sabato 4 dicembre 2010

Tel- Aviv: icone per immagini

Golda Meir

Woody allen
Sigmund Freud
Steven Spielberg
Albert Einstein
Barbra Streisand
Chiedo scusa, ho dimenticato di annotare il nome dell'artista, ma li ho visti al Museo della Diaspora ad una mostra  che si intitolava: Andy Warhol and Israeli Artists present Jewish Icons. Troppo divertenti, ho avuto voglia di condividere.

Warhol: Golda Meir
Warhol: Gertrud Stein




venerdì 3 dicembre 2010

Gerusalemme: The holy bagel

Finalmente ho dormito una notte nella Gerusalemme vecchia, all'Ospizio austriaco nel quartiere arabo, in via Dolorosa 37 (la storia di questo posto l'ho raccontata l'anno scorso nel post  Neshikot), cinque minuti a piedi dal Santo Sepolcro, dalla Spianata delle Moschee, dal Muro del Pianto, in vera posizione "santità". Posto incantatore questo ospizio, la terrazza sul tetto, il giardino, le sale, i corridoi, la mia stanza spartana ed immensa (42 euro la notte con prima colazione compresa). Notte incantatrice, non ho quasi chiuso occhio per ascoltare prima la voce forte ed autorevole del Muezzin che si dilata sulla città come una ruvida coperta di lana grezza, poi i  pellegrini cristiani coi loro canti intimi ed accorati che sembrano voler toccare le stelle sfidando il silenzio di Morfeo. E poi è un punto d'osservazione straordinario sulla strada, il via vai della gente, dei venditori, i carrettini ambulanti, la città quando s'addormenta e quando si risveglia.

Lunga sosta al tramonto e all'alba al Kotel, il Muro del Pianto per osservare, pensare, cercare da inquieta qual sono un barlume di intuizione esistenziale, farmi una volta ancora domande senza risposta. A un certo punto mi è venuta in mente una storiella rievocata recentemente da Moni Ovadia in un suo libro: un americano dice:- come sono stanco, ho tanta sete, quasi quasi mi faccio un bicchierone di coca cola- anche un francese si sente spossato ed assetato e opta per una bella coppa fresca di champagne, l'italiano preferisce naturalmente un bicchiere di vino e lo scozzese, ça va sans dire, giù con una pinta di birra. E l'ebreo che fa? Lui sospira e pensa:- ohi va voi, con questa stanchezza e questa arsura devo avere per forza il diabete.

Mi sono detta: -per forza questo ottimismo prorompente, guarda lo sfarzoso San Pietro in Vaticano, guarda la maestosità di Al -Aqsa, i templi hindou e buddhisti che tolgono il fiato per non parlare del sito Bahai appena visto a Haifa e soprattutto dello straordinario Tempio d'Oro dei Sikh ad Amritsar nel Punjab. E quale il luogo sacro degli ebrei? Un pezzo di Muro, per di più chiamato del Pianto, quel che resta di un Tempio distrutto 2000 anni fa. Già, gli ebrei dispersi in diaspora hanno coltivato la nostalgia di un luogo e di un tempo che li ha visti uniti e si sono coagulati intorno a un Libro, la Torah, il Pentateuco. Ho trovato illuminanti le parole di un saggio esilissimo, ma denso di significati, per fortuna quantità e qualità non sono direttamente proporzionali: " Al Tempio, che era stato non solo il luogo della preghiera ma anche il centro della vita religiosa e sociale, si sostituì lo studio collettivo della Scrittura. Questa divenne per l'ebraismo l'essenziale luogo mitico del ricordo; infatti, in quanto civiltà senza legame territoriale, l'ebraismo non conservava nel ricordo luoghi geografici che potessero nutrire memoria e tradizioni collettive. L'ebraismo nacque dall'infelicità dell'esilio...Gerusalemme divenne il luogo ideale di un ideale ritorno...Il ricordo produsse una cultura fondatrice di identità". (Stefana Sabin : "Il mondo come esilio" ed. Giuntina).  

 Un Muro, solo un pezzo di Muro. Eppure mi commuove questo sforzo di fedeltà assoluta costantemente rinnovata della mente e del cuore. Una fedeltà  vecchia di venti secoli a un Libro, alla propria storia, a tradizioni... "malgrado e nonostante tutto".

Previo prenotazione, ho visto poi la straordinaria galleria del Kotel, un tunnel scavato lungo il Muro che costeggia a 40 metri sottoterra una via sotterranea di epoca erodiana. Gli scavi del Muro del Pianto ne hanno portato alla luce l'intera lunghezza (485 metri) fino all'angolo nord-occidentale del Monte del Tempio. Nella primo tratto del tunnel ci sono parti dedicate alla preghiera, un modello del Secondo Tempio e poi un incredibile canyon di rocce, come una Petra sotto terra, le stesse formazioni rocciose, veramente incredibile.

