mercoledì 30 aprile 2008

Washington

Brava Camille, su internet hai fatto proprio un bel lavoro, l’albergo è centrale e stupendo, vecchio palazzo storico di mattoni rossi,

carico di fascino e di americanità. Da buoni turisti, subito a piedi a vedere la Casa Bianca,

proprio bianca ed in mezzo alla città, scoiattoli a profusione, riconosco all’esterno il luogo dei mitici sit-in contro la guerra in Vietnam ed in generale di tutti gli assembramenti popolari pro o contro qualche cosa, mancano i Beatles, ma ormai siamo tutti invecchiati e anche loro non ci sono più.

Bighelloniamo per le strade eleganti, larghe ed alberate, palazzoni austeri,i luoghi del potere in tutta la loro imponenza, colpisce il contrasto fra i ministeri e le frotte di homeless e di barboni che bivaccano nei giardini proprio accanto.

Chissà, forse sono un memento, attenzione, non è tutto oro quello che luccica. Ricca di un sacco di cose, l’America sembra avara di fantasia, strade senza nome, solo numeri e lettere dell’alfabeto, in compenso i semafori sono molto efficienti, oltre al verde dicono al pedone quanti secondi ha a disposizione per attraversare la strada. La città francamente è proprio bella,

pulita, ordinata, verdissima, dicono lo sia diventata, prima era molto povera e malconcia e, secondo i punti di vista, frequentata da troppi neri. L’indomani il culturbus ci porta in giro per tutto il giorno, sarà un’iniziativa molto turistica, ma francamente utilissima perchè si ferma in tutti i luoghi interessanti della città, scendi quando vuoi, visiti e poi risali, soprattutto ti dà una visione d’insieme dell’ agglomerato urbano. I mausolei dei vari presidenti sfilano, all’apice della collina di Georgetown la possente cattedrale gotica

e la superba strada delle ambasciate e poi la cosa che mi ha toccato di più, il famoso cimitero di Arlington.

Enormi distese di prato con infinite file di stele bianche, nulla più, molto semplice e molto toccante: sulle minuscole pietre sfilano nomi e nomi all’infinito,

prima guerra mondiale, seconda guerra mondiale, guerra di Corea, guerra del Vietnam, le date dei morti raccontano in silenzio di una vita, raccontano anche la storia e la pazzia degli uomini, dietro le lapidi talvolta appare il nome della moglie, sepolta lì accanto, pazienza, anche da morte ci tocca stare defilate. C’è anche John Kennedy con la sua famiglia, figlio e figlia morti prematuramente,e lei, la mitica Jacqueline Bouvier . Non sono una moralista, ma francamente mi disturba leggere Kennedy Onassis, cazzo questo potere del denaro!!! Il venerdì 2 doveva essere giornata supercultura con la visita degli innumerevoli musei del Mall.

Si, si chiama Mall, ma non sono dei grandi magazzini, ma bensì un numero spropositato di musei, la Smithsonian Institution

che comprende 18 fra musei e gallerie, tutto rigorosamente gratuito, si spazia dall’arte africana

a quella asiatica, dal museo dello spazio

con navicella spaziale Apollo alla storia naturale con i dinosauri immortalati cinematograficamente da Spielberg in un suo film, dalla storia degli amerindi all’arte di tutte le epoche, un vero delirio del bello nei secoli e nelle varie culture. Con Camille cominciamo naturalmente dalla National Gallery of Art e la nuova straordinaria sezione

dedicata all’arte contemporanea dell’architetto Pei,

spazio museale di bellezza ed essenzialità formale incredibile. Sono le 11 del mattino, litighiamo a sangue davanti a una striscia dipinta sul muro di Jim Dine. Lo confesso, malgrado gli sforzi ho grosse difficoltà con l’arte contemporanea, non la capisco e non mi emoziona, Camille ne è invece una fans incondizionata. Tira vento di tempesta, è meglio che Telma e Luise si separino per la giornata, ci rivedremo alla sera in albergo. Visito da sola il museo dei nativi americani e poi, basta cultura, me ne vado a piedi al Waterfront

e al mercato del pesce. Siamo in America, non dimentichiamolo mai, tutto è superbig, pesci compresi: bancarelle che espongono quantità non dicibili di scampi, gamberi, sogliole, branzini, razze, tutti taglia extralarge.
La gente arriva, sceglie, si fa cucinare il pesce sulle griglie

