martedì 23 agosto 2011

una spruzzata di Provenza

Lungi da me l'intenzione di fare la suocera sotto qualsivoglia forma ed arricchire col mio personale contributo la già vastissima letteratura in proposito, ma prima o poi dovevo pur decidermi a conoscere i genitori di Alex, abbreviazione che adoro di Alexandra, la compagna del figlio Francesco. La sua famiglia vive nel freddo e brumoso nord delle Ardenne, ma d'estate sbarca in Provenza, in una vecchia casa piena di fascino nel centro del paese di quei  villaggi "perchés" silenziosi e sonnolenti del midi francese dove sembra non succeda mai niente, un ozio sovrano, destinati quasi solo alla letteratura ed  alla cinematografia, con  Geoges Clooney che eredita una proprietà dallo zio d'America, si mette a fare il vino e naturalmente trova l'amore.

Sull'autostrada verso Aix en Provence sfilano rocce rosse, la Sainte Baume, luogo di pellegrinaggio, la grotta fra le montagne dove sarebbe vissuta in eremitaggio per trent'anni Maria Maddalena, la montagna Sainte Victoire, tanto amata da Cézanne ed eternizzata sulle sue tele; in una piazzola di sosta incontriamo soprattutto tanti giovani in autobus, i Papaboys,  che allegramente se ne vanno a Madrid per partecipare alla prossima giornata mondiale della gioventù. Chiacchierata con cordialissimi ed educatissimi  boy-scout napoletani; per il lungo viaggio del piccirillo  mammà ha preparato frittata di maccheroni e casatielli, generosamente ci invitano a favorire.

Usciamo dall'autostrada a Saint Maximin, dove l'imponente Basilica di Sainte Marie Madeleine viene presentata come il più bel esempio di architettura gotica in Provenza, ma è incompiuta, i lavori si sono arrestati nel 1532 in assenza di denaro,  troppe guerre ed epidemie di peste. Niente da fare, ogni secolo ha i suoi bubboni.

Sarà l'una, un sole e un caldo che levati, il giovane prete che accoglie turisti e fedeli in basilica se ne va fuori in piazza e da un sacchetto tira fuori il parco pasto. Appartiene all'ordine dei benedettini, ma francescanamente condivide il pane con i volatili circostanti.
Mi piace, a Saint Maximin vige un certo spirito didattico e si parla chiaro; giustamente si vogliono preservare le vecchie pietre e gli angoli densi di storia da un uso improprio. Ma la vera chicca è un'altra, Francesco conosce bene le mie curiosità e con passo deciso districandosi fra vicoli e stradine mi porta nella Juteria.
A Saint Maximin gli ebrei occupavano un quartiere intero, la Juteria, la giuderia appunto, adesso si chiamano  le arcate della rue Colbert. La loro prima istallazione nella zona risale al XIII° secolo.
 Cacciati dalla Francia da Filippo il Bello, vengono accolti in Provenza da Carlo II di Angiò che permette loro di espandersi in città e villaggi, hanno il diritto di avere una sinagoga, una scuola, un cimitero, i pilastri del vivere civile. La protezione dei conti di Provenza dura per ben due secoli, seguiranno gli anni della conversione forzata o l'espulsione perchè sarà solo la rivoluzione francese a rendere definitivamente legale la loro presenza in Francia.
 Per conquistare metri abitabili e ricavare spazi ombrosi è cosa frequente nell'architettura dei villaggi mediterranei costruire arcate davanti alle case, pare però che un decreto dell'anno 1320 le faccia abbattere perché rappresentano un ostacolo per la difesa della città. Le arcate di Saint Maximin sono state risparmiate grazie ad un privilegio accordato nel 1323 dal re Robert d'Angiò.
La Provenza è tutta una distesa boschiva, mai nessuna attività industriale in questa regione, solo lavanda al momento giusto, vigneti e qualche cultura interrompono la fitta macchia degli alberi. La macchina si inerpica per strade assolate e deserte, l'occhio si perde fra questo oceano verde senza onde.
Eccola qui la nostra meta, la Verdière, con tanto di castello in cima alla collina. Una bella famiglia, padre, madre e tre figli, i due fratelli di Alex, un nipote quasi adolescente, tutti riuniti per quel miracolo familiare che solo le vacanze riescono a fare. In questo mondo liquido, Baumann docet, ormai tutti i giovani sono nomadi, preziose le occasioni di condivisione.
La vecchia casa è alta di tre piani e stretta, scale, gradini e fascino di sapore antico a iosa, muri spessi che proteggono dal caldo d'estate e dal freddo in inverno quando soffia il maestrale. Il padre, architetto, se l'è messa a posto a poco a poco negli anni e non ha ancora finito, in questo genere di case non si finisce mai. E' proprio sotto gli spalti del castello e lui è riuscito a ricavarci anche un terrazzo, bene raro in pieno centro del villaggio. 
 Meglio mettersi subito tutti a tavola, serve a rompere il ghiaccio e scoprire che il menù non è provenzale, ma siculo, come le origini del padrone di casa e dunque via con una bella caponata e anellini al forno secondo la ricetta della nonna paterna di Geraci Siculo. Alla faccia degli asceti dell'alimentazione, trovo che intorno ad un magnifico timballo succedono grandi cose, ci si conosce e si diventa amici.
Degli sconosciuti fino ad un attimo prima si ritrovano reciprocamente a spalancare le braccia e a dire di sè, la chiave è l'amore per i nostri ragazzi e conseguentemente per le loro scelte. Il loquace pater familiae Nicola, detto Cocò, racconta la storia del nonno, perfetta per un film di Tornatore. A fine '800 l'avo Nicola in 40 giorni di navigazione sbarca nella mitica America in cerca di fortuna.

