giovedì 12 agosto 2010

Yalta: la perla di Crimea e il giardino dei ciliegi


Non scherziamo, qui non si tratta di un giardino qualunque, di una dacia qualunque, di un albero di ciliegi qualunque, ma del giardino, della dacia e dei ciliegi di Cechov, pezzo da novanta della letteratura mondiale; ricordo ancora l'allestimento fantastico di questa pièce fatta da Strehler al Piccolo Teatro di Milano, tanti anni fa. Siamo a Yalta, dove il grande drammaturgo russo, ammalato da tempo di tubercolosi, ha trascorso buona parte dei suoi ultimi cinque anni di vita. Lo scrittore in persona ha progettato questi luoghi; da padrone di casa leggendario e amante della bella vita qui riceveva ospiti ed amici, di qui sono passati Rachmaninov, Maxim Gorky, Leon Tolstoj e tanti altri.

Non credo proprio di avere curiosità da "voyeur", trovo insopportabili quelle trasmissioni televisive che ti fanno guardare dal buco della serratura le storie più intime della gente o chi ama fare le scampagnate domenicali sui luoghi delle tragedie, mi piace invece visitare gli interni delle case; l'ambiente, l'atmosfera, gli arredamenti parlano, quello che si è letto solo sui libri trova un suo senso ed una sua giustificazione nel luogo o al contrario colpisce per la sua dissonanza (penso per esempio a Magritte, al contrasto tra la sua pittura surreale e totalmente fuori dagli schemi ed alla regolarità meticolosa della sua vita da impiegatuccio).



Nei dintorni di Yalta c'è un altro luogo storico che fa venire la pelle d'oca per la pregnanza di ciò che vi è avvenuto: Palazzo Livadia, dove i tre grandi, Churchill, Roosevelt e Stalin nel febbraio del 1945 nella Sala Bianca hanno tagliato a fette quella torta martoriata che si chiamava Europa ed hanno definitivamente chiuso il capitolo della II guerra mondiale. Churchill non sopportava il caldo, il presidente americano aveva già un piede nella fossa e il Piccolo Padre l'ha fatta da padrone; credo che i risvolti privati siano molto più determinanti per la Storia con s maiuscola di quanto non si pensi.




Anche i piani superiori  offrono grandi emozioni. Negli appartamenti privati pressoché integri si conservano foto, effetti personali, giochi della famiglia imperiale russa Romanov. Questo edificio è stato infatti progettato come residenza estiva per lo zar russo Nicola II. I Romanov passeranno qui solo quattro stagioni, verranno arrestati dalle truppe bolsceviche nel '17 e un anno dopo seguirà l'esecuzione di tutta la famiglia a Yekaterinburg.

Altro bellissimo posto sulle alture ad est di Yalta sono i Giardini Botanici Nikitsky, un grande parco voluto dallo zar a inizio '800 che scende fino al mare lungo il fianco della collina, con una curatissima esposizione di flora. Siamo andate a "Nikita" (i locali li chiamano così) prendendo l'autobus 34 superaffollato che si inerpicava a fatica fra una marea di curve, ma è sempre interessante viaggiare con i mezzi locali. 


Per i dintorni di Yalta non posso non citare infine il Nido di Rondine, castello fiabesco miracolosamente in bilico sulla punta di una roccia. Potenza del denaro e della passione amorosa, l'ha fatto costruire il barone Steingel, magnate del petrolio tedesco per la sua giovanissima amante (che fregatura, aver  sempre fatto soltanto la moglie!).


Siamo state fortunatissime, a Yalta la nostra nave ha attraccato proprio sul lungo mare centrale: divertente osservare l'incredibile animazione con la sua atmosfera vivace e  vacanziera, facile andare a zonzo per la città dai  bei palazzi e godere di un concerto sinfonico in piazza sotto la protezione benevola di una statua di Lenin. 














La Crimea mi ha fatto molto pensare alla Costa Azzurra francese e Yalta a una Montecarlo dell'est. La vegetazione è la stessa come lo sono case e ville disseminate nel verde fra le colline, stessa mitezza climatica, dietro lo stesso scenario di montagne, un'impressione di opulenza soprattutto se paragonata al resto dell'Ucraina. Se inglesi e aristocratici russi hanno iniziato il turismo d'élite sulla riviera francese, a Yalta ci venivano le élite russe affette da tubercolosi e dopo la Rivoluzione d'ottobre tutti i lavoratori malati; per decreto sovietico la Crimea doveva essere utilizzata per le cure mediche dei lavoratori. Pullulano tuttora numerose case di cura di nomea e se non sbaglio ci è venuto a morire Palmiro Togliatti.

martedì 10 agosto 2010

Crimea: Sebastopoli e la "riviera russa"