e poi se lo porta a casa o va a mangiarlo sul molo. Io sul molo attacco bottone con una signora seduta col cane, è Anne Marie Engel, professore di francese alla Gorgetown University. Non so bene come sia successo, ma nel giro di un’ora ci siamo raccontate la nostra vita scoprendo somiglianze e percorsi affini veramente incredibili, una lingua comune come se ci conoscessimo da sempre, l’indomani mi telefonerà in albergo per invitarmi all’università, ma ero già uscita, peccato! spero diventeremo amiche. Passiamo il sabato visitando bene le stradine di Georgetown,

il quartiere “in” di Washington e la collezione Phillips e facendo una crociera in barca sul fiume Potomac

fino ad Alexandria, piccola cittadina molto turistica sulle rive del fiume dove è nato il presidente George Washington.

L’America non è l’Europa, non ci sono vestigi archeologiche che testimonino di cinquemila anni di storia, c’è la wilderness, la grandiosità della natura nei suoi parchi e nei paesaggi mozzafiato che purtroppo ho visto solo nei westeroni in televisione, dei musei che raccontano la vita dei primi pionieri europei attraverso ambienti, mobili, utensili come ad Alexandria e ci sono i presidenti, tanti, e la cui vita viene sempre documentata nei minimi dettagli, ogni paese valorizza quello che ha.

Ceniamo niente male in un ristorante scelto da me perché si chiama Nathan’s, come il mio cognome, pare sia una catena e tornando verso l’albergo, vicino al Columbus Circle vedo uno splendido palazzo tutto decorato, è la sede centrale di Scientology,

setta che non so come definire e che in Italia abbiamo fortunatamente proibito, ma che in America ha grande potere e visibilità. Dei cartelli davanti all’edificio invitano ad entrare, offrono consultazioni, consigli e una nuova visione della vita con felicità compresa, per amor del cielo, preferisco rimanere ignorante ed infelice e tiro dritto. L’ultimo giorno a Washington è dedicato nuovamente alla visita ai musei, ce ne sono talmente tanti, e all’incontro con Gaia,

brillante figlia della mia amica Miretta che dopo la laurea in scienze politiche a Milano, sta facendo un master alla Georgetownuniversity, quanto di meglio pare per chi vuole cimentarsi nelle relazioni internazionali. Gaia è molto soddisfatta dei suoi studi e delle opportunità della città, mi racconta però che è tra le più violente e pericolose d’America e bisogna stare attenti, ogni settimana l’università invia per e-mail informazione ai suoi studenti sulle aggressioni avvenute, sulle dinamiche degli incidenti, sulle precauzioni da prendere, sui luoghi da non frequentare, sui comportamenti a rischio. Insieme visitiamo i pletorici musei, quello dello spazio, quello africano, quello asiatico, il giardino delle sculture,

è un’occasione anche per lei perché il grande impegno dello studio non le ha permesso finora di fare la turista. Quello che mi colpisce visitando queste favolose caverne di Alì Babà e tutti i musei americani in generale, è che non vengono menzionate quasi mai istituzioni o collettività, ma sempre l’individuo, grande protagonista. Si, cartelli alle varie entrate rinviano sempre alla generosità di individui che hanno donato questo o quello, capacità e intraprendenza del singolo, mai il tutti insieme. Giustissimo valorizzare l’uomo ed il suo operato, ma in qualche modo mi disturba questo individualismo sfrenato che sembra non tener conto di una società nel suo insieme, non sottolineare il valore di un obbiettivo comune, di uno sforzo collettivo. Solo nel business e nella politica si sente il peso di trust e lobbyes, ma questa è un’altra storia.

lunedì 28 aprile 2008

Pennsylvania


When I born, I black
When I grow up, I black
When I go in Sun, I black
When I scared, I black
When I sick, I black
And when I die, I still black

And you white fellow
When you born, you pink
When you grow up, you white
When you go in sun, you red

When you cold, you blue
When you scared, you yellow
When you sick, you green
And when you die, you grey

And you calling me colored??