Adesso basta con i discorsi seri, non devo affaticare troppo le poche cellule neuronali rimaste. Capisco che ogni città cerca di sfruttare i gioielli di famiglia, Napoli ha la pizza e le lacrime di San Gennaro, Parigi baguette e tour Eiffel, Salisbugo Mozart in tutte le salse, ma francamente trovo che Gerusalemme esageri non poco con il sacro, c'è persino l'Holy Rock Kafé e l'Holy Bagel. A proposito, di bagel me ne sono fatta uno a pranzo con formaggio bianco spalmato, cetrioloni in agrodolce e salmone affumicato; non mi è sembrato holy, ma era molto buono.
 


giovedì 2 dicembre 2010

Akko in festa

Si riscende a valle di nuovo sulla costa per Akko, la San Giovanni d'Acri dei crociati. Come al solito l'obbiettivo era ambizioso, una lunga lista di cose da vedere. Su una lingua di terra proprio davanti al mare la cittadella fortificata, Patrimonio dell'Umanità, ha una storia millenaria e la racconta con naturalezza e discrezione: niente boutique alla moda occidentale, souvenir o restauri avveniristici, le sue vecchie case sono semplici abitazioni per le famiglie, i vicoli e il mercato per la gente, il porto per i pescatori . Di Akko (pare dal greco antico "ake" lembo di terra) se ne ha notizia fin da testi egizi del XIX° secolo prima dell'era volgare,  il suo porto ha visto sbarcare navi  provenienti da Genova, Amalfi, Pisa e Venezia, nei secoli l'hanno frequentata Alessandro Magno, i romani, gli arabi, i crociati, i Mammalucchi che come al solito hanno distrutto tutto al loro arrivo. La città è rimasta ottomana fino al mandato britannico in Palestina. Fulcro di rivolta contro la progressiva immigrazione ebraica negli anni per la lotta all'indipendenza di Israele, la cittadella entro le mura, bellissima, ha mantenuto la sua popolazione araba, mentre la parte israeliana si è sviluppata all'esterno, all'est delle fortificazioni..

Dovevamo visitare l'antico hammam turco El Pacha, dei caravanserragli, un tratto della Via del sud, arteria per i pellegrini cristiani che venivano in Terra Santa scoperta di recente  nel ventre profondo della terra e soprattutto la città sotterranea dei crociati, con le sale dei Cavalieri, in un tempo lontano quartieri generali di riunioni strategiche poco religiose e molto militari.

Ebbene, programma totalmente rivoluzionato,  tutti questi luoghi erano chiusi, l'accesso stesso alla cittadella era chiuso. Il servizio era organizzato molto bene, abbiamo lasciato la macchina in un parcheggio in periferia e ci siamo infilate in un autobus-navetta pieno all'inverosimile di gente in festa che conduceva fino alle porte delle fortificazioni.  Folla inverosimile, la gente veniva anche da altri luoghi, festa naturalmente anche in tutte le altre città arabe di Israele, mamma che fortuna trovarsi lì in mezzo, Gastone aveva colpito un'altra volta!!!  Era la festa di Eid al Adha, quattro giorni di preghiere e di baldoria, insieme alla fine del Ramadan, per i mussulmani le due ricorrenze religiose più importanti dell'anno.
Eid al Adha o Festa del Sacrificio, celebrata in tutto il mondo mussulmano per commemorare la disponibilità di Abramo a sacrificare suo figlio Ismaele come atto di obbedienza verso l'Onnipotente. Come si sa, all'ultimo momento compare l'ariete e sarà questo l'oggetto del sacrificio, non certo il figlio.  
I festeggiamenti iniziano di solito dopo il pellegrinaggio annuale alla Mecca. Si sacrifica di solito una mucca, o una capra, o una pecora, o un cammello e l'osservanza religiosa richiede che la carne venga divisa in tre parti, un terzo per la famiglia, un terzo per i parenti ed amici ed un terzo per i poveri ed i bisognosi. Per fortuna il giorno del sacrificio animale era quello precedente, così non abbiamo assistito. Per la tradizione ebraica è questione di Isacco invece che di Ismaele e la pratica del sacrificio animale si è conclusa con la distruzione del Tempio.

Atmosfera di grande kermesse di paese, le strade gremite e vocianti, certi persino sui tetti a godersi lo spettacolo, tanti calessi con bambini e famiglie a spasso per i vicoli, gli uomini soli ad osservare al bar fumando il narghilè, le giostre, il venditore di zucchero a velo, Gastone si fa un contatto ravvicinato con un serpente che un simpaticissimo signore offre generosamente di piazzare al collo di tutti.














Per fortuna,al termine delle preghiere abbiamo potuto visitare la centrale moschea  El Djezzar di fine 1700 in stile tipicamente ottomano. Adoro le moschee antiche, dentro sono sempre essenziali, vuote, ma con decorazioni stupende, i tappeti, fuori certi minareti che sfidano il cielo, la quiete dei cortili.






Akko: una bella atmosfera gioiosa, una citta in festa, vorrei fosse sempre possibile......in Israele.