 New York e Chicago, dove apre un negozio di barbiere e conosce Concetta, terreno di caccia di un mafioso che la sfregia per vendetta, ma nonno Nicola l'ama per davvero e se la sposa lo stesso con cicatrice in faccia. 10 anni nell' american dream e ritorno a casa per non sottostare a pressioni dei mammasantissima locali. Con i 4 dollari risparmiati
( proprio 4, così racconta Cocò), si compra casa, terreno ed un nuovo negozio di barbiere.
 Forte personalità quel Nicola numero 1, per farsi riformare durante la grande guerra, si acceca di un occhio buttandosi calce viva addosso. Gli anni passano, il negozio  va a gonfie vele perché un barbiere siciliano ha molteplici attività, fa anche il calzolaio e la sera il dentista. Cocò ci tiene a dire che a Geraci, a parte il nonno comunista con altri 300, erano tutti fascisti.

Sulle pareti della bottega obbligatorio un ritratto di Mussolini, ma accanto, dietro la vecchia poltrona da barbiere di Chicago c'era anche Garibaldi. Poi, quel 24 agosto 1944 dopo la messa, per la caduta del fascio a Geraci Siculo c'è un grande movimento rivoluzionario, mezzo paese è in piazza, fuoco, spari ed una grande esplosione, complice dell'esplosivo stipato nei granai del Castello. Brucerà tutto, i documenti in Municipio, i negozi, moriranno 200 persone.
Cocò, avviato alla carriera familiare, rivoluzionerà la sua vita grazie a una borsa di studio fattagli avere dal Professore Levi Montalcini, studierà a Torino, si laureerà in architettura ed emigrerà in Francia, complice l'amore, un colpo di fulmine per Annette, francese doc, turista sull'isola degli aranci nonché brillante insegnante di letteratura francese. La vita di un secolo, di tre generazioni raccontata davanti a un timballo d'anellini al pomodoro, l'avevo detto che fa miracoli.

Oltre alla Verdière, visitiamo anche il vicino Saint Julien Le Montagnier, borgo medioevale altrettanto piccolo, ma dove non manca niente, la chiesa del XII° secolo, il campanile in compagnia della luna, il mulino e tutto il paese in piazza a chiacchierare aspettando la carne allestita sulla brace sotto le stelle. Due, tre volte all'anno celebrano la festa dell'amicizia e questi sono gli unici momenti in cui questi sonnolenti paesi sembrano risvegliarsi e si animano come per magia.
 