nominated by UN as the best Poem of 2006 -
Written by an African Kid

Circa 20 anni dopo rieccomi negli States. Questa volta accanto a me non c’è il compagno di una vita dissoltosi misteriosamente nel nulla, chissà forse era solo una proiezione della mia fantasia, ma Camille, un’energica amica francese che si è preparata al viaggio molto coscienziosamente e che sa tutto, di strade, monumenti, musei e cose da vedere. Philadelphia – Washington - New York, itinerario quasi completamente metropolitano, se non fosse per il soggiorno “diverso “ nella prima tappa. A Philadelphia difatti non siamo in città, ma a Swarthmore, a una quindicina di chilometri dalla capitale della Pennsylvenia dove vive da più di 25 anni Carole,

adorata cugina di Camille con il marito Gene. Sono entrambi professori, lei di francese, lui di matematica al College di Swarthmore, pare uno dei dieci più ricchi e prestigiosi d’America. Sono molto gioviali e simpatici: Carole ricciolina, un po’ fra le nuvole e sempre sorridente, Gene in jeans, giubbotto e zainetto in spalla, una fluida coda di cavallo,

beve rigorosamente grappa Nonino e come Carole va quasi sempre in giro in bici, se non fosse per i capelli bianchi immacolati sembrerebbe appena uscito da un collettivo sessantottino, la coppia mi fa venire in mente le mitiche parole della nostra gioventù: peace and love . Dopo baci, abbracci e presentazioni all’aeroporto, il maggiolino di Carole nel giro di pochi minuti si addentra nel verde, alberi secolari, prati a profusione, fioritura spettacolare di rododendri e pruni, villette, ville e villone naturalmente senza staccionata davanti secondo lo stile americano che si fanno ammirare confondendosi nella verdura rigogliosa, penso che sono proprio fortunata e che il viaggio promette bene. Ci hanno messo a disposizione una magione in mezzo al bosco,

con canto d’uccelli e scoiattoli a mai finire, cucina con mega frigo e l’occorrente per una prima colazione da lottatore di sumo, sala da pranzo, living,

biblioteca, due bagni, insomma un vero 10 stelle, è dove vengono ospitati i relatori stranieri ed in generale i professori invitati dal College; i mandarini della cultura erano forse in vacanza, nessun ospite dotto in programma e ce la siamo goduta noi sfruttando la generosa ospitalità di Carole e Gene. Loro abitano in una villetta più modesta

ma molto simpatica ed accogliente a tre minuti a piedi, la loro casa è tutta piena delle sculture originali di Carole e dei dischi di Gene, melomane accanito. Ragazzi che posto questa Swarthmore, mi chiedo se siamo in una riserva naturale, probabilmente si. Nel giardino dei nostri ospiti ci sono cinque o sei mangiatoie per volatili e scoiattoli; mi diverto a guardare e fotografare tutti i commensali di questi trespoli imbanditi, un movimento intensissimo, grande via vai alato e nessun vigile che controlla il traffico. Nel pomeriggio Carole ci fa visitare il College, capisco in fondo perché costino così cari per chi non riesce ad ottenere la borsa di studio: strutture sportive incredibili, piscina olimpionica, caffè, mense, biblioteche sempre aperte e tante palazzine per le varie discipline, certe architettonicamente antiche ed austere come quelle inglesi, altre modernissime come l’istituto di scienze. C’è una atmosfera molto relax, chi legge il giornale (a disposizione il New York Times gratuito per tutti) sotto le fresche frasche, chi sdraiato sul prato sbocconcella un panino o chiacchera, chi s’inventa una partita di scacchi, altro che università italiane sovraffollate e caotiche, qui sembra di essere in un resort alle Maldive, unica nota stonata i calabroni di dimensioni gigantesche, ma si sa, questa è l’America, tutto è oversize, persino gli insetti. Carole ci fa visitare il suo istituto di letteratura e lingue straniere; leggo i nomi dei docenti sulle caselle delle lettere: Camacho de Schmidt, Chiong Rivero, Boutouba, Lahr- Vivaz, Berkowitz, già fra il nome ed il cognome ci sono 2 continenti, alla faccia del melting-pot. Altra sorpresa sono gli studenti; con una buona dose di ignoranza e probabilmente di pregiudizio mi aspettavo una generazione rigorosamente Wasp, gioventù alta bionda e superatletica, invece no, fanciulle piccole, tante nere e rotondette, ragazzi dagli occhi a mandorla, volti una volta ancora dalle provenienze più disparate. So bene che sto osservando una situazione di élite, ma resta il fatto che, quanto a strutture, gli studenti americani mi sembrano più fortunati dei nostri. L’indomani ci aspetta la mitica collezione Barnes,

