casa agli invitati, Haim Baharier psicanalista e grande studioso di ermeneutica biblica e pensiero ebraico e Vittorino Andreoli, psichiatra e criminologo. Andreoli snocciola i ricordi delle sue "domeniche" da bambino nelle campagne venete, erano i difficili anni della guerra. Lui faceva il bagno, si metteva il vestito più bello, mangiava il bollito, l'unico pasto di carne della settimana, sentiva le campane che gli dicevano essere la voce del Signore, partecipava alla messa nel vicino monastero camaldolese, occasione straordinaria una volta alla settimana per essere abbracciato da un monaco che non era un monaco ma suo padre, resistente antifascista che lì si era rifugiato. Dal bollito di Andreoli si passa ai ricordi delle aringhe polacche degli Shabbat di Baharier. Il Maestro si interroga sul significato oggi per un laico di questo giorno particolare così carico di specificità storiche e rituali, sul senso di astensioni vissute forse come obsolete dalla sensibilità moderna. Cita anche Wittgenstein che considera quello stacco assoluto del sabato come un'occasione per vedere l'esistenza dall'esterno e non dall'interno dell'affannarsi quotidiano,  il poeta Rilke che definisce il sabato come "uno spazio interiore del mondo", un momento privilegiato per l'ascolto profondo.

Domenica mattina inaugurazione ufficiale del festival alla Sinagoga centrale di via Guastalla, c'erano le autorità, il Sindaco Pisapia, il Presidente della Provincia Podestà, molti altri. Mi ha fatto piacere constatare che dopo i discorsi ufficiali non se ne sono andati come spesso avviene, ma sono rimasti ad ascoltare tutti gli incontri della mattina. Nel suo intervento Rav Alfonso Arbib ha spiegato il senso delle "melachot" , le 39 azioni da cui bisogna astenersi durante il sabato. Melachot contiene la parola "melech", re. Durante tutta la settimana l'uomo si sente re, esprime il suo dominio sulla natura, crede di poter controllare il mondo che gli sta intorno, l'astenersi il sabato da tutta una serie di azioni gli ricorda che non è così, su questa terra siamo solo degli ospiti di passaggio e non padroni. 
Ricco di poesia e accompagnato da sue performances alla fisarmonica l'intervento di Omer Meir Wellber, giovanissimo direttore d'orchestra, musicista e scrittore. Lui non ama la parola "religione", fonte  solo di problemi, preferisce cogliere la sacralità offerta da musica e Torah che invitano entrambe alla responsabilità sempre viva di colui che ne fruisce. Secondo Welleber da un ascolto e da una lettura attivi emergono le analogie fra musica e Torah: sospeso,in fondo irraggiungibile il significato intrinseco della musica che differentemente entra in ognuno di noi e parimenti a ogni rilettura si rinnova il significato della parola biblica. Parla la musica aperta a più interpretazioni e parla la parola del testo che letto e riletto nei millenni si apre ogni volta a nuove possibili valenze. 

Lo scrittore Marek Halter, fondatore di SOS Racisme e leader dell'antirazzismo mondiale, ha ripercorso con chiarezza e semplicità alcune tappe e i valori più innovativi della formazione della storia e dell'identità di Israel a partire dalle origini comuni, quella lontana civiltà sumerica che 5000 anni fa aveva già tutto inventato, l'agricoltura, i sistemi di irrigazione, le città, l'esercito professionale, il commercio e soprattutto il primo alfabeto astratto. 

All'ora di pranzo una meritata sosta ristoratrice alla Rotonda della Besana. Una lunga tavolata sotto i portici dove assaggiare i piatti tipici dello Shabbat suggerite dalle ricette delle famiglie ebree milanesi. Mi sarebbe piaciuto, ma per la verità me ne sono andata con le amiche a mangiare una pizza tutta italiana e niente ebraica nei dintorni, c'era una coda che non finiva più.
 
Interessante il dibattito all'Umanitaria fra la grecista Eva Cantarella, la scrittrice e giornalista Elena Loewenthal e il professore di antropologia culturale Marco Aime. Il tema è lo "stare insieme" in famiglia e in comunità, le dinamiche dello Shabbat in parallelo con il simposio greco e il convivio romano e i costumi e riti della tradizione africana, quella sub-sahariana, in particolare, oggetto degli studi di Aime.  A parte il convivio romano che non aveva nessuna connotazione religiosa o sacra, rappresentava solo un momento di divertimento, scambio sociale, occasione di conoscenza e perché no, anche di nuovi incontri amorosi, per ebrei, antichi greci e popolazioni africane, naturalmente con modalità e tradizioni totalmente diverse, lo stare insieme in determinate circostanze  ha funzione di rito sociale e sacrale. Offrono particolare materia di riflessione due concetti espressi da Aime. A Timbuctù hanno trovato un'interessante motivazione alle lungaggini della giustizia: i tempi lunghi servono a tranquillizzare gli animi, i contendenti nel tempo si affronteranno meno animosamente e  nei villaggi non si vota a maggioranza, ma si discute fino a quando non si trova una soluzione condivisa.

Profondo e divertente al teatro Franco Parenti il monologo rigorosamente ironico e auto ironico di Gioele Dix seguito dal dibattito su Etica e Norma  con Gherardo Colombo, Stefano Levi della Torre e Marco Ottolenghi. Diverse le specifiche competenze dei partecipanti e di conseguenza le loro argomentazioni, ma comune il definire l'etica come interiorizzazione di norme condivise, come coscienza individuale e collettiva. Quel "ricordati che sei stato straniero" del Pentateuco  risulta un chiaro invito a una consapevolezza etica  condivisibile per tutti.

Sul tema "La parola del silenzio" Enzo Bianchi, ecumenico priore del Monastero di Bose ricordando il profeta Elia che alla fine comprende che la voce divina non è nel fragore di tuoni e fulmini, non è nel vento, non nel terremoto ma in un  silenzio "trattenuto", invita a mettersi in ascolto del silenzio e del suo messaggio, altrettanto ricco di significati che quello delle parole. Non a caso i monaci nel monastero lo coltivano ogni giorno per dodici ore, dalle 8 di sera alle 8 del mattino, non a caso in ebraico ci sono cinque diverse parole che traducono il silenzio, come spiegherà in seguito Ouaknin.  E per me magico è stato ascoltare gli interventi di Daniel Sibony, Erri de Luca e Marc-Alain Ouaknin. Questi tre  studiosi hanno il dono prezioso che non è dato a tutti di dire cose profondissime, frutto di anni e anni di lavoro e riflessione con leggerezza e semplicità, e tu, ascoltatore che ignora non ti senti cretino, ti sembra di capire e le loro parole incantano. Erri de Luca ci aggiunge anche l'accento della sua terra e sentirgli dire che "la parola è creatrice, crea dicendo", che "l'amore è come la manna, se lo si conserva, se non lo si condivide, si esaurisce, va a male, va sprecato" con cadenza napoletana, è stata proprio un'esperienza particolare.



Corteo in musica tutti insieme dalla sinagoga alla Rotonda della Besana, sembrava che ci fosse mezza Milano e concerto finale di musica kletzmer con il  bravissimo NefEsh Trio.