I due giorni provenzali finiscono, si torna a casa. Grazie a tutti, sono stata proprio bene, magari l'anno prossimo ritorno a trovarvi e nel frattempo mi alleno col gorgheggio per potermi iscrivere, non si sa mai, al ventinovesimo campionato ufficiale.


lunedì 22 agosto 2011

Lebensborn

Un libro può rimanere silente per anni nei ripiani polverosi della libreria di casa, per mille ragioni te lo scordi, non lo vedi, non sei pronta. Poi a un certo punto ti chiama, è arrivato il suo momento di essere letto. Così mi è successo per “Au nom de la race” di Marc Hillel, giornalista, scrittore e cineasta che con la moglie Clarissa Henry si è dedicato negli anni 70 ad uno studio sconvolgente sul Lebensborn, il progetto nazista di creazione di una super razza. Con lo stesso titolo l'autore ha anche girato un lungometraggio. Chissà, è stato forse il recente incontro con il male assoluto del periodo Fratello numero 1 e khmer rossi in Cambogia a risvegliare il bisogno di affrontare una volta ancora un altro abisso nero del XX° secolo, la riflessione imprescindibile e ricorrente sulle ideologie mortifere e la capacità dell'uomo di concepirle e renderle operative.

Il flusso vitale è straordinariamente inarrestabile, si nasce dovunque, può anche capitare di venire al mondo in un campo di concentramento, come è successo a Lucyna Gruska che sulla sua carta d'identità polacca non ha scritto Cracovia o Lublino, ma nata a Buchenwald. Eredità pesantissima, appena arrivata al mondo. Orfana di padre morto a Dachau è sopravvissuta perché all'età di quattro settimane ha fatto “buona impressione” agli “esperti della razza” del Lebensborn, fortunatamente aveva i capelli biondi e gli occhi blu, alcuni degli ingredienti “necessari” per non essere affogata davanti agli occhi della madre o non venir gettata su una montagna di spazzatura come è capitato a decine di migliaia d'altri, ma avere il diritto di vivere, essere strappata alle materne braccia naturali e partire per la Germania dove in un centro ad hoc o presso una famiglia adottiva di accoglienti SS si sarebbe provveduto alla sua germanizzazione, il suo personale contributo a Hitler, al grande Reich, a una super razza.

Lebensborn, alla lettera “sorgente di vita”, (eufemismo degno di riflessione) è un'organizzazione privilegiata posta il 13 settembre 1936 a Monaco direttamente sotto la tutela dello stato maggiore SS, con Himmler come capo supremo. Lebensborn, abbreviato in Amt L, ufficio L. La sede centrale è a Monaco perché della città o dei dintorni lo sono gli ideatori e i promotori come Himmler, Ebner e Sollmann; ironia della storia è interessante notare che per il quartier generale dell'organizzazione considerata di utilità pubblica sono stati “requisiti” il Centro comunitario ebraico, in Herzog-Max Strasse e la casa di Thomas Mann in Poschingerstrasse al numero 1, (nel suo libro di Memorie pubblicato dopo la guerra in Germania, lo scrittore si sofferma a lungo sul Lebensborn e sulla selezione di “ragazze nordiche” plagiate o razziate dalle SS in Germania e nei paesi occupati e poi trasferite nella sua casa). All'Amt L è coerentemente collegato un Conto L presso la Banca di Monaco: beni immobiliari e somme colossali confiscate e destinate all'organizzazione dalle più svariate fonti, in Germania all'inizio e poi in giro per l'Europa, un denominatore però comune, quello cioè di provenire da “nemici del Reich”, ebrei, ça va sans dire.
 Fra le idee rivoluzionarie ci sarà anche l'Aktion T4, il programma eugenista concepito da Hitler fin dal 1933 per la “distruzione di vite senza valore”, vale a dire quella di “malati ereditari, pazzi, persone portatrici di handicap, soggetti socialmente pericolosi o razzialmente indesiderati”. Tra il 1939 e il 1941 verranno discretamente create in Germania 6 sedi di eutanasia. La crescente opposizione dell'opinione pubblica metterà fine nel '41 al programma Aktion T4.

« La race aryenne nordique est la détentrice de toute culture, la vrai représentante de toute l'humanité, et c'est par application divine que le peuple allemand doit maintenir sa pureté raciale. La race germanique est supérieure à toutes les autres et la lutte contre l'Etranger, contre le juif, contre le Slave, contre les races inférieures est sainte. » (Mein Kampf) Zelanti “scientifici” tradurranno concretamente i criteri da adottare per la selezione della super razza: « blond, grand, dolichocéphale, visage étroit, menton bien dessiné, nez mince, implanté très haut, cheveux clairs non bouclés, yeux clairs et enfoncés, peau d'un blanc rosé » (Hans Guenther: Ritter, Tod und Teufel. Monaco 1928). « L'homme inférieur a une apparence biologique semblable à une créature naturelle. Il a des pieds, des mains, des yeux, une bouche et quelque chose qui ressemble à une cervelle; mais c'est bien une créature différente, effroyable, très éloignée de l'homme, même si ses traits sont semblables à ce dernier...... Tout ce qui ressemble à un être humain n'est pas obligatoirement un être humain » ( da L'Etre inférieur. Opuscolo propagandistico pubblicato in circa 4 milioni di esemplari in tedesco e tradotto poi in 14 altre lingue). Per « l'applicazione divina hitleriana di tali principi », in una decina d'anni verranno vagliati e selezionati più di dieci milioni di bambini.