a una trentina di chilometri dalla capitale della Pennsylvenia. Che dire? Comincio a toccare con mano la straordinaria ricchezza e lungimiranza di questi magnati americani che hanno avuto il coraggio di investire sui più grandi artisti del ‘900 quando l’Europa li faceva morire di fame, li ignorava o li sbeffeggiava; a Washington visiterò la collezione Phillips ed a New York la Frick, tutte in case sontuose divenute fondazioni, fra le più ricche collezioni private del mondo, valorizzate ed offerte al pubblico. La disposizione dei quadri è già tutta particolare, non certo la presentazione rigorosa e parsimoniosa dello spazio museale dove ogni opera è singolarmente protagonista, ma quadri gli uni sugli altri in simmetrico ordine secondo il gusto dell’eccentrico Signor Barnes,: pareti e pareti stracolme di tesori inestimabili, l’occhio strabilia e si confonde, un numero incredibile di Renoir e Cézanne, dei Van Gogh, Matisse, Marcoussi, Soutine, Seurat e dei Picasso del periodo rosa e blu pressoché inesistenti in Europa, una vera orgia espositiva.

Esco intontita dalla bulimica sovrabbondanza e per decomprimere dalle emozioni Carole ci porta a fare un giro in un paesino vicino casa che lei reputa carino. Qualche negozietto, stradine senza nessuno charme, soprattutto senza storia ne passato in un posto che non ha nemmeno un nome vero, perché si chiama “ Media”, come se noi chiamassimo un paesino in Umbria “Mezzo” o “Collina”, anonimo il posto che non ha poverino nemmeno un vero nome . L’indomani, dopo un Yardsale nel garage di una villa vicina (validissima idea americana di vendere due volte all’anno tutte le carabattole inutili o di cui ci si vuole sbarazzare) ci si addentra nella Pennsylvenia profonda per vedere la campagna e le fattorie amish.

Mi interessa sempre la storia delle minoranze, forse perché è anche la mia storia. Gli amish sono la setta più radicale e integralista dei mennoniti, con altri anabattisti frutto di movimenti religiosi sorti nel contesto della riforma protestante nel XVI secolo. Perseguitati in Europa per la loro fede religiosa, una libera interpretazione del Nuovo Testamento, i primi amish arrivano in America all’inizio del 1700, viene concesso loro di stabilirsi nella Pennsylvenia del sud, una area dal nome attuale di Lancaster County, oggi sono all’incirca 90.000 in vari stati, ma soprattutto nell’Ohio. Vivono come 3 secoli fa,

niente elettricità, televisione o sofisticati robot culinari, case supersemplici ed austere, un unico modello d’abito per uomini o donne, cambia solo il colore in funzione dell’età e dello stato sociale, appeso in camera da letto il vestito buono per la domenica, il giorno della funzione religiosa e del pasto collettivo, naturalmente niente merendine del Mulino bianco, tutto rigorosamente fatto in casa come nel passato, il calesse nero come la pece per spostarsi e forse per non permettere ai giovani di allontanarsi troppo e gustare le tentazioni della modernità. La scuola è solo fino alle medie perché pensano che per fare il contadino non serva molta istruzione; la cultura, si sa, fa venire delle idee ed è quindi molto pericolosa. Siccome rifiutano vantaggi e svantaggi del progresso e naturalmente vade retro contraccezione credo passino le serate con il divertimento gratuito più antico del mondo perché hanno una barca di figli ( chissà se conoscono il nostro vecchio detto italiano “non lo fo per piacer mio, ma per dare un figlio a Dio? ). Non disdegnano invece i soldi, le loro fattorie di proprietà sono enormi, riconoscibili dalla struttura bianca, larga e squadrata, la base con mattoni rossi, un immenso silos bianco come una torre alta e rotonda che svetta nel centro della casa colonica, una grande ruota in mezzo al prato per irrigare i campi e una grande ventola che sfrutta l’energia eolica per l’acqua in casa. A vedere i bambini tutti vestiti di nero cappello compreso e camicia bianca camminare per strada, ho pensato che assomigliavano proprio agli ebrei ortodossi della mia tribù, mancavano giusto i cernecchi di capelli sui lati. Ho visitato una casa amish museo per rendermi conto veramente di un ambiente ‘700 tuttora funzionante nel XXI secolo, peccato che guardando fuori dalla minuscola finestra, a poche decine di metri, ho visto un immenso e rumoroso supermercato Target.

