mercoledì 8 agosto 2012

toutounet in Provenza

Lorgues
Come l'estate scorsa sono tornata per qualche giorno a La Verdière per visitare  i genitori della compagna di mio figlio e passare alcuni momenti preziosi tutti insieme;  i nostri ragazzi tornati per le vacanze, vivono attualmente a Libreville, la capitale del Gabon, e durante l'anno ci siamo scritti spesso con Annette e Nicolas consolandoci a vicenda della loro lontananza, per me  ormai non sono più degli sconosciuti, ma degli amici.  La loro Provenza  è come una collana: si, la Provenza mi fa pensare a una magnifica collana, fatta di tante perle apparentemente uguali eppure tutte diverse.
Appena si esce dall'autostrada colpisce l'omogeneità di paesi, villaggi, cittadine che si snodano fra campagne assolate e boschi (pare che la Provenza sia la regione col maggior numero di alberi di Francia). Dovunque la firma di una storia antica, vecchie pietre, vicoli stretti, piazze ombrose ognuna con la sua fontana cui attingere l'acqua perchè una volta non arrivava fino a casa, il borgo medievale che si organizza circolarmente intorno alla chiesa, persiane colorate e fiori alle finestre, gli artigiani che espongono i loro saperi, chiacchiere scambiate pigramente seduti alle panchine, i vecchi che giocano alle bocce e i giovani che discutono al bar con l'intramontabile pastis.


Manosque
 E' certo uno stereotipo questa Provenza simbolo per eccellenza della "douceur de vivre" di cui parlano le guide turistiche, ma francamente corrisponde proprio al vero: addormentata  e pigra durante il giorno, le strade che miracolosamente si animano la sera, i suoi straordinari campi di lavanda in fiore al momento giusto, miele, olio e formaggi ruspanti e poi....quell'intensità tutta particolare di sole e luminosità, nell'aria la qualità dei silenzi di villaggi e campagne, quella sonnolenza pigra che assale nelle prime ore pomeridiane anche i non "habitué" della siesta.  
I "consuoceri" conoscono ormai la mia golosità per i luoghi, ogni volta generosamente mi accompagnano in nuove scoperte e, come ho scritto inizialmente, malgrado caratteristiche peculiari comuni, ogni perla di questa collana è diversa, ha la sua personalità, un non so che che la rende unica; a Salernes sono la vivacità del giorno di mercato con tutte quelle olive in bella mostra e le coloratissime mattonelle provenzali famose in tutte il mondo.

Rians

 Lorgues è la sua chiesa imponente sul cucuzzolo della collina. A Rians tutto avvolto a chiocciola, sono la scalinata per raggiungere la parrocchia, un incredibile organo costato grande fatica e passione, una vista mozzafiato su tutta la vallata. Il signor Pascal Leray, creatore dell'organo, racconta come, lavorandoci per anni, ha fatto tutto da solo, senza alcuna sovvenzione pubblica o privata.


  

A Varages c'è una vecchia torre del XIII° e poi come Vallauris, Aubagne, Apt, Marsiglia, Salernes, Moustiers Sainte-Marie, è  famosa per le "faïences", le sue maioliche, e vale la pena visitare il  museo nella piazza centrale del paese che mostra  creazioni degli ultimi tre secoli. Fornitrice illo tempore della corte del Re Sole a Versailles, questa regione ha una lunga tradizione nella ceramica.
 La prima fabbrica di Varages risale alla fine del XVII° secolo, dovrà fare poi i conti nel 1800 con la concorrenza della produzione industriale e aspettare pazientemente che la maiolica artistica e artigianale ritorni in auge come è avvenuto in questi ultimi anni. Attualmente a Varages sono attivi  sei atelier d'arte, o "faïenceries" come si dice da queste parti. Un creatore intento al lavoro nella sua bottega ci spiega succintamente le differenze fra maiolica e porcellana, questione di diverse temperature nella cottura (non più di 1000 gradi per la prima, fino a 1200 gradi per la seconda) e la quantita di caolino presente nelle argille che raggiunge il 95% nella porcellana.


Non è certo poetico, ma devo aggiungere che a Varages ho visto per la prima volta una cosa che mi ha intrigata: con tanto di disegni e testi esplicativi, un distributore automatico gratuito di sacchetti per i bisogni dei nostri amici a quattro zampe. Familiarmente in Francia  il cane lo chiamano "toutou" e "toutounet" è un diminutivo, termine ancora più affettuoso. Non è per fare l'esterofila, ma mi è sembrata una bella lezione in tutti i sensi per i nostri patrii lidi.