Mentre impazzano tramonti di sogno e Gastone come al solito si esercita al ballo finale per la serata di gala,

usciti dall'estuario del Dniepr così grande che già lui sembra un mare, la nostra nave si dirige verso la Crimea. Aiuto, nel mar Nero ci sono le onde, il Maresciallo naviga e balla, eccome se balla, invece che una canna, panico fra le signore, ci facciamo subito una xamamina. La penisola della Crimea è un mondo a parte in Ucraina, difatti ha uno statuto autonomo, la Repubblica Autonoma di Crimea, facente parte dell'Ucraina. Il 75% della superficie sono praterie semi-aride, un proseguimento meridionale delle steppe pontiche, ma la costa si presenta ricca e frastagliata e dopo Yalta una lunga catena montuosa fiancheggia il mare. Lungo la costa sud-est, il nostro itinerario, si snoda una vegetazione dolce, ricca di vigneti e frutteti, la cosiddetta Riviera Russa e non a caso Yalta mi ha fatto pensare ad una Montecarlo sul Mar Nero. Durante gli anni del dominio sovietico, la proprietà di una dacia su questa costa era indice di lealtà politica. 

Sebastopoli, prima sosta in Crimea, è città dallo statuto speciale e amministrazione indipendente. Vedendo la sua immensa baia ed il lungo fiordo con insenature da ambo i lati, si intuisce subito l'importanza della sua posizione geografica. Difatti Sebastopoli, unica città al mondo, ha due flotte, quella minuscola ucraina e quella russa. Per la Russia rappresenta l'unico accesso al Mar Nero e dunque al Mediterraneo, chiara la sua importanza strategica, vi è stanziata da più di due secoli ed è evidente che non la vuole mollare; patteggiando con l'Ucraina sulle forniture di gas, la data prevista del 2017 per l'abbandono del porto è già slittata al 2025 e  fino ad allora la bandiera russa sventolerà accanto a quella ucraina.



Accolti nel porto dalla banda militare, ci avviciniamo alla storia tormentatissima di questa città sul mare che ha vissuto due assedi, quello di 365 giorni durante la guerra di Crimea da parte di turchi ed inglesi che volevano bloccare l'espansionismo russo e quello tedesco di 250 giorni nel corso della II guerra mondiale; piegata a fatica l'eroica resistenza della città, bombardata senza sosta per moltissimi giorni. Nel maggio 1944 i russi liberarono una Sebastopoli quasi rasa al suolo. Oggi c'è un ricco turismo, ma fino al 1996 questo porto militare era chiuso a chiunque non avesse un permesso ufficiale.

Sebastopoli è bella e solare, palazzi bianchi e vegetazione verde intenso abbagliano, l'atmosfera dei sud è tutta un'altra cosa, come sempre incanta, si intravedono dei sorrisi, la gente è molto più sciolta. Da ignorante vedendo la scalinata bianca all'ingresso del porto penso alla famosa scalinata Potemkin immortalata sullo schermo da Eisenstein, ma mi confondo con Odessa.


Il cuore delle memorie di guerra di Sebastopoli è il Panorama Dipinto, su una collina vicino al centro città: un immenso pannello sul muro interno di un edificio circolare che rievoca il più lungo assedio subito dalla città,  poco lontano ancora tangibili le trincee.



ma francamente mi diverto di più a concentrarmi sulle bellezze russe a passeggio sul lungomare, a guardare al mercato come in Sicilia ed in Israele le pannocchie di granoturco bollire nei pentoloni, a fotografare uno stupendo marinaretto ed una babushka con i suoi frutti di bosco.




giovedì 5 agosto 2010

I cosacchi: Zaporozhye e Kherson



Eccola qui la Marshall Koshevoy, detta Koscia con la vela bianca. No, sto scherzando, è quest'altra.
                                                                                                  
Stavolta Gastone ha fatto le cose in grande: junior suite, con due letti a distanza rispettabile, due poltroncine di pelle umana come direbbe Fantozzi, armadi capienti e soprattutto una doccia dimensione silhouette di Botero. Fra gli ospiti, tedeschi, un gruppo di svedesi portatori di vari handicap motori vissuti con molta naturalezza e gli italiani, una quarantina, tutte le regioni d'Italia sembrano comunque rappresentate.

L'itinerario forse poco battuto ha fatto una bella cernita, tutta gente interessante ed interessata a ciò che si vede. Siamo molto fortunate con i compagni di tavola, diventeremo amici: Marcello, un compitissimo colonnello a riposo romano, Monia ed Oreste, sposi novelli pescaresi non più di primo pelo, ma di primissima umanità e simpatia e tutti fumatori, con i tempi che corrono non mi sento un'appestata. Per le pipate collettive il luogo di ritrovo è il ponte destro della nave, al terzo piano.