All’una abbiamo mangiato in un loro ristorante, già il nome “Good and planty” -buono e tanto- la dice lunga: sulla lunga tavolata comunitaria con tovaglia rossa a quadretti sfilavano purè di mele e di patate, insalata di tonno, insalata di cavolo, giardiniera di verdure all’aceto e zucchero, paté di maiale dolce, pollo fritto in quantità, dolci a 10.000 calorie con l’onnipresente melassa. La contanimazione della modernità per i poveri amish è alle porte, fra le loro fattorie si annida il nemico mercantile della società di consumo, proprietà di gente comune mostrano antenne paraboliche sui tetti frantumando l’omogeneità architettonica e non solo delle loro farms e del loro stile di vita. La mia riflessione finale è stata che sarà una fregatura nascere ebrei, ma anche essere amish non è mica uno scherzo! Domenica 27 aprile e martedì 29 giornate a Philadelphia con il suo spettacolare Museum of Art,

di nuovo bellezze da mozzare il fiato: stupenda mostra di Frida Kahlo, i 3 musicanti di Picasso, le opere dei primi periodi, i migliori, di Mirò (mai visti prima suoi quadri figurativi), Chagall e tanti altri, sezione asiatica ricchissima e poi in giro per la città con Carole, guida sempre generosissima. Walnutsstreet, il vivacissimo Reading Terminal Market,

Chinatown,

Southstreet, il quartiere dei giovani,il Cityhall in mezzo alla città moderna, grattacieli, la torre di Pei,

l’edificio dove è stata firmata la costituzione americana, i quartieri antichi della città vecchia

con le case in mattoni rossi e le stradine verdissime come nei bei quartieri di Londra. Lunedì 28 piove a dirotto, per visitare al riparo dall’acqua scrosciante il maggiolino di Carole gira le ruote per un’oretta e ci porta ai Longwoodgardens nella Brandywine Valley.

Casa di campagna del finanziere belga Pierre du Pont, la famiglia arrivò in America agli inizi dell’800, l’edificazione di questo luogo meraviglioso si snoda per due secoli: praticamente gli esterni di Versailles

o i giardini di Boboli oltreoceano. Serra vittoriana immensa, fontane, giardini, teatro di pietra, fiori piante bulbi foglie e arbusti di mille e mille varietà e colori in un sobrio tripudio espositivo per la gioia di tutti i sensi;

nel patio della residenza, su una poltrona di vimini, troneggia immobile un immenso ( solita oversize d’oltreoceano) gatto dechirichiano,

sonnecchia e ti guarda con la calma e la regalità di colui che semplicemente sa di essere in mezzo al bello assoluto. Parlo con una distinta signora dietro al banco di accoglienza: è una volontaria, offre la sua gratuita collaborazione 2 giorni alla settimana, ce ne sono altre 400 come lei, più 40 studenti in stage e 150 giardinieri, un vero impero del verde. L’esercito dei volontari negli States è immenso, li trovi in tutti i musei e le fondazioni. Un discorso a parte meritano le nostre serate, Camille e la sottoscritta generosamente invitate dagli amici di Carole e Gene. Finalmente ho conosciuto da vicino l’intellighentzia americana, quella che legge il New Yorker, vive in modo molto meno sofisticato del nostro e non vota certamente Bush. Case semplici e confortevoli nelle adiacenze del college, libri dappertutto, melting-pot abituale, una grande giovialità e ….il crollo di un altro mio stupido pregiudizio, altro che prodotti surgelati, hamburger, hot dog e patatine fritte, qui raffinatezze culinarie da slow food di altissimo livello, tutti prodotti freschi rigorosamente doc cucinati con sapienza e raffinatezza, vini da maledire di essere astemi, insomma, mi sono piaciuti un sacco e mi sono trovata benissimo; cito nel mazzo Hans Jakob, svizzero tedesco con moglie americana, un figlio a Seattle per studiare e la figlia a Berlino, Presidente del club slow-food locale da lui fondato, Laura, la pasionaria fuego e vino, cilena che è dovuta scappare da Pinochet e dopo Boston è approdata nell’isola felice di Swarthmore, Titina Caporali che grazie alla sua passione per la Cina, ha lasciato il paesello campano fra i monti e si è vista catapultare da studente curioso a Pechino, all’epoca ancora chiusa agli occidentali di massa, fra i grossi nomi del giornalismo internazionale, Ferrero e Ostellino allora corrispondenti del Corriere, con Terzani giovane inviato dello Spiegel ancora ignaro del successo futuro. Titina ed il marito, Alain Berkowitz ( notare la miscellanea cromosomica della coppia), sinologo affermato, la pasta la fanno come a Posillipo, con il pomodoro vivo vivo e un basilico freschissimo e profumato che incanta. Si parla di tutto, politica, letteratura, ricette di cucina, gli studi dei figli in grande semplicità e giovialità. Grazie amici americani, belle serate!!! Il soggiorno in Pennsylvenia finisce, prendiamo l’autobus delle compagnie cinesi perché il mitico Grayhound