Il Lebensborn rimane tuttora la più segreta, la più misteriosa, la più controversa di tutte le varie organizzazioni naziste, lo richiede la delicatezza surreale del progetto; documenti segreti distrutti, direttive impartite spesso solo oralmente, dati, nomi, schedari, totale autonomia delle SS per la registrazione delle varie informazioni in codice, protagonisti, testimoni, stati e persone direttamente interessati e coinvolti che hanno lavorato in segretezza negli anni bui e che poi non vorranno parlare, ricordare, raccontare, mostrare documenti. Da qui l'immane difficoltà dell'autore di ricostruire il puzzle di questa pagina di storia. Bisognerà attendere per esempio il 16 agosto 1943 per ritrovare scritto su un documento ufficiale la sintesi delle finalità del Lebensborn, cioè “l'allevamento umano”.

La produzione di bambini selezionati nei centri Lebensborn proviene da tre differenti fonti:
  1. La procreazione naturale. All'inizio della sua attività l'organizzazione accoglie nei suoi centri ragazze selezionate già incinte o che stanno per partorire; future ragazze madri che trovano ospitalità e assistenza per una maternità “difficile” nell'ambito tradizionale della famiglia e della società.
  2. Procreazione assistita. La propaganda lavora bene, progressivamente un esercito di fanciulle desidererà dare dei figli al suo fuehrer, essere madre per la nazione ed offrire il patriottico seno, cavie volontarie per una politica demografica positiva, per la creazione della super razza. Dopo attenta anamnesi dei “consiglieri alla procreazione” che l'accompagneranno in tutto il percorso (aspetto fisico, antenati, parenti, genitori, sangue, ideali e fedeltà a Hitler, la scelta da parte della ragazza del compagno da approvare o la proposta dell'organizzazione di un seme degno attinta dal vivaio maschile SS) “l'infermiera bionda” verrà accolta in un centro Lebensborn e avrà occasione di conoscere ed accoppiarsi in luoghi appropriati con lo stallone doc selezionato.
  3. Procreazione artificiale. Ne sarà grande fautore il dottor Conti, ministro della salute del III° Reich, convinto assertore che il metodo rivoluzionario “éliminera le complexe psychologique de l'expérience sexuelle. Le processus de procréation se baserait ainsi sur une chose mécanique, dépouvue d'ame”.
Logica conseguenza delle idee propagandate, negli anni del regime il ruolo della donna muta totalmente, si ritorna alle solide virtù ancestrali, quelle dell'angelo del focolare. Gli anni della procreazione rappresenteranno il fulcro dell'esistenza femminile; a lei, la Lorelei feconda e prosperosa per il ben amato Fuehrer ogni attenzione sarà dovuta; le donne intellettuali, indipendenti, senza prole cadranno preda degli eugenisti, volens o nolens dovranno uniformarsi anche loro alle tre K, Kueche, Kinder, Kirche, cucina, bambini e chiesa, i tre sicuri pilastri valoriali; nel '36 una legge proibisce alle donne di esercitare le professioni di giudice, procuratore o altre funzioni della magistratura, solo le esigenze della guerra richiameranno in servizio i medici donne inizialmente messe da parte, verranno socialmente stigmatizzati persino la magrezza, truccarsi o fumare, mentre in cerimonie pompose si appunterà al petto gonfio di latte una croce di bronzo per chi ha messo al mondo da 4 a 6 bambini, d'argento (6-8), d'oro (8 o più).

Le ragazze che partoriscono in un centro Lebensborn possono scegliere tra abbandonare-affidare il bambino alle SS (che diventa così un SS-Kind) o far ritorno alla vita normale, tenersi il bambino ed allevarselo da sole dopo un soggiorno più o meno lungo al centro. Riceveranno un assegno dal padre obbligato a pagare per il mantenimento e dall'organizzazione. Con questa tabella produttiva di marcia, il dottor Ebner può affermare: “grace aux Lebensborn nous posséderons, d'ici trente ans, six cents régiments de plus”.