Navigare sul Dniepr offre panorami diversi. Sul Volga fra San Pietroburgo e Mosca, solitudine e silenzio, natura incontaminata ed austera, interrotta inaspettatamente da maestosi monasteri. Sul Dniepr siamo più a sud, la vegetazione è più rigogliosa, spesso riportata e costruita perché alle spalle c'è la steppa, si intravedono molte case nascoste fra le frasche ed il paesaggio urbano, quando appare, è sempre industriale. Si intuiscono povertà e crisi, tante fabbriche  in disuso, finite le  commesse per la "grande sorella" Russia, gru, ciminiere che non fumano più, impianti all'abbandono, come un quadro al naturale di Hopper.



Con i suoi 800.000 abitanti, Zaporozhye è un paesone totalmente russificato, difficile riuscire a trovarci un qualunque fascino: uno stradone centrale lungo 12 chilometri, il Lenin Prospekt, intorno al quale si sviluppa poveramente e disordinatamente il nucleo urbano, come unico decoro architettonico imperversa la falce ed il martello.  Nella piazza centrale domina la statua di Lenin, come altre viste in Crimea,  ha la mano sollevata per indicare la giusta direzione al popolo e la scultura di una grande pietra tagliata in due, simbolo della terribile lacerazione della guerra, una ferita sempre aperta. Povera città, i russi per non lasciarla ai tedeschi, i tedeschi per non lasciarla ai russi, era stata  bombardata e distrutta quasi completamente.




Zaporozhye ha sempre rappresentato una zona strategica per la sua grossa centrale idroelettrica che fornisce al paese il 25% del suo fabbisogno energetico e poi questa regione sud-orientale dell'Ucraina, sulla riva sinistra del fiume, è molto ricca di magnesio e titanio, numerose nel passato le industrie di lavorazione e trasformazione. Zaporozhye è l'antica patria dei cosacchi, non so se chiamarli predoni della steppa o più nobilmente guerrieri autoctoni, che hanno interrotto i tre secoli di dominazione mongola. Visitiamo l'isola di Horticja,  dove nella metà del XVI° secolo è sorto il primo accampamento fortificato, cuore e centro direzionale del potere cosacco. La sua ubicazione, al centro del Dniepr e dopo sette rapide del fiume (dal 1930 con la costruzione della diga non esistono più) ha offerto per quasi tre secoli una favorevole condizione di isolamento, autonomia ed indipendenza. Nel museo locale apprendiamo del loro modo di vivere. Interessante mi è parsa la cerimonia di incoronazione del capo, l'Atmen, primus inter pares, che doveva rifiutare due volte prima di accettare l'incarico ed a cui veniva messo sulla testa sterco di cavallo e cenere per "ricordargli" l'umiltà, dote notoriamente in disuso fra i detentori del potere. Pare che anche Hitler sempre alla ricerca di originaria purezza ariana e riti ancestrali, sia venuto due volte sull'isola e abbia fatto studiare il sito ai suoi archeologi.





Con Gastone ci facciamo una bella passeggiata a pieni nudi sulle sponde, una vasta spiaggia fluviale, la gente fa il bagno, pesca gamberi grigi ed anche l'amico fedele se la gode.


E' industriale, dall'aspetto maledettamente povero anche Kherson, la città dell'Ucraina meridionale dai due porti, quello marittimo sul mar Nero più  a sud e quello fluviale. A Kherson sono legati  Salomon Rosenblum, la ex-spia dei servizi segreti britannici che ha ispirito Fleming nello scrivere la spy story di James Bond (lo dico per le fans di Sean Connery) ed il bolscevico rivoluzionario Leon Trotsky. Il gruppo di turisti svedesi se ne va a fare una gita al villaggio svedese di Zmiyivka, bizzarra enclave svedese nell'Ucraina attuale, dove si rifugiarono i primi abitanti  per sfuggire alla schiavitù della dominazione russa nel loro paese  alla fine del XVIII secolo col beneplacito di Caterina la Grande. Noi con i tedeschi invece saliamo su piccole imbarcazioni e passeggiamo sull'acqua fra canali laterali e dacie. Già, a sentir dire "dacia" vien da pensare subito alle megaville di legno fuori porta della nomenclatura e dei ricchi papaveri, ma qui sono minuscole casette strette fra l'acqua e la campagna che da lontano sembrano di marzapane e cioccolato e da vicino ti stringono il cuore.

 

Gli uomini pescano sulla riva o lavorano nell'orto, le donne lavano panni, i bambini salutano. Nel villaggio di pescatori i viottoli di terra sono tutti impantanati di fango, regalo della pioggia appena cessata, eppure le babushke tentano di vendere all'orda turistica che per loro è una manna ricami, colbacchi, uova dipinte, matrioske, il lavoro dei  lunghi, freddi inverni. Ci viene offerto un ricco spuntino a base di pesce affumicato, uova, melanzane con pastella e  dolci chiacchiere  fritte.  














Navigazione magica fra i canali di Kherson, al ritorno ci accompagna un gruppo folclorico lanciatissimo nel repertorio locale e ne ho un po' di tristezza;  sotto fard e belletti e malgrado i sorrisi si intuiscono le età, quanta fatica mangiare tre volte al giorno da queste parti.