costa più caro e gli orari non ci convengono,Washington ci aspetta.

sabato 20 ottobre 2007

Israele: un paese giovane

Eccomi a rehovot Ilan, nella periferia di Tel Aviv, da Miriam, che non vedo da 38 anni. Già, solo 38 anni; Miriam era la mia compagna di banco in prima media e grande amica fino ai 19 anni, poi, i casi della vita, ci eravamo perse di vista, sapevo che si era sposata con un ebreo romano e che era andata a vivere in Israele, ma null'altro. Pochi mesi fa avviene il miracolo, l'indirizzo e-mail datomi da una fortuita conoscenza comune e via, il filo si è riannodato. Per mesi computer a gogo per raccontarci i decenni passati e ora eccomi qui, per una settimana ospite da lei. Ha tre figlie stupende, la madre ancora in gambissima che l'ha raggiunta qualche anno dopo e la sua famiglia mi sembra offrire uno spaccato molto rappresentativo di una delle mille famiglie possibili in Israele. Fa aliah (venire a vivere in Israele) una trentina d'anni fa con Emilio; studiano la lingua, cercano casa e lavoro, si rimboccano le maniche insomma, ricominciano tutto da zero, come al solito, la mia tribù ne ha un'abitudine millenaria. Emilio in particolare, questo è stato l'argomento principale delle nostre bellissime chiacchierate mattutine mentre Miriam era al lavoro (Emilio ti ringrazio), sente che fare l'ebreo in diaspora gli sta stretto perché contraddittorio: come la mettiamo con il solito tormentone dell'identità, è religione? è tradizione? Fedeltà ad una storia? Solo dovere di memoria o anche progettualità futura? Un casino, il solito casino che fa riempire pagine e pagine da sempre ad intellettuali di tutti i tipi quando si domandano che cos'è un ebreo. Allora Emilio convince Miriam che se verranno in Israele tutto sarà molto più semplice, non certo per l'organizzazione di vita o la tranquillità politica, ma per i mille dubbi interiori, per una ricerca di coerenza fra pensieri ed azione. Qualunque tipo di ebreo sarai, buono o cattivo, religioso o no, impegnato o no, sei nel tuo paese, sei a casa, sulla tua terra e fra la tua gente e contribuirai secondo le tue possibilità alla crescita comune. Non so se Emilio ha trovato risposta a tutte le sue domande, forse è preoccupato perché l'attuale realtà israeliana non ha esaudito tutti i sogni messi in valigia al momento della partenza dall'Italia, ma certamente non si interroga più sulla sua identità come la sottoscritta, lui ha trovato il suo posto . Daniela, la primogenita vive nel Moshav Shadmot-Dvora in Galilea con marito e due figli.

E' sposata con Shanì, di origine russa e con idee di sinistra. La seconda figlia Gaia fa l'informatica, vive a Tel Aviv con il marito Dudi, di origine irachena ed idee di destra; Tami, la più giovane è appena tornata da un grande viaggio in India come fanno tutti i giovani israeliani alla fine del servizio militare, lavoricchia ed ha iniziato gli studi universitari, il suo ragazzo non ricordo quale origine abbia, ma la sua famiglia è molto religiosa, giusto per aggiungere un'altra variante nel mish mash familiare come direbbe mia madre. Non racconto della gioia di ritrovare Miriam e delle nostre chiacchierate, è un fatto privato, ma ia sua è proprio una bella famiglia e si vogliono molto bene, vivono in modo semplice ed essenziale, alla israeliana e tengono sempre la porta aperta, della casa e del cuore.