Se all'est, nella politica di avanzamento e conquista, le coordinate programmatiche naziste sono sterminare e introdurre schiavitù, vale a dire fontana di morte, all'ovest, l'Europa del nord e la Norvegia in particolare diventeranno il campo d'azione del Lebensborn, la fontana di vita: “nous devons attirer à nous tous ceux qui dans le monde ont du sang nordique dans les veines...” avrà occasione di affermare Himmler nel 1940. Se è noto che con decreti, ordini di requisizione, atti di sottomissione da parte del paese conquistato la Kommandantur tedesca si insinua come una piovra in tutti i gangli della vita pubblica e privata, più ignorato il fatto che il Lebensborn provvede a creare nei paesi occidentali (Danimarca, Fiandre, Olanda, Belgio, Norvegia) delle “maternità” per recuperare ed incrementare quel famoso “sangue tedesco”. Madri consenzienti a emigrare col bébé per il grande Reich, oppure costrette loro malgrado a partire, oppure bambini che venivano strappati loro a forza.

A fine della guerra, i Servizi di Ricerca Internazionali si sono occupati di decine di migliaia di bambini stranieri rubati dalle organizzazioni di carità naziste, bambini che non sapevano chi erano e da dove venivano, totalmente spogliati della loro identità; nel percorso di germanizzazione di questi soggetti, “razzialmente utili” si era provveduto a cambiare le loro generalità, luogo e data di nascita compreso, qualsivoglia rapporto con la famiglia di origine.

“ Les larmes du monde ne tariront pas aussi longtemps que le dernier des enfants volés n'aura pas retrouvé sa véritable famille” (Revue mensuelle des Questions allemandes, aprile 1949).

Nel quadro delle sue ricerche, nella sede della Croce Rossa di Amburgo, Marc Hillel incontra nel 1973 Larissa, che malgrado i 28 anni passati in Baviera conserva uno spiccato accento russo. Larissa spera di ritrovare un giorno la madre, la sua foto tappezza i muri delle città tedesche, accanto queste parole: Chi mi conosce? Chi può dire da dove vengo?

Quante Larissa ci sono ancora in circolazione?

Marc Hillel: Au nom de la race. Livre de Poche 1975



giovedì 4 agosto 2011

Angkor: l'ottava meraviglia del mondo

Ho esitato a lungo prima di affrontare questo post, l'ultimo della Cambogia e di un viaggio per me straordinario. Molto è stato scritto di questo incredibile luogo e c'è una quantità spropositata di materiale iconografico in circolazione, arduo voler essere originali a tutti i costi. Mi sono ricordata di aver letto delle pagine di Tiziano Terzani su Angkor, perché non proporre le sue parole allora? chi meglio di lui? Cercando il suo testo, che non sono riuscita a reperire , ho trovato invece una presentazione che mi è piaciuta, mi è sembrata chiara e sintetica, quello che in fondo avrei voluto scrivere io e sicuramente meno bene. Ho deciso allora di proporla accompagnandola con le  mie foto. Quello che segue è un testo di P. Pedrini e S. Fracasso a cui va il mio grazie.
Angkor, per cinque secoli capitale dell’antico Impero Khmer, è il più grande complesso di edifici sacri del mondo, perfetta fusione di creatività architettonica e spirituale. Situato nella provincia di Siem Reap, circa 300 km a nord di Pnhom Penh, quest'opera di straordinaria bellezza emerge dal profondo della giungla cambogiana mostrando ciò che rimane dei circa 70 templi e monumenti che, nel periodo di massimo splendore della civiltà khmer, facevano parte di un vasto centro religioso e politico. Ottava meraviglia del mondo, Angkor non può essere paragonata a nessun altro luogo al mondo tanta è la sua severa perfezione: una collezione di meravigliose cattedrali e monasteri buddisti, con templi alti come montagne, descritto come un Atlantide tropicale, una magica foresta di pietre, un miracolo architettonico.

Oggi è la più importante attrazione turistica della Cambogia, ma è anche il cuore, l’anima e l’orgoglio della nazione, meta di pellegrinaggio per tutti i cambogiani e tappa obbligata per i viaggiatori. Gran parte di Angkor fu abbandonata nel XV secolo e i templi furono gradualmente inghiottiti dalla giungla. Il sito destò interesse negli studiosi solo alla fine del XIX secolo, dopo la pubblicazione postuma del libro “Voyage à Siam et dans le Cambodge” da parte del naturalista francese Henri Mouhot. Furono compiuti molti sforzi per liberare i monumenti dalla giungla che rischiava di distruggerli completamente, e l'opera di restauro continua ancora oggi.
Cuore del complesso è il tempio di Angkor Wat, il più monumentale e il meglio conservato. Circondato da un vasto fossato, vi si accede da un lungo viale lastricato che mostra in tutto il suo splendore la costruzione su tre livelli e le elaborate torri disposte ai lati con la principale al centro alta oltre 60 metri a simboleggiare il centro del cosmo dove dimorano gli dèi. All'interno, nelle gallerie e nei portici, bassorilievi ineguagliabili rappresentano schiere di danzatrici sacre e battaglie mitiche cantate nei poemi sacri indù “Ramayana” e “Mahabharata”. 

Oltre all'Angkor Wat, altri due magnifici templi assolutamente da visitare sono il Bayon, 200 immagini scavate nella roccia a formare 54 torri, e il Ta Prohm, il tempio nella giungla i cui ingressi sono custoditi sotto enormi radici di piante secolari. Il primo è formato da torri a forma di tiara, giganteschi volti alti sette metri sormontati da fiori di loto ti fissano sorridenti, un sorriso enigmatico e senza tempo, il famoso sorriso Khmer di Angkor, mentre la pietra sembra respirare solo per gli dèi, in una raffigurazione palpabile del potere divino. Il Ta Prohm è un santuario letteralmente seppellito dalla giungla. La natura selvaggia si è ripresa il suo posto e tutte le tonalità del verde sembrano essere concentrate in questo luogo.
Radici e liane si sono impossessate della pietra, alberi giganteschi crescono radicati in cima alle torri, angoli cupi e bui lasciano spazio alla luce del sole che filtra a fatica tra la ricca vegetazione. Si dice che un tempo nel Ta Prohm vivessero migliaia di persone, tra cui oltre 2.000 monaci e 600 danzatrici belle come le apsaras, le ninfe celesti scolpite sui muri. Tra i labirinti di questi templi vive oggi un popolo di monaci, bambini, donne con la testa rasata, mendicanti e storpi che chiedono l’elemosina nella penombra, tra le luci che filtrano dalle fessure delle pietre, e pregano in ginocchio, continuamente avvolti dal fumo degli incensi, chini con la testa rivolta verso la terra.
Tiziano Terzani scriveva nel 1993: «Angkor è splendida ora. E così va vista. Vista oggi come la vide nel 1860 con immenso stupore Henri Mouhot che viaggiava nell’Indocina appena diventata colonia… ci sono vari modi per avvicinarsi ad Angkor, io dopo aver letto un po’ di quel che negli anni si è accumulato nella mia biblioteca e soprattutto dopo essere stato una decina di volte a vagare nell’immenso parco dei templi, ho scelto per i miei figli l’approccio più naturale: niente lezioni preparatorie, niente carta da portarsi dietro. Solo la propria pelle, permeabile come una spugna».
Il testo si trova a: www.motortravel.it/angkor.php
Bagan in Myanmar e Angkor in Cambogia sono due luoghi assolutamente "unici". Forse la  migliore opzione possibile è veramente ammirare e stupire in silenzio, adoperando per sentire, come scrive Terzani, "solo la propria pelle".


Sulla  lunga via del ritorno mi sono fatta prima una fumatina nella sala apposita dell'aeroporto di Singapore, la più bella che abbia mai vista e qualche ora dopo in quella del Cairo, di cui non posso certo scrivere la stessa cosa, ci voleva la maschera anti-gas. Con gli occhi ancora pieni del verde della rigogliosa foresta tropicale, mi ha colpito osservare  dall'aereo la distesa  color sabbia di pietra e terra della capitale dell'Egitto.
La sottoscritta ringrazia una volta ancora l'inossidabile Patrizia, alias Gastone, infaticabile organizzatrice di tappe ed itinerari e cultrice di ristorantini sfiziosi a qualunque latitudine. Una reciproca sopportazione e una amicizia che durano dai banchi del liceo, solo 45 anni, una quisquilia.