Ma la perla più luminosa dei miei tre giorni provenzali è senz'altro Manosque. Per l'accesso intra muros al borgo medievale ci sono 4 porte ai 4 punti cardinali. Siamo entrati per quella a sud, detta Porta del Sale perché la preziosa polvere bianca veniva stoccata in un piccolo locale esterno annesso alla porta.  "Je suis né à Manosque et je n'en suis jamais parti. Le charme de ce pays ne s'épuise pas. Quand je dis Manosque, je ne veux pas dire strictement la ville, mais tout ce théâtre de collines et de vallées où elle est assise, où elle vit, cette architecture de terre où elle a pris ses habitudes....Qu'on la déguise et qu'on la farde, si elle parle, c'est avec la voix de son âme qu'on ne change pas", scrive Jean Giono, il più illustre figlio di questo paese e cantore appassionato della sua terra, degli uomini e della vita. 





In un bel edificio provenzale del XVIII° secolo, il primo costruito fuori dalle mura della città vecchia, si trova il Centro Jean Giono, la cui missione è quella di diffondere e approfondire l'opera dello scrittore e organizzare "passeggiate letterarie" in quella Provenza mitica, aspra e selvaggia della sua infanzia, fonte e nutrimento del suo immaginario poetico.



"Tout de suite j'ai écrit pour la vie, j'ai écrit la vie, j'ai voulu saouler tout le monde de vie. J'aurais voulu faire bouillonner la vie comme un torrent et la faire se ruer sur tous ces hommes secs et désespérés, les frapper avec des vagues de vie froides et vertes, leur faire monter le sang à fleur de peau, les assommer de fraîcheur, de santé et de joie, les déraciner de l'assise de leurs pieds à souliers et les emporter dans le torrent". (Je ne peux pas oublier)

Bellissimo il campanile del 1725 in ferro battuto opera di un artigiano locale della chiesa romanica di San Salvatore. Non ne conosco la ragione, ma in Provenza tutti i campanili sono in ferro. Si sa poco di Manosque e delle sue chiese prima del '900; in quell'epoca la ragione è stata devastata dai saraceni, rase al suolo Manosque e le sue quattro chiese che si inizierà a ricostruire solo due secoli più tardi. 
Nella romanica Notre-Dame de Romigier, rimaneggiata nei secoli anche in chiave barocca, c'è attualmente una bella mostra di Jean Giono e il cinema. Per coincidenza storica forse non casuale lo scrittore nasce nel 1885, proprio l'anno in cui Louis Lumière mette a punto il cinematografo e Giono il cinema lo adora, quello muto in particolare, fin dalla sua giovane età."Le lecteur est un adulte, le spectateur de cinéma un enfant. C'est ce qui me fait, quand j'y vais, redevenir un enfant" Con grande successo molte sue opere saranno portate sugli schermi e sarà l'autore a scriverne la riduzione scenografica. 

Per ringraziare Annette e Nicolas della loro calda accoglienza, per salutare Manosque e la bellissima Provenza lascio parlare chi l'ha tanto amata:" Ce pays je ne le quitterai jamais; il m'a donné, il me donne encore chaque jour, tout ce que j'aime. On est d'abord touché par un silence qui repose sur toute l'étendue du pays. Sur les vastes plateaux couverts d'amandiers à l'époque où les arbres sont en fleur, on entend à peine le bruit des abeilles. On peut marcher des journées entières seul avec soi-même, dans une joie, un ordre, un équilibre, une paix incomparables." 
(Jean Giono - Provence)







martedì 31 luglio 2012

il babbo natale di luglio

Le amiche Silvia e Marta in vacanza a Beaulieu mi propongono una giornata on the road con loro per le Alpi di Provenza e il Var e non dico certo di no, adoro essere scorazzata in giro con tanto di chauffeur. Il bello di Nizza sono i suoi dintorni, in un batter d'occhio il paesaggio cambia, si passa dal mare ai villaggi  arroccati su speroni rocciosi, dalle spiagge a canyon e strapiombi, dalle acque blu del Mediterraneo  a quelle trasparenti di fiumi e ruscelli di montagna.

Prendiamo  la  route nationale 202, quella che porta a  Digne, ( non l'ho mai fatto ma pare che questo percorso sia bellissimo con il train de Pignes che parte dalla Gare de Provence) e la prima sosta della giornata è Entrevaux, "città reale". Fortificazione medievale eretta dal grande ingegnere militare Vauban durante il regno del re Sole e frontiera della Francia fino al  1860, Entrevaux accoglie il visitatore  con tanto di austero castello sul cucuzzolo e le vecchie pietre di un ponte che hanno rimpiazzato l'antico ponte levatoio.

 Una volta nel mese di agosto si teneva tutti gli anni una grande festa medievale in costume, con artigiani e mestieri lungo i vicoli, l'avevo vista anni addietro, adesso forse per mancanza di fondi l'evento non è più regolare. All'ingresso del borgo un pannello riporta due date che hanno fatto la storia del luogo. 1536, quando le armate di Carlo Quinto, gran nemico del re di Francia François Premier, hanno invaso e saccheggiato la valle del Var. Entrevaux conosce l'occupazione e gran parte della popolazione viene trucidata. L'anno 1542 che segna la ribellione e la riconquista degli abitanti della loro libertà dal giogo spagnolo.
 La piazza centrale e il castello vengono offerti al re francese che accetta (non so perché si usa dire che i re accettano  "graziosamente" i doni) e nomina Entrevaux "ville royale". Ma la rivoluzione francese porterà grandi cambiamenti.

L'abolizione dei privilegi nella notte del 4 agosto 1789 consacrerà la fine della Carta di Avignone del 1542 che in quanto "ville royale"  aveva attribuito ad Entrevaux dei privilegi particolari: " città del regno di Francia sotto la dipendenza diretta del Re, esonerata di tutti i tributi, prestiti, servizi e doveri". Finiti anche i diritti segnoriali, il Vescovato di Glandève che è l'antico nome del borgo e la feodalità, arriveranno la Costituzione civile per il Clero e la creazione dei dipartimenti.




Un vero solleone, faranno 40 gradi all'ombra, e mi colpiscono un babbo natale con tanto di slitta allegramente appeso alla ringhiera di un balcone e la vecchia insegna sull'antica tresoreria pubblica che adesso è diventata la sede della biblioteca municipale; vuole forse dire che il vero tesoro sono i libri?
Attraverso vestigia romane, questa arteria in effetti collegava nell'antichità Cimiez ad Apt, passiamo per il lago di Castellane con i due paesi limitrofi, Saint Julien du Verdon e Castellane. Il lago è artificiale, si è formato in seguito alla costruzione della diga di Castellane, ma non conosco la ragione del particolare, intenso colore delle sue acque.

 E dopo il lago, il fiume, il Verdon con   le sue gole straordinarie, canyons che arrivano fino a 700 metri di profondità, montagne che sembrano Dolomiti.
Les Gorges du Verdon sono una destinazione famosa, paradiso per gli sportivi, per chi ama arrampicare in piena libertà, lo chiamano freeclimbing o discendere le ripide in canoa, rafting, un'altra parola inglese. Non sono notoriamente una sportiva e mi accontento di guardare i preparativi degli anonimi eroi dell'avventura.
Grazie Silvia, grazie Marta, insieme abbiamo visto cose meravigliose, se mi invitate ancora, io sono pronta!

mercoledì 25 luglio 2012

e avanti col kitsch!

In fondo quei “Bagni Misteriosi” in pietra di Vicenza, cemento armato e vernice a tempera, realizzazione di De Chirico del 1973 nel parco Sempione vicino alla Torre Branca, li avevo visti per decenni scalcinati, corrosi dal tempo e dalle intemperie con i colori stinti e le figure umane che si erano ormai sgretolate e dissolte, una geografia della memoria che gli occhi conoscevano e riconoscevano ogni volta.

Così mi ha fatto specie trovare questa volta la fontana restaurata, come un'opera non rinnovata ma nuova, l'opacizzazione di un ricordo caro. Già, a certe cose “malgrado tutto” ci si affeziona e così avviene anche per la nostra quotidiana frequentazione col kitsch, un certo “brutto” di cui spesso si sa riconoscere la volgarità ed il cattivo gusto ma che fa parte di un immaginario lungamente praticato e che ci ha sempre accompagnato: questo il tema della bella mostra alla Triennale: “Gillo Dorfles. Kitsch: oggi il Kitsch”.
 La prima cosa che mi viene in mente quando pronuncio la parola kitsch è la gondola di Venezia in bella mostra fra altri “gioielli” sopra un buffet che lo straordinario Gian Maria Volonté in balia di un'incazzatura potente afferra e scaglia contro il muro in una memorabile scena del film La classe operaia va in Paradiso. 
Vannetta Cavallotti: L'accadimento  1985
Non manca mai la gondola di Venezia in tutte le bancarelle e negozi di souvenir, naturalmente presente anche nella mostra, è un must, possiamo anche contare sempre sul Duomo di Milano, la Torre di Pisa, il Colosseo, i santini di papi, santi e Madonne  e, perché no?, anche sul dito medio di Cattelan in inequivocabile posizione in piazza della Borsa a Milano e queste sono solo alcune chicche delle specialità italiane, ma fortunatamente o sfortunatamente non so, ogni paese ha il suo autoctono kitsch da esibire, dalla torre Eiffel alla Statua della Libertà passando per le piramidi, i cioccolatini di Mozart, Mao Zedong in cera, le matriosche attualizzate a forma di Bin Laden, le ballerine di flamenco in plastica. 
Rutger van der Velde: Today is the first day of the rest of your life 2012
 Il rapporto fra Gillo Dorfles e il kitsch inizia nel lontano 1968 quando nel suo primo libro (il kitsch Antologia del cattivo gusto Mazzotta editore) dedicato all'argomento il critico e semiologo si mette ad analizzare cosa sia e cosa significhi quel kitsch che invade subdolamente il quotidiano, l'arte, i processi del vivere, il nostro modo di comunicare e già allora, con acuta lungimiranza ammonisce: “ il kitsch è necessario conoscerlo, anche frequentarlo e, perché no, qualche volta utilizzarlo, a patto di non farsi prendere la mano. Perché ilcattivo gustoè sempre in agguato”. 

Carla Tolomeo: Lunelune panchetta  2009
Appurato che farebbe parte integrante e non eliminabile della modernità, obbiettivo della mostra è chiedersi come il kitsch sia cambiato e si sia evoluto in questi decenni, quali le sue diramazioni e applicazioni, come l'arte, attraverso scelte intenzionali o casuali degli artisti faccia riferimento alla cultura del kitsch. 
Carlo Rizzetti: Salvador Dali's Mae West  2005
 Sia Dorfles che gli altri esperti di osservazione e analisi della realtà interpellati constatano che il kitsch da manifestazione tutto sommato marginale sia diventato onnipresente e per svariate ragioni: il passaggio con relativa diffusione su larga scala dal pezzo unico alla serialità degli oggetti grazie alla produzione industriale, l'esuberanza dei mezzi della comunicazione di massa, il dominio imperante della società dell'immagine, facilità e immediatezza del messaggio per raggiungere un numero sempre più ampio di ascoltatori e spettatori con la conseguenza che “ciò che poteva essere un elemento negativo si trasforma in un elemento positivo dal punto di vista dell'efficacia nel mercato e quindi nel marketing. Dato che il marketing rappresenta uno dei fattori fondanti dell'arte contemporanea, anche la pubblicità e, naturalmente, la televisione, hanno voluto e dovuto servirsi di questo elemento, un tempo considerato deteriore; oggi invece ritenuto insostituibile perché efficace”. 
Cracking Art Group: Dalì a là (Omaggio a Avida Dollars  2004

 Un tempo altra era la denominazione, forse si diceva propaganda, ma Dorfles fa notare come anche nel passato si sia fatto uso di elementi kitsch: “...spettacolarità superficiale... Credo che, in questo senso, anche prima della nostra epoca, le grandi manifestazioni pubbliche, ludiche, sportive, agonistiche abbiano avuto degli elementi di kitsch. Allora non si chiamavano così, ma avevano proprio lo stesso scopo: di essere facilmente comprensibili dalla popolazione in toto.” e impossibile non pensare a strumenti, metodi e linguaggi delle dittature di ogni epoca e latitudine.
Martin Parr: Miami, Florida 1998  Magnum Photos/ Contrasto
 Interessante anche la riflessione dell'architetto Vittorio Gregotti che notando come “anche il monumento antico è divenuto anzitutto valore economico turistico ed è su questo anziché sulla conservazione specifica e sulla cura del suo contesto che si concentra l'attenzione pubblica......Disneyland è alle porte perché è ovunque” sottolinea pure lui il passaggio dal kitsch dell'oggetto,  in fondo innocuo, alla raffinatezza della contemporaneità che con quella  spettacolarità superficiale cui fa riferimento Dorfles, arriva addirittura a pensare kitsch, un atteggiamento kitsch del pensiero e del modo di operare. 

Corrado Bonomi: Piccoli Uomini - Benito  2002
 Sorridendo, ridendo, con stupore, curiosità, sconcerto e talvolta disgusto giriamo con le amiche per l'esposizione, la mostra è molto eloquente e non lascia drammaticamente scampo: tutti, ma proprio tutti, anche quelli che sanno nuotare, rischiano di annegare nella moderna sovraesposizione di kitsch; media, fotografie, pubblicità, pornografia, sport, arte, ovunque un oceano di kitsch, come un'immensa piovra dagli irresistibili tentacoli che avanza e tutto divora. Aiuto! Si salvi chi può!   
Statuette nano: icona del brand Love Therapy di Elio Fiorucci
Catalogo della mostra: Gillo Dorfles Kitsch oggi il kitsch  Editrice Compositori