Tel-Aviv mi piace molto, ci potrei abitare, è informale, curiosa, cosmopolita, vivace,

diverse manifestazioni culturali dovunque, anche a cielo aperto, le parti vecchie con stradine e viali alberati, le case tipiche su piloti col giardino o le macchine sotto, le parti nuove, con grattacieli mozzafiato, università modernissime, musei ed auditori firmati dagli architetti più prestigiosi. Ho subito le mie abitudini: al mattino in pigiama davanti al caffè chiaccherata metafisica con Emilio, poi in giro con lui , parchi vari, la stupenda ( dal punto di vista architettonico) università religiosa di Bar Ilan attaccata a casa loro,

(quella dove ha studiato il giovane Igal Amir, l'assassino di Rabin ora in prigione e diventato papà, povero bambino che nasce con un'eredità così pesante), l'auditorium di Liebeskind,

con le finestre a tagli e fessure come il museo dell'Olocausto a Berlino oppure da sola in autobus a Tel Aviv fino alle 4 del pomeriggio quando Miriam finito il lavoro mi raggiunge e mi fa scoprire angoli sconosciuti della città. Visitiamo nell'arco della settimana le belle vie del centro, la Gordon, la Rothschild con le stupende dimore Bauhaus, il quartiere Neve Tzedek, prima vecchio e dissestato ora restaurato nel rispetto della sua storia di centro originario della città e tornato di moda con negozietti, gallerie d'arte e ristoranti, il museo di arte moderna

in una zona tutta rifatta e con collezioni importanti, il grande mercato Karmel. Il primo fine settimana nel moshav di Daniela, accanto un villaggio circasso (popolazione caucasica, in Israele non manca proprio nessuno), il secondo sempre in Galilea a En Hod, villaggio tutto artistico, dove persino la pattumiera lo è

e dove anche un tristissimo rifugio antibombe si riempie di colore

Qui hanno vissuto e vivono tuttora artisti provenienti da tutto il mondo, fra cui il grande cubista Marcel Janko; dimore particolari,

atelier d'arte e sculture dovunque
e poi Zikron, altro villaggetto grazioso, ma molto turistico.

Passo anche un giorno con Tami e Mino

( cugini da parte di mia madre) che mi portano a pranzare sul porto di Herzlia; stessa impressione negativa che ad Eilat, supercostruito e superchic, ma un'americanata pazzesca, niente a che vedere con la bellezza e la semplicità del nuovo lungomare di Tel Aviv, una lunghissima lingua di legno che accompagna il mare.

Parole chiave del mio viaggio: deserto, filo spinato e tubi d'irrigazione, tensione ideale, Israele oggi e domani.
Il deserto è una grande emozione, al di là delle bellezze naturali ho visto le più svariate forme di aggregazione, chi ci và per trasformarlo in giardino, chi per trovare se stesso, chi per scappare dalla civiltà, chi per confrontarsi con l'assoluto. A tutti il deserto regala generosamente la possibilità di tentare il suo sogno.
Dovunque filo spinato e tubi d'irrigazione; il primo sottolinea dolorosamente la necessità di perimetrare e proteggere territori, case, installazioni, i secondi testimoniano la volontà di andare comunque e sempre avanti, accettando la sfida di una terra difficile.
Nella vecchia Europa, personalmente non ho visto un ideale collettivo in azione, ho solo assistito al tramonto di quelli del passato. Nelle nostre manifestazioni si gridano molti slogan, ma poi rientrati a casa sul tavolo in cucina aspettano gli spaghetti caldi della mamma. Nel mio breve viaggio ho visto concretamente tanti giovani con le maniche rimboccate; non so se nella giusta direzione e se ce la faranno, ma almeno li ho visti.
Israele è un paese giovane, dalle grandi potenzialità, questo si sente. Le contraddizioni e le difficoltà sono molte, questo si vede. Qual è l'obbiettivo? Se è diventare un paese "normale"come gli altri, copia del modello occidentale con l'individualismo sfrenato, l' economia come principale parametro di valutazione, la corruzione, l'alto tasso di litigiosità politica, l'omogeneizzazione sociale, l'incapacità di discutere insieme un possibile modello di sviluppo futuro, non c'è problema, Israele purtroppo ci sta riuscendo perfettamente; se invece l'obiettivo è quello di diventare altro, delle idee nuove per vivere in pace con i vicini e con la difficile terra che li ospita tutti, bisogna forse ritrovare con coraggio e fantasia quella carica ideale, quel bagaglio di sogni che ne hanno permesso la nascita 60 